Il destino sospeso di Borgo del Tiglio
Alla disperazione di un borgo che si appresta a salutare le due vittime dell’alluvione dei giorni scorsi, si aggiunge anche quella di veder ferita la propria storia paesaggistica e cancellato uno dei nomi più prestigiosi della viticoltura internazionale.
Nicola Manferrari, vignaiolo a Brazzano (Gorizia) di Borgo del Tiglio, non porta ferite sul corpo, ma è comunque straziato: nella sua cantina non si può entrare, irraggiungibile come il suo contenuto. Racconta: “La struttura ha retto la frana, ma al momento i vigili del fuoco ritengono più sicuro non accedervi. Ho proposto l’installazione di puntelli per aumentare la sicurezza, ma l’iniziativa è stata giudicata superflua, quasi che non valesse la pena salvare la vita alla mia azienda”.

Un marchio prestigioso a rischio
La Cantina Borgo del Tiglio è uno dei marchi più prestigiosi dei vini bianchi italiani e internazionali che rischia così di essere cancellato per sempre perché tra chi incomincia a immaginare un percorso di messa in sicurezza complessiva dell’area, si ipotizzano anni di interventi. Periodo ovviamente incompatibile con un’attività agricola e tanto meno con la sussistenza economica di un’azienda.

“Rientrare nella mia cantina è una necessità vitale – insiste Nicola – È necessario salvare la cantina e garantirne la continuità operativa. Siamo un marchio stimato sui mercati di tutto il mondo, ma purtroppo non vedo l’attenzione che ritengo necessaria. Non vogliamo impietosire nessuno, ma solo informare chi ha il potere di decidere affinché si renda conto del valore paesaggistico, culturale, storico e anche economico dell’azienda Borgo del Tiglio”.

Manferrari ritiene che la cantina e i lavori preliminari alla sua edificazione abbiano aiutato a contenere la forza della frana: “Prima della realizzazione dell’edificio – ricorda – è stata realizzata una struttura cosiddetta berlinese con pali verticali infissi nel terreno fino alla roccia madre che si è dimostrata fondamentale per trattenere il Ronco della Chiesa, il nostro vigneto storico che si sviluppa, per un ettaro, sulla collina. È mio parere che berlinese e cantina stiano sostenendo la frana e irrobustire il fabbricato aumenterebbe la sicurezza per l’intero borgo. Vorrei che questa ipotesi venisse valutata e considerata con favore. Non solo per salvare il vino e la mia azienda, ma per salvare anche il resto”.

La proposta per ora non sembra aver destato interesse nei responsabili dei Vigili del fuoco di Gorizia: “Mi è stato detto che non ne vale la pena” denuncia uno sconsolato Manferrari che ha la sensazione di non ottenere risposte e nemmeno ascolto.

Un capolavoro agronomico
Il vigneto Ronco della Chiesa è molto più di un impianto vitivinicolo. È uno dei rarissimi capolavori agronomici rimasti in Friuli a testimoniare una sistemazione agraria risalente agli anni Cinquanta quando i lavori in collina venivano ancora eseguiti a mano con pratiche secolari. Prima dell’avvento della meccanizzazione l’uomo aveva sviluppato una sapiente conoscenza su come trasformare le pendici dei colli in fertili vigneti. Si tratta di interventi agrari dove si sono ricavati piccoli terrazzamenti che portavano ad ospitare solo un filare. Così nasceva l’architettura del vigneto che conservava intatto il profilo del suolo superficiale originario che in millenni di evoluzione aveva trovato la sua fertilità, preservando inalterata la stratigrafia profonda. Il Ronco della Chiesa rimane oggi forse un unico esempio vivente di questa cultura grazie alla determinazione e alle cure di Nicola Manferrari che ne ha preservato nel tempo l’autenticità.

Al di là dell’aspetto storico e in un certo senso archeologico agronomico, il vigneto preserva l’antica sapienza dell’intervento dell’uomo su ripidi pendii collinari per metter a dimora un impianto senza alterare o erodere la fertilità e il profilo del suolo che nei millenni si è formata dall’evoluzione della roccia madre chiamata Flysch.
Una curiosa e peculiare particolarità del vigneto Ronco della Chiesa risiede nel fatto che anche le piccole infiltrazioni superficiali d’acqua, quando intercettate, sono state canalizzate usando le stesse pietre affioranti, che essendo lamellari permettevano di ricavare dei piccoli collettori interrati a U rovescia, capaci di far defluire le acque evitando il ruscellamento superficiale.

Un museo a cielo aperto
Oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti di dissesto idrogeologico e di eventi metereologici sempre più estremi, il vigneto rappresenta pertanto un museo a cielo aperto di buone pratiche agronomiche che potrebbero, nei suoi fondamentali, diventare valido criterio per i futuri interventi di un sostenibile sviluppo viticolo nel territorio collinare dove il Flysch, la roccia sedimentaria composta dall’alternanza di strati di arenaria (formata da elementi più grossolani come sabbie) e marna (formata da elementi più sottili come l’argilla) conferisce alla roccia un’elevata friabilità e allo stesso tempo la facilità allo scorrimento tra i loro stessi strati.
Il Ronco della Chiesa è un raro esempio vivente di una cultura non ancora aggredita dall’avvento della meccanizzazione, che rappresenta un patrimonio culturale. Un luogo che merita la massima attenzione.
