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Sostenibilità
28/11/2025
Di Sara Missaglia

A Palermo “Interazioni Sostenibili”: la Sicilia del vino immagina i suoi “mondi possibili”

SOStain Sicilia e il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia mettono al centro rigenerazione, misurazione del valore, responsabilità comunicativa e consapevolezza climatica

A Villa Zito, nel cuore elegante di Palermo, la sostenibilità non è stata un esercizio retorico: è diventata un luogo di incontro e di verità. La quarta edizione di Interazioni Sostenibili, il simposio promosso dalla Fondazione SOStain Sicilia, ha scelto un titolo che somiglia più a una promessa che a un tema: “Mondi possibili”. Quelli che siamo chiamati a costruire, passo dopo passo, trasformando modelli produttivi, linguaggi, approcci e responsabilità. La domanda di fondo è rimasta costante, come un basso continuo: quale futuro vogliamo immaginare? E quale ruolo può avere l’agricoltura – e in particolare la vitivinicoltura – nel generare benessere ambientale, equità sociale e valore per le generazioni future?

SOStain Sicilia: un laboratorio aperto tra vigneto, scienza e comunità

SOStain è il programma di sostenibilità della vitivinicoltura siciliana, nato dal lavoro congiunto del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia e di Assovini Sicilia, che hanno dato vita alla Fondazione SOStain per creare una struttura stabile e indipendente. Alla base c’è un disciplinare composto da dieci requisiti minimi, verificati da un ente terzo, che impegna le aziende a percorsi misurabili di responsabilità ambientale e sociale. Oggi la Fondazione conta 43 aziende associate, 33 delle quali già certificate, per un patrimonio di oltre 6.300 ettari e un volume che supera i 23 milioni di bottiglie prodotte secondo criteri di sostenibilità. Durante il suo intervento, Alberto Tasca, presidente della Fondazione, ha voluto ribadire un concetto chiave: la sostenibilità non è una scelta estetica, ma un metodo di lavoro. “La sostenibilità è un metodo basato sulla misurazione: creiamo, misuriamo, acquisiamo consapevolezza e poi miglioriamo”, ha spiegato con chiarezza. E ancora: “Nulla è statico: i requisiti sono minimi ma in movimento continuo. Siamo una start-up della sostenibilità, non siamo arrivati, c’è ancora tantissimo da fare”. Tasca ha insistito su valori che in Sicilia diventano ancora più necessari: una governance trasparente, l’assenza di conflitti d’interesse, la costruzione di un dialogo costante tra imprese e ricerca e la capacità di fare rete tra aziende che, pur essendo potenzialmente concorrenti, decidono di collaborare per il bene comune. “In SOStain abbiamo creato un sistema che parte dai tecnici delle aziende: si siedono allo stesso tavolo, condividono i fabbisogni e attivano la ricerca quando la letteratura non basta. Questo è un patrimonio collettivo”, ha ricordato.

Il simposio a Villa Zito: scienza, impresa e società intrecciate in un unico racconto

Moderato dalla giornalista scientifica Giorgia Bollati (Pianeta 2030 – Corriere della Sera), il simposio ha alternato interventi tecnici e riflessioni di ampio respiro, intrecciando linguaggi diversi ma uniti dalla volontà di immaginare una Sicilia agricola capace di rigenerazione. Nella sessione inaugurale sono intervenuti Chiara Patitucci (Inedita Srl Società Benefit), la professoressa Lucrezia Lamastra (Comitato Scientifico SOStain) e il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana.

Chiara Patitucci: comunicare la sostenibilità è un atto di verità

Il contributo di Chiara Patitucci ha ampliato il tema centrale del simposio: la sostenibilità non è solo azione, ma anche linguaggio, reputazione e trasparenza. “Essere responsabili non è un modo di dire, è un fatto pratico. È allineare ciò che si è con ciò che si comunica”, ha sottolineato. Patitucci ha spiegato come ogni messaggio relativo alla sostenibilità debba poggiare su tre pilastri: la reputazione che un’impresa costruisce nel tempo attraverso scelte coerenti; la credibilità che deriva dalla capacità di connettere ciò che si dichiara a ciò che realmente si realizza; l’empatia necessaria per coinvolgere il consumatore in processi chiari, comprensibili e soprattutto partecipativi. Ha aggiunto che non è possibile comunicare in modo frammentario un tema per sua natura sistemico, ricordando come molti errori di comunicazione nascano dalla distanza tra l’ideale e il reale. “La sostenibilità non può essere spezzettata. È un linguaggio che tiene insieme processi, visione e impatti. E richiede sempre di far capire al consumatore che è parte del percorso”, ha ribadito. Il suo intervento ha ricordato alle imprese che comunicare in modo serio significa anche educare, generare cultura, rendere tangibile la connessione tra scelte e conseguenze. Non è un esercizio estetico, ma un atto di responsabilità.

La scienza come fondamento: misurare per migliorare

La professoressa Lucrezia Lamastra, coordinatrice del Comitato Scientifico SOStain, ha ricordato che il programma è nato nel 2010 come progetto di misurazione, quando la parola “sostenibilità” era ancora poco diffusa e quasi pionieristica. “Senza misura non c’è miglioramento”, ha ripetuto più volte, ricordando l’importanza dell’approccio Life Cycle Assessment, capace di valutare tutte le fasi del ciclo di vita del vino, dalla vigna fino al consumo. Ha spiegato che non esiste un unico indicatore capace di raccontare la complessità della sostenibilità, e che il programma SOStain ha scelto di integrare diversi strumenti – dal protocollo VIVA del Ministero dell’Ambiente alle analisi LCA – proprio per superare le distorsioni generate da una visione parziale. Grazie all’adozione di bottiglie più leggere e di tecnologie energeticamente efficienti, il programma ha già permesso di risparmiare oltre duemilatrecento tonnellate di CO₂ all’anno, un valore che equivale alla capacità di assorbimento di una foresta di quasi novecentocinquanta ettari. Tra i risultati più concreti spicca la bottiglia leggera da 410 grammi, realizzata per il 90% con vetro riciclato locale: non è solo un dato tecnico, ma il simbolo di un cambio di passo. Alleggerire il vetro significa ridurre i consumi energetici in fase di produzione, abbattere le emissioni lungo tutta la filiera logistica e valorizzare una risorsa – il rottame di vetro siciliano – che altrimenti verrebbe dispersa. È un gesto apparentemente semplice, che però racchiude in sé l’idea di economia circolare: ciò che è rifiuto diventa nuovamente materia prima, generando valore ambientale e sociale.

Luca Mercalli: “La Terra ha la febbre. E la vite, prima o poi, alza la bandiera bianca”

Tra gli interventi più attesi, quello di Luca Mercalli ha dato al simposio una profondità globale. Il climatologo ha scelto di non volare fino a Palermo per coerenza etica: un gesto che ha introdotto alla perfezione il cuore del suo discorso. “Se avessi preso un aereo avrei emesso 400 kg di CO₂. È quasi il 6% delle emissioni annuali di un italiano. E allora non avrebbe senso parlarne senza cambiare le mie abitudini”, ha esordito. Mercalli ha descritto lo stato del pianeta con la precisione di chi conosce bene sia i dati sia la complessità dei fenomeni climatici. “La Terra ha la febbre: +1,4°C a livello globale, quasi +2,5°C nel Mediterraneo. È una febbre che non scende”, ha detto, ricordando che il Mediterraneo è uno dei punti più critici del riscaldamento globale. Ha spiegato che il 2023, il 2024 e il 2025 sono gli anni più caldi mai registrati e che i dati dei satelliti non lasciano scappatoie interpretative. Ha parlato delle conseguenze sulla viticoltura siciliana, sottolineando che la vite è resiliente ma non invincibile: “Quando fa troppo caldo la vite alza la bandiera bianca”. Ha ribadito un concetto che si è sovrapposto perfettamente a quanto spiegato da Lamastra: “Ciò che non si misura non si può migliorare”, citando Lord Kelvin e ricordando che la misurazione è il fondamento di ogni azione scientifica. Mercalli ha anche ricordato che gli adattamenti non possono essere infiniti: si può spostare la viticoltura in quota, scegliere esposizioni diverse, mitigare in parte gli effetti del caldo, ma l’elastico dell’adattamento prima o poi si rompe. La soluzione reale rimane la riduzione globale delle emissioni. Ha concluso con una frase forte, che ha segnato il silenzio in sala: “Fare guerra al clima significa perdere in partenza. Le leggi della fisica vincono sempre”.

La Natura come fattore critico di governance e competitività

Nel suo intervento, Manuela Macchi (Chapter Zero Italy) ha evidenziato come la Natura sia oggi uno dei principali fattori strategici per la governance aziendale. La sua centralità non deriva da un orientamento valoriale o da un approccio “green”, ma da una serie di dinamiche concrete che stanno ridisegnando la competitività delle imprese nel breve e nel lungo periodo. La Natura è infatti al tempo stesso leva climatica, origine di rischi e opportunità di mercato, elemento di valutazione per gli investitori e oggetto di un quadro normativo sempre più stringente. Macchi ha ricordato come gli ecosistemi naturali contribuiscano in modo determinante alla lotta al cambiamento climatico: forniscono circa un terzo del sequestro di carbonio necessario per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Senza il supporto della Natura, la neutralità climatica diventa irraggiungibile. Allo stesso tempo, la perdita di biodiversità amplifica gli impatti del climate change, indebolisce la resilienza delle filiere, aumenta l’instabilità delle materie prime e introduce rischi finanziari significativi. È un equilibrio delicatissimo: il 50% del PIL globale dipende direttamente o indirettamente dai servizi ecosistemici, e quasi 900 miliardi di dollari di fatturato annuo sono esposti alle conseguenze del degrado naturale. Parallelamente, la Natura offre uno scenario di opportunità economiche sempre più rilevanti. Le imprese che adottano modelli di business “nature-positive” possono migliorare la qualità e la stabilità delle proprie filiere, ottenere materiali più resistenti e più reperibili, accedere a nuovi mercati e sviluppare prodotti innovativi con impatti ridotti sugli ecosistemi. Questa transizione, secondo le stime presentate da Macchi, può generare fino a 395 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, creando un vantaggio competitivo tangibile per le aziende che scelgono di anticipare il cambiamento. Un ruolo decisivo è giocato dagli investitori. Oltre 200 investitori istituzionali, che gestiscono complessivamente 23 trilioni di dollari, stanno integrando nelle proprie analisi i rischi e le dipendenze legate alla Natura. Chiedono agli amministratori informazioni chiare e strutturate in linea con il framework TNFD (Taskforce on Nature-related Financial Disclosures) e con il Global Biodiversity Framework, che nel suo Target 15 invita le imprese a rendicontare in modo trasparente le proprie con la biodiversità. Anche il contesto normativo rafforza questa direzione. La CSRD, la nuova direttiva europea sul reporting di sostenibilità, richiede alle aziende di presentare dati completi e verificabili sui propri impatti ambientali e sociali. La CSDD, direttiva sulla due diligence lungo le catene del valore, obbliga invece a identificare e prevenire gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente anche al di fuori dei confini aziendali. Parallelamente, il regolamento EUDR impone che i prodotti immessi sul mercato europeo non siano collegati alla deforestazione e richiede una tracciabilità precisa delle materie prime. Queste norme, insieme agli standard in via di definizione in Regno Unito e in altri Paesi, rafforzano un quadro in cui la Natura è sempre più un parametro misurabile, monitorabile e soggetto a responsabilità. Non stupisce quindi che 733 aziende globali, per un valore complessivo superiore a 4 trilioni di dollari, abbiano già annunciato l’adozione della TNFD. È la dimostrazione che la Natura è diventata un fattore critico di governance e competitività, un elemento imprescindibile per costruire valore, ridurre i rischi e garantire la resilienza futura dell’impresa.
Secondo Macchi, è proprio da qui che passa oggi la capacità delle aziende di immaginare e guidare il futuro.

Il ruolo storico e contemporaneo del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia

La sostenibilità in Sicilia non nasce nel vuoto: affonda le radici in una storia viticola millenaria, iniziata con l’arrivo dei Fenici tra l’VIII e il VII secolo a.C. La Doc Sicilia, riconosciuta nel 2011, ha trovato nel Consorzio di Tutela un presidio capace di tutelare, valorizzare e promuovere un patrimonio unico. Dal 2014 il Consorzio opera con incarico erga omnes, rappresentando di fatto l’intero universo produttivo della denominazione. I numeri raccontano un’identità in crescita: oltre ventimila ettari rivendicati, più di settemila viticoltori, cinquecento imbottigliatori e oltre seicentomila ettolitri imbottigliati nel 2024. La visione è chiara e coerente: la Sicilia deve valorizzare la sua naturale vocazione alla sostenibilità, diventando un modello internazionale grazie al suo clima, alla biodiversità e a un approccio produttivo sempre più orientato alla qualità, alla freschezza e alla versatilità.

SOStain e Doc Sicilia: mondi possibili che stanno già accadendo

“Interazioni Sostenibili” non è stato solo un simposio: è stato un momento di verità collettiva, un esercizio di consapevolezza e di responsabilità condivisa. La Fondazione SOStain sta costruendo un sistema di misurazione e miglioramento continuo che unisce scienza, impresa e comunità; il Consorzio Doc Sicilia custodisce un’identità viticola che mette insieme storia, cultura e innovazione. Tra vigneti e cantine sta già accadendo ciò che il simposio ha evocato con forza: bottiglie più leggere, maggiore efficienza energetica, ricerche applicate, monitoraggi costanti sul suolo e sull’acqua, controlli sui residui, narrazioni più trasparenti, produttori che diventano moltiplicatori culturali, comunità sempre più partecipi. E soprattutto un principio finale, condiviso da tutti i relatori, che ha chiuso idealmente la giornata: la sostenibilità riguarda tutti. È un impegno che non si può delegare, un processo che unisce scelte individuali, responsabilità aziendali e decisioni politiche. È un linguaggio, un metodo, un percorso e un dovere. È proprio in questa alleanza – tra persone, imprese, territori e scienza – che i “mondi possibili” evocati a Palermo non restano visioni astratte, ma diventano mondi reali, quotidiani, concreti. Mondialmente necessari.

Sara Missaglia
Sara Missaglia

Giornalista, Sommelier, Degustatore Ufficiale e Relatore dell’Associazione Italiana Sommelier è milanese DOCG (Ambrogino d’oro 2018) e ama la Valtellina, che ha conosciuto e frequentato sin da bambina. Racconta di vino e dintorni per alcune riviste e testate giornalistiche, collaborando alla redazione delle Guide Vitae e Viniplus. È autrice del libro “Valtellina. In alto i calici” edito da Bellavite Editore. Esperta di comunicazione, è docente abilitato ai corsi AIS, wine educator in ambito enogastronomico, Degustatore Esperto della Regione Lombardia e Visiting Professor presso la Scuola di Enologia di San Michele all’Adige. È inoltre commissario degustatore in alcuni concorsi sul territorio nazionale e organizza eventi per la diffusione e la promozione della cultura del vino. Si occupa infine di copywriting e naming design nel marketing e nella comunicazione social e web. Vive a Milano dove è nata ma, appena possibile, lascia la city e, con passione e desiderio di nuove scoperte, torna sempre in vigna.

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