I luoghi comuni sulle donne del vino: un esempio concreto
Come tutti gli altri ambiti della vita pubblica, il mondo del vino è farcito di luoghi comuni. Anzi, nel comparto vitivinicolo italico, che ha numeri rispettabili per il bilancio economico della Patria, i cliché più o meno ammuffiti sono in speciale misura sovrabbondanti. Se poi agli stereotipi “standard” sul vino si aggiungono quelli che riguardano le donne del vino, ne risulta una miscela di pregiudizi, battute infelici, stereotipi particolarmente intossicante.
Cliché e ritornelli banali
Ora, a questi cliché ci si può accostare sdrammatizzandoli con leggerezza e ironia, oppure riproponendone stancamente i ritornelli più banali. Per parte mia, mi terrò alla seconda strada: non molte idee, tutte o quasi ovvie.
Per cominciare non dico nulla di nuovo sottolineando che la maggior parte delle donne che fanno vino – nel senso proprio della cura del vigneto e della vinificazione, e non solo della proprietà di un’azienda – ha particolare sensibilità ed energia. Spesso, molto spesso: non sempre e comunque per statuto biologico, beninteso.
La spiegazione “sessista” è ovviamente inconsistente, almeno in prima battuta, cioè nel senso più banalmente genetico; è più interessante immaginare un problema sociologico all’interno del mondo dei produttori di vino, nella stragrande maggioranza dei casi storicamente maschi e anche piuttosto conservatori. Se questa deduzione tagliata con l’accetta è vera, le donne che fanno vino devono farsi largo con capacità e doti molto particolari.
L’incontro con Christine Vernay
Un’ennesima dimostrazione a questa rozza ma funzionale tesi l’ho avuta conoscendo, ormai molti anni fa, Christine Vernay, all’epoca – e ancora oggi – una delle più dotate produttrici di vino del mondo. Figlia di Georges, figura chiave negli anni Settanta per la crescita qualitativa dei vini del Rodano settentrionale (e segnatamente dell’appellation Condrieu), Christine ha doti significative nel fare vino. I suoi Côte Rôtie, rossi peraltro eccellenti, sono addirittura superati dalla straordinaria qualità dei diversi imbottigliamenti di Condrieu, sui quali di solito svetta un Coteau de Vernon (da vigne vecchie) di commovente intensità espressiva. Come scrivono i colleghi (pluricitati) Bettane e Desseauve, “mentre lo stile dei Condrieu cerca sempre più spesso la ricchezza (in zuccheri per le vendemmie tardive, in grasso, corpo e legno per le cuvée “normali”), Vernay si distingue per il suo senso innato dell’equilibrio e per la sua decisa volontà di rispettare soprattutto l’armonia del vino. I diversi Condrieu sono quindi marcati da una freschezza reale, da un carattere ‘aereo’ che non è frequente nella denominazione”.
A quella lontana conversazione con Christine ho ripensato alcuni giorni fa, ritrovando in magnifica forma un suo bianco attuale, il Condrieu Coteau de Vernon 2022. Un bianco di grande luminosità, slanciato, puro, cui bisogna concedere solo qualche minuto di aerazione perché mostri tutte le sue doti aromatiche e gustative. Un bianco, peraltro, molto diverso da certe versioni dolci e slabbrate che la regione offriva in passato.

Fare un grande bianco
Su questo punto ricordo che alla mia domanda canonica: “Fare un grande bianco è più difficile che fare un grande rosso: ammesso che una semplificazione di questo genere abbia un senso, lei è d’accordo?”. Lei rispose: “In generale senz’altro sì. L’uva bianca è più delicata, ogni intervento è irreversibile, mentre lavorando uve rosse ci sono più margini di manovra in cantina. Non c’è possibilità di fare errori vinificando un bianco, si lavora per così dire senza rete. Noi comunque siamo fortunati: nel Rodano il viognier non dà di solito bianchi molto longevi, ma a Condrieu e in poche altre aree – come nella confinante microdenominazione di Château Grillet – i terreni granitici e le vecchie vigne, che vanno molto in profondità, costituiscono un’eccezione. I nostri bianchi possono affrontare molti anni di maturazione”.
Ecco, se c’è un elemento convenzionale che può avere un quale debole legame con la realtà statistica delle cose, una vignaiola ha non di rado un approccio elastico e intuitivo, dote che nel mestiere di fare vino di solito aiuta molto: “Agli inizi pensavo che fosse più difficile vinificare, ora il mio impegno maggiore è nell’interpretare i vari passaggi agronomici: appena vedo l’uva di una vendemmia, mi vengono subito delle idee. E comunque, nel mio lavoro non servono sistematicità e protocolli rigidi, ma flessibilità e intuizione”.
