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Vino e Cultura
29/12/2025
Di Roberto Lacarbonara

Barolo Wine Museum. Dall’universale al particolare… e viceversa

Pochi vini al mondo possono vantare la storia, il lignaggio e la popolarità del “Vinum regum, rex vinorum”: il Barolo. Un gigante dell’enologia mondiale che appartiene all’immaginario collettivo come una bandiera, un patrimonio che alimenta l’intero comparto nazionale traghettando il vino italiano verso le massime espressioni di eccellenza.
Il Barolo ha saputo, negli anni, imparare a raccontare sé stesso e il magnifico territorio delle Langhe, patrimonio Unesco, avvicinando un pubblico ampio e qualificato, anche grazie alla capacità di divulgazione storica e culturale svolta dal WIMU Wine Museum, fondato 15 anni fa nel castello Falletti, dove ha sede anche l’Enoteca Regionale del Barolo, capace di rappresentare gli undici Comuni della Denominazione e i suoi oltre duecento produttori associati.

Coinvolgimento con immersività e interazione

La visita al museo di Barolo sorprende per l’innovazione del modello museale ed espositivo, ma anche per la capacità di proporre un ampio coinvolgimento del pubblico, anche attraverso strumenti di immersività e interazione.
Frutto dell’estro di François Confino, designer di allestimenti e mostre in tutto il mondo, il Wimu riesce a superare l’idea di essere una semplice vetrina o un elenco di feticci – oggetti arcaici e archeologici, strumenti tecnici e tediose spiegazioni – per proporre al pubblico un’articolazione ampia, stratificata e agile dei contenuti storici e delle curiosità enologiche, consentendo a ogni visitatore di muoversi in misura del proprio interesse o delle conoscenze da wine addict.
“Per me era fondamentale – racconta il progettista svizzero – creare un percorso di visita poetico. Non un luogo dove si apprende come si fa il vino, ma un luogo che parli del rapporto tra noi e lui”.

Il castello Falletti

Baricentro cittadino e custode dell’intera valle, il castello vanta una storia millenaria le cui tracce risalgono al X secolo, ma la configurazione attuale è legata agli interventi dei Marchesi Falletti sul finire del XIX secolo, quando la nobile residenza di campagna accoglieva ospiti eccellenti, tra i quali lo scrittore e patriota Silvio Pellico, amico dei marchesi e responsabile della biblioteca di famiglia.
Quattro i piani e 25 le stanze occupate attualmente dal museo, dalla terrazza panoramica alle cantine interrate del castello, secondo un percorso da compiere verso il basso come in una graduale discesa nella storia e nel racconto, ma anche secondo una narrazione che sembra condurci dall’universale – il mondo del vino e delle sue civiltà – al particolare: il caso Barolo, “il” vino per eccellenza.

Un viaggio nel tempo

Si comincia, infatti, da un’intera sezione storica, “I tempi del vino”, declinando il concetto di tempo al plurale: il susseguirsi di epoche e culture, il lavoro incessante della natura – ben oltre la limitata visione antropocentrica – e il ciclo vitale della vite e delle uve: una sorta di straordinaria “enosfera” che contiene l’immensità della vita di questo frutto e delle sue trasformazioni. Accattivante la prima sala dedicata al “Bar delle divinità”: sequenza di effigi sacre collegate alla terra e al vino nel culto di società distanti e differenti.

Così come in sala 7, “Le radici della vita”, ci si immerge in una installazione degna di un museo d’arte contemporanea, ricordando le geometrie di terra di Pino Pascali e “Le socle du monde” di Piero Manzoni.
“Dire, fare lavorare”, la nona e ultima sala del terzo piano, è un inno al valore sinergico e olistico della relazione uomo-natura: “il risultato è armonia, come una musica invisibile che sgorghi dalle dita di un pianista”.

Il vino nella storia e nelle arti

Scendendo al secondo piano – senza mai abbandonare gli scorci incredibili che il castello regala con le sue finestre a guardia delle colline circostanti – siamo nel cuore delle più antiche civiltà, questa volta dipanando un lungo nastro cronologico in 57 “cronogrammi”, brevi e piacevoli pillole di conoscenza aneddotica su una storia che inizia 11mila anni avanti Cristo (con la provvidenziale scoperta di bevande fermentate da parte di cacciatori e raccoglitori del Paleolitico) e finisce… chissà quando: “La storia continua”, recita l’ultimo pannello, raccontando l’infinita capacità di rinnovamento del vino.

Questo piano, intitolato “Il vino nella storia e nelle arti”, non delude la sua premessa interdisciplinare: “L’atelier del pittore” ci porta in uno studio d’arte tra tavolozze, pennelli, colori e una sequenza di proiezioni sul tema vino-pittura, dal Rinascimento di Del Cossa e Bellini, al Barocco di Caravaggio, Rubens e Carracci, fino all’Impressionismo di Cezanne, Monet, Toulouse Lautrec e alle avanguardie del Novecento, dal Cubismo alla Metafisica e al Surrealismo. Un vino per ogni epoca dell’arte. Stesso dicasi per le tre sale successive dedicate alla Musica, alla Letteratura e allo “Schermo divino” con tanto di saletta cinematografica e grandi titoli cult: “Blood & Wine”, “Il pranzo di Babette” e l’inossidabile “Un’ottima annata”.

Il Barolo e i suoi protagonisti

Il primo piano è invece dedicato a “lui”, il padrone di casa, il Barolo e suoi protagonisti: tra inventori, sperimentatori, divulgatori e interpreti, ci ritroviamo al “Banchetto dell’armonia” nel Salone delle quattro stagioni. Tra il marchese Carlo Tancredi e sua moglie Juliette Colbert, trovano spazio figure di spicco del Risorgimento Italiano come Silvio Pellico e Camillo Benso Conte di Cavour, ma anche volti di paese che rivivono in sagome a grandezza naturale ritrovando la parola.
Infine, dopo aver attraversato il “Collegio Barolo e il Tempio dell’Enoturista” al piano -1 – testimonianza dell’ultima delle trasformazioni del castello, allorquando la marchesa Giulia dà vita a una scuola, per anni unica opportunità di studio per i giovani della zona – si giunge nelle suggestive cantine dove la visita volge al termine nell’Enoteca Regionale del Barolo, nata nel 1982. La prestigiosa vetrina della produzione vinicola del Barolo è forse il luogo più indicato per “cominciare” questa esperienza tra i nebbioli delle ben 181 MGA ufficiali (menzioni geografiche aggiuntive). E qualcosa mi dice che una visita soltanto non basterà!

Roberto Lacarbonara
Roberto Lacarbonara

Giornalista e docente universitario all’Accademia di Belle Arti di Lecce, collabora con il quotidiano La Repubblica e con periodici nazionali di settore artistico e culturale. È Sommelier dal 2011 e Relatore AIS dal 2022.

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