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Vini del Mondo
20/01/2025
Di Redazione AIS

Il vino sopra il tetto del mondo: in Tibet la vendemmia estrema a 3.700 metri

Una piccola partita di bottiglie prodotte sull’altopiano tibetano ha raggiunto Hong Kong, segnando il debutto internazionale dei vigneti più alti del mondo. Come riporta Morris Cai su Vino Joy News, aziende come Pazhu Vineyard sfidano l’altitudine per creare vini dai profumi unici, simili al prezioso fungo Cordyceps. È la scommessa di un’industria nascente che attira investitori ma combatte contro costi logistici proibitivi e una natura impietosa.

Se in Italia definiamo “eroica” la viticoltura che si inerpica sui terrazzamenti della Valtellina o sulle pendici dell’Etna, quanto sta accadendo in Cina costringe a rivedere i parametri della sfida tra uomo e natura. Immaginate di coltivare la vite a un’altitudine superiore alla punta della Marmolada, dove l’aria è rarefatta e il concetto di agricoltura sembra sfidare la logica: è esattamente ciò che accade sull’Altopiano del Tibet, protagonista di una notizia curiosa e affascinante riportata da Morris Cai su Vino Joy News. Per la prima volta, un piccolo lotto di vini prodotti a quelle quote vertiginose ha varcato i confini della Cina continentale per approdare sul mercato di Hong Kong.

Si tratta di una spedizione dal valore fortemente simbolico: appena 84 bottiglie, tra Ice Wine e bianchi secchi, prodotte dalla Pazhu Vineyard, un’azienda situata a Shannan, nel Tibet meridionale. Qu Tianwen, proprietario della cantina, ha confermato che altri ordini sono in arrivo, spinti soprattutto dalla curiosità di chi, dopo aver visitato quei luoghi mistici, vuole ritrovare nel calice l’emozione delle vette. Ma non è solo suggestione turistica: i vigneti di Pazhu, piantati a partire dal 2011 nelle valli dei fiumi Lhasa e Yarlung Tsangpo, si trovano tra i 3.507 e i 3.716 metri, un dato che ha permesso all’azienda di ottenere il Guinness World Record per il vigneto più alto del mondo.

L’aspetto più intrigante per un appassionato, tuttavia, risiede nel profilo sensoriale di questi vini. Un acquirente di Hong Kong ha notato che l’Ice Wine, una volta ossigenato nel bicchiere, sprigionava aromi che ricordano il cordyceps, un fungo medicinale parassita (noto come “fungo bruco”) estremamente prezioso nella medicina tradizionale cinese e tipico dell’altopiano. Non è suggestione: le analisi dell’Accademia Cinese delle Scienze hanno confermato la presenza di due molecole proteiche tipiche proprio del fungo. Come sottolinea Qu, questa firma aromatica è il riflesso diretto di un ambiente unico e irripetibile.

L’interesse per il terroir tibetano non è sfuggito agli esperti. La critica ed educatrice Sophie Liu, profonda conoscitrice della regione, spiega che il segreto risiede in una combinazione geografica rara: altitudine estrema unita a una latitudine relativamente bassa. Questo mix garantisce una luce solare fortissima, aria sottile e escursioni termiche giorno-notte brutali, condizioni che permettono alle uve di maturare completamente mantenendo però un’acidità elevatissima. Il risultato sono vini dal profilo pulito, concentrato e con tannini “tesi”, caratteristiche tipiche dei grandi vini di montagna.

Non stupisce quindi che anche i big del vino cinese stiano investendo lassù. La Xige Estate, colosso della rinomata regione del Ningxia, ha annunciato un progetto per una cantina boutique a Chamdo, nel Tibet orientale, confermando che questa regione non è più solo terra di orzo e yak, ma una nuova frontiera enologica che conta già otto aziende produttrici.

Tuttavia, produrre vino sul “tetto del mondo” resta un’impresa titanica. Cai evidenzia ostacoli strutturali enormi: la logistica è un incubo, con costi di trasporto su gomma due o tre volte superiori rispetto alla Cina orientale e una catena di approvvigionamento inesistente che costringe a importare tutto, dai tappi alle bottiglie. A ciò si aggiunge il rischio agronomico: il gelo, i venti forti e la carenza di ossigeno rendono l’attecchimento delle piante lento e imprevedibile. A Pazhu, alcune viti hanno impiegato dieci anni prima di produrre frutti vinificabili.

Questa tenacia nel perseguire la qualità in condizioni impossibili ci ricorda che l’eccellenza è sempre frutto di una lotta contro i limiti, geografici o culturali che siano. È lo stesso spirito che anima i grandi protagonisti della nostra enogastronomia, capaci di trasformare le difficoltà in opportunità creative e di mantenere standard elevatissimi in un mercato in continua evoluzione.

Redazione AIS
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