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Vino
26/01/2026
Di Fabio Rizzari

Fondi di bottiglia

Uno sport diffuso tra enofili è quello del cosiddetto binge drinking, ovvero dell’apertura compulsiva e irrefrenabile di un numero esagerato di bottiglie. Quella che parte come una normale serata di bevute, magari a tema (“dai, facciamo una mini verticale di Brunello di Montalcino Poggio di Sotto”) degenera in un’orgia stappatoria dove niente si salva, nemmeno i vasi di fiori del soggiorno.

Serate “a semaforo rosso” o “verde”

Con l’età mi capita sempre più raramente, ma nella fascia 30-45 anni non mi sottraevo a questa pratica, anche se difficilmente la cadenza superava le due/tre volte all’anno. Potevano essere serate che chiamavamo “a semaforo rosso”, perché per un motivo o per l’altro ogni bottiglia aperta deludeva le attese: un rosso ossidato, quell’altro in riduzione ostinata, quell’altro ancora alterato dal tappo difettoso, eccetera. E quindi occorreva riscattare quella serata infelice insistendo fino a trovare finalmente il vino redentore.
Oppure potevano essere all’opposto serate “a semaforo verde”, dove il piacere del vino appena bevuto spingeva a scendere in cantina per due, tre, cinque altre stappature sulle ali dell’entusiasmo alticcio.
Una conseguenza classica di queste occasioni sono le rimanenze vinose della sera precedente. Fondi di bottiglia in quantità variabili: appena un dito (mignolo) residuo nel magnifico Vosne-Romanée x, mezza bottiglia nel Pommard y che si era mostrato duro e tannico appena aperto, qualche centimetro nel Barolo in configurazione evoluta, ma ancora vitale, stappato per ultimo.

Rimanenze eccellenti

Un ricordo speciale riaffiora se penso a questo tema. L’esordio di quella che sarebbe stata di lì a poco una giornata di lavoro per la guida espressica, una mattina del 2008, nelle sale panoramiche del tristellato La Pergola a Roma.    
La sera precedente nel locale era stata stappata più o meno la metà dell’intero patrimonio mondiale in bottiglie d’epoca. Per intenderci, il vino più “scarso” era Cheval Blanc 1934. Tra i partecipanti, chef pluridecorati, collezionisti, inarrivabili degustatori, uomini d’affari, grandi ufficiali di fantozziana memoria.
Non ero, ahimé, tra i fortunati commensali. Quando sono arrivato, la mattina successiva, il posto ancora scintillava di una debole luminosità residua, come dopo un’apparizione. Grazie alla generosità del leggendario Marco Reitano, sommelier del sontuoso ristorante, ho potuto mettere il naso su qualche rimanenza, vale a dire nelle bottiglie lasciate dopo l’iperuranico banchetto.
I convenuti, evidentemente debordati da tanta grazia, avevano lasciato un quarto di bottiglia lì, un paio di centimetri là, addirittura una mezza bottiglia ancora più in là. Apprestandomi a “ruspare” tra i residui, mi è tornata alla mente una bella scena di un film poco conosciuto, per me tra i migliori che abbiano un soggetto enogastronomico, Tampopo. Nella pellicola un gruppetto di barboni, che vivacchia nei vicoli vicino a un grande ristorante, assaggia quello che trova tra i rifiuti; una sera uno di loro pesca un quarto di bottiglia di Pichon Lalande 1980, che viene degustato e commentato con sorprendente professionalità (“come sapete, il 1980 è stata una cattiva annata per i Bordeaux, ma questo Pichon Lalande è splendido: molto leggero, ma intenso, e dal finale lunghissimo”). Quanto agli assaggi specifici delle suddette rimanenze, ahinoi non ne rievoco i dettagli; ricordo confusamente di essere rimasto sbalordito da un Clos Fourtet 1945 ancora in forma smagliante. 

Un’ultima possibilità

Senza arrivare a grandi Château bordolesi, anche vini meno noti possono riservare piacevoli sorprese se riassaggiati dopo un giorno o due, o anche dopo una settimana. E pure oltre: tempo fa Francesco Paolo Valentini, dell’illustre firma abruzzese, mi disse che in famiglia bevevano con gusto Trebbiano e Montepulciano aperti anche tre settimane prima.
Quindi, se alla fine di una bella bevuta vi rimane il fondo di una bottiglia, prima di farci un arrosto lasciatelo in frigo e dategli una possibilità.

Le foto sono di Thomas Thompson, Anastasiya Badun e John Murzaku su Unsplash.

Fabio Rizzari
Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, a cominciare da Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. È relatore per l’Accademia Treccani.

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