Il caso Sangiovese: ha fatto la gloria della Toscana, ma avrebbe origini siciliane
Ecco perché anche in Sicilia i produttori lo amano
Il Chianti Classico. Il Brunello di Montalcino. Il Morellino di Scansano. Il Vino Nobile di Montepulciano. Potremmo proseguire l’elenco dei grandi vini toscani a base di sangiovese. Se dici sangiovese pensi subito alla Toscana. Al massimo possiamo ammettere l’esistenza del sangiovese di Romagna. E pazienza se sappiamo che questa uva rossa, estremamente adattabile e resistente, in realtà si trova sparsa qua e là in altre regioni: nell’immaginario collettivo il sangiovese è il simbolo della Toscana. Punto.
Le prime ricerche hanno da sempre documentato la presenza storica del sangiovese nel Centro Italia, specialmente in Toscana, sin dal periodo etrusco, andando a cementificare il legame del vitigno con quel territorio che negli anni ha regalato alcune fra le migliori espressioni dell’enologia italiana.
Eppure, sarebbe disonesto ignorare i fatti. Fatti che vedono la presenza storica del Sangiovese in molti territori della Sicilia, specialmente sull’Etna. Anzi, c’è una ricerca seguita da Attilio Scienza, Ordinario di Viticoltura presso l’Università degli Studi di Milano, che arriva esplicitamente alla conclusione che il sangiovese sarebbe un vitigno originario dell’Italia meridionale, come hanno dimostrato i rapporti genetici con alcuni vitigni calabresi e siciliani.
Al di là di questo aspetto, ricordiamo che è stata istituita proprio una denominazione, la Sicilia Doc Sangiovese, che conferma come la presenza del sangiovese nell’isola non è solamente sporadica e che in molti territori è tenuto in considerazione.
Il Sangiovese sarebbe nato in Sicilia
In particolare, come si legge su un documento scritto dallo stesso enologo e riportato sul sito dell’azienda Trigona, “l’attribuzione del vitigno alla cultura etrusca, fatta in passato da più autori di formazione idealista, è stata recentemente messa in discussione dai risultati dell’analisi del DNA. Infatti, in seguito all’analisi delle parentele genetiche del Sangiovese, si è evidenziato che gran parte dei vitigni che hanno contribuito al suo pedigree sono di origine calabrese e siciliana e sarebbero il frappato, il gaglioppo, il nerello mascalese, il perricone, il greco nero, il catarratto e il ciliegiolo”.
Questo significa che, pur mantenendo intoccabile il valore dei grandi rossi toscani, bisogna riconoscere che se qualche produttore siciliano in epoche passate o in tempi recenti ha provato a coltivare e produrre vini da sangiovese, non deve sembrare una forzatura bensì come un naturale ritorno alle origini per il sangiovese. D’altronde, la recente storia dell’enologia ci insegna che il concetto di vitigno autoctono resta alquanto relativo o comunque da individuare con meno rigidità.
In tal senso il sangiovese rappresenta l’esempio più calzante, dato che viene inserito fra i vitigni autoctoni toscani ma che, in base alle nuove ricerche, appare del tutto chiaro che le sue origini non lo siano.

Fictilia di Trigona: il sangiovese storico coltivato nei pressi del fiume Simeto
La testimonianza pratica di ciò che asserisce il Professor Scienza arriva proprio dal racconto di Vincenzo Trigona, viticoltore della provincia di Catania, che porta avanti oggi, insieme alla sorella Carmela, il lavoro della famiglia Trigona, fra le più antiche dell’aristocrazia siciliana: “A nostra memoria la presenza di questo vitigno in Sicilia è di lunghissima data perché noi coltiviamo questa varietà almeno da 200 anni, perché fondamentalmente, per nostra memoria il Sangiovese è stato sempre tra i nostri vigneti, per secoli”, spiega il produttore siciliano, che riporta appunto la ricerca di Attilio Scienza, che asserisce come “il cugino prossimo del sangiovese si è dimostrato essere, non l’ho dimostrato io ma l’Università di Milano, il nerello mascalese”.
Già, il vitigno che ha portato in auge l’Etna del vino, assoluto protagonista da quasi vent’anni dei mercati nazionali e internazionali, sarebbe imparentato con uno dei più iconici vitigni italiani, da sempre indicato come toscano: “Anche in Calabria si sono trovati vitigni che hanno dei geni in comune col Sangiovese – prosegue Trigona – , per cui, diciamo che esistevano già degli impianti di sangiovese, non in montagna ma in territori collinari o nelle zone marittime e nelle zone alluvionali della piana di Catania. E ancora oggi nella provincia di Catania e anche nella provincia di Enna noi stiamo proseguendo con la coltivazione di questo vitigno”.
Le testimonianze e le ricerche farebbero pensare che almeno fino all’Unità d’Italia il sangiovese fosse un vitigno sviluppato prevalentemente in Calabria e in Sicilia. Poi, con l’Unità, qualcosa cambiò e progressivamente il vitigno divenne molto diffuso in Toscana e in altre zone del Centro Italia mentre al Sud restò veramente ben poco.
L’azienda Trigona produce un blend di Cabernet Sauvignon e appunto Sangiovese e “Fictilia”, il Sangiovese in purezza prodotto proprio nella zona alluvionale della piana di Catania, nei pressi del fiume Simeto.
Il vino ha riposato quasi tre anni in legno ed esprime tanta acidità ma anche complessità data dall’invecchiamento in tonneaux. Il colore è profondo mentre al naso la frutta sciroppata prende il sopravvento su altri sentori, compresi quelli di tabacco dati dal contatto con il legno. In bocca la persistenza è presente ma senza dubbio è l’intensità al sorso che colpisce. L’annata corrente, quella assaggiata, è la 2019.

Etna e sangiovese: un binomio stranamente familiare
Al di là dell’azienda Trigona, che continua a coltivare sangiovese nella piana di Catania (e in parte in provincia di Enna), il sangiovese avrebbe, come accennato in precedenza, come cugino il nerello mascalese, la cui “casa” è l’Etna. Ebbene, proprio sulle pendici del vulcano attivo più grande d’Europa, si sono ritrovate negli anni tante piante di sangiovese.
“I contadini più anziani della zona lo chiamano uva francese. Per loro o è nerello mascalese oppure è uva francese quella che non si riconosce. Poi andando a controllare ti rendi conto che è proprio sangiovese grosso”, racconta Giuseppe Lazzaro, piccolo viticoltore che produce nerello mascalese e altre varietà locali fra il versante Est dell’Etna, quello Nord e quello Ovest. La presenza di sangiovese sull’Etna per lui non è una novità tanto che lo scorso anno ha deciso di iniziare degli esperimenti con “l’uva francese” e provare a mettere in produzione proprio un sangiovese dell’Etna: “Lo scorso anno ho fatto una prova e ho vinificato poco più di 200 litri da sangiovese. Assaggiandolo non mi aveva entusiasmato molto per cui quest’anno ho deciso di riprovarci, con una quantità maggiore e dai primi assaggi mi sembra di aver corretto gli errori. A marzo vedremo il risultato finale e magari potrei anche decidere di iniziare la produzione di Sangiovese”, prosegue nel racconto il viticoltore etneo.
Lazzaro, un vero custode della tradizione vitivinicola del territorio, spiega proprio che questo vitigno è assai diffuso e ben si sposa con il territorio dell’Etna vinicola, andando ad aggiungere più colore e quantità a una produzione come quella del nerello mascalese che deficita proprio di queste caratteristiche la maggior parte delle volte.
Lazzaro racconta anche un’esperienza che dice molto dell’argomento: “Un amico mi ha chiamato un po’ di tempo fa e mi dice che sul versante Nord la sua famiglia ha delle vigne, non giovanissime ma nemmeno molto vecchie, e vorrebbe che le curassi io. Io gli chiedo che uva fosse e lui mi risponde candidamente che si trattava di nerello mascalese. Un giorno andiamo a vedere questi pochi ettari e capire lo stato delle vigne e mi rendo conto che di tutte le vigne, il 10% circa era nerello mascalese mentre la restante parte era sangiovese grosso”.
Insomma, l’Etna sarebbe “piena” di sangiovese e spesso e volentieri nei decenni precedenti non veniva nemmeno riconosciuto.

Le vigne migranti di Losi portano anche il sangiovese
Una volta chiarito che la Sicilia, molto probabilmente, sarebbe l’originaria terra del sangiovese, appare perfettamente coerente proseguire il viaggio del sangiovese siciliano verso Sud, fra la provincia di Siracusa e quella di Ragusa.
Partiamo con Losi – Vigne Migranti, il progetto enologico della famiglia Losi, di origine proprio Toscana, di Val D’Arno. La mescolanza e l’ibridazione fra i vitigni, siciliani e non, rappresenta la cifra stilistica di tutta la linea dell’azienda, che ha diversi ettari nel territorio di Noto e alcuni ettari nelle campagne di Pozzallo. Proprio a Pozzallo, uno dei primi borghi marinari del ragusano, la famiglia Losi coltiva il “Fra Terre”, il Sangiovese in purezza appunto, che viene prodotto a circa 500 metri dal mare.
“Quando mio padre, originario della Toscana, decise di piantare qui delle vigne, scelse il Nero d’Avola e il Sangiovese, quindi, il vitigno simbolo del luogo e quello del territorio da cui proveniva. Per lui era importante tutto ciò. E Fra Terre è proprio la sintesi della nostra azienda, ovvero l’incontro fra terre diverse che dialogano dentro il bicchiere”, spiega Luca Losi, che attualmente gestisce insieme al fratello l’azienda di famiglia.

“Qui a Pozzallo ha avuto inizio tutto – prosegue Losi –. Sempre per passione, questo è importante da sottolineare. Mio padre era appassionato di vino e viticoltura e ha trasmesso a noi tutto ciò. Col tempo abbiamo provato ad ampliare la produzione, sperimentare, fino ad arrivare ad avere tre diverse zone produttive distribuite nel Val di Noto.”
“Il nostro Sangiovese è un vino che oggi riflette molto la passione di mio padre per questo vitigno ma che è inserito in un contesto siciliano ben preciso. Le vigne si sono adattate bene sin da subito segno che il clima e il terreno gli sono stati favorevoli”, prosegue Losi.
E Fra Terre, il Sangiovese in purezza di Losi, in effetti porta con sé quell’idea di contaminazione che solo la passione per il vino può supportare con ottimi risultati.
Alla vista e al naso non si distaccano molto dal più celebre Sangiovese toscano. In particolare al naso una prugna croccante e un melograno si incontrano felicemente, tenuti insieme da un lieve sentore di timo. Il sorso, pur accentuando l’acidità tipica della zona di produzione rivela una buona morbidezza, aiutata dal breve passaggio in botte.

Sangiò di Sultana: anche a Pachino il Sangiovese trova casa
Il sangiovese in Sicilia fa tappa anche fra Pachino e Noto, zona tradizionale per la viticoltura del Val di Noto.
A portare nelle assolate terre del Sud Est siciliano il Sangiovese è l’azienda Sultana, che da cinque generazioni produce vino, principalmente Nero d’Avola. Col tempo ha ampliato la produzione, arrivando oggi a produrre e commercializzare 6 diverse etichette, anche se già è in programma di allargare ulteriormente la linea.
“Ho scelto di piantare il sangiovese soltanto perché è un vitigno che mi piace”, racconta Corrado Sultana, l’enologo di famiglia Sultana.
“Qualche anno fa ho partecipato in Toscana a uno stage in cui si parlava del sangiovese. E da lì mi venne in mente l’idea di piantarlo nei nostri terreni calcarei e vedere il risultato”, spiega l’enologo.

E così è stato: con 1500 viti Sultana ha realizzato il suo Sangiò. L’annata 2024 ha visto la produzione di poco meno di 2000 bottiglie e la 2025 probabilmente si attesterà sulle stesse cifre o forse anche qualcosina in più.
“Oltre alla tipologia di vino che viene fuori, che gradisco molto e che secondo me viene anche valorizzato dal nostro territorio – prosegue Sultana – il sangiovese è straordinariamente produttivo in termini di resa e incredibilmente resistente alle principali malattie delle viti. La peronospora quest’anno ha condizionato molto il raccolto di tutti i produttori del Val di Noto e in effetti ho raccolto il 30-40% in meno di nero d’Avola quest’anno. Eppure, il sangiovese ha resistito, mantenendosi più o meno sulle rese standard, segno che è un vitigno molto adattabile e molto resistente”.
Il “Sangiò” si mostra come una piccola sorpresa del Val di Noto enologico, che coniuga perfettamente lo stile “caldo” dei vini del territorio con una eleganza e piacevolezza che ricordano appunto la Toscana, segno che alcune caratteristiche insite del vitigno rimangono inalterate.
Con un rosso rubino brillante e lievi sfumature che tendono al violaceo, questo Sangiovese presenta un naso in cui la frutta rossa non è più croccante ma nemmeno particolarmente matura e dove vi è una lievissima nota di cacao in sottofondo. Al sorso la ciliegia sembra essere protagonista, con una croccantezza figlia anche del riposo in acciaio e che rende piacevole e fresca la beva, nonostante il tenore alcolico importante.
