Il vino estremo dell’Isola di Fogo
Quando la vita sembra impossibile, è lì che la vita dà il meglio. Così, il Pico de Fogo, vino dell’isola omonima dell’arcipelago di Capo Verde, considerato un vino “estremo”, perché coltivato su un terreno interamente vulcanico, in passato è stato premiato al Mondial des Vins Extrêmes, il concorso enologico internazionale organizzato dal Cervim (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana), con il patrocinio dell’OIV (Organization Internationale de la Vigne et du Vin), organismo intergovernativo scientifico e tecnico, di riferimento a livello mondiale per il settore della vite e del vino. Si tratta dell’unica manifestazione enologica mondiale specificamente dedicata ai vini prodotti in zone caratterizzate da viticolture eroiche. Vengono selezionati i migliori vini frutto della viticoltura estrema, con l’obiettivo di promuovere e salvaguardare le produzioni di piccole aree vitivinicole che si caratterizzano per storia, tradizione e unicità, di grande valore ambientale e paesaggistico, dove si coltivano soprattutto vitigni autoctoni. Sono autentiche “isole di biodiversità viticola”, che però corrono il rischio di scomparire a causa degli alti costi di produzione e realizzazione dei vigneti, che in queste zone costa dieci volte di più di un vigneto in pianura. Problemi che si sono evidenziati in questi anni anche a Capo Verde, dove il clima siccitoso mette a dura prova i circa 54mila ettari di superficie coltivabile. “Capo Verde – spiega il geologo Giovanni Mortara, già ricercatore e oggi consulente del CNR – è un arcipelago di origine vulcanica di circa 4.000 chilometri quadrati di superficie, formato da dieci isole principali – divise nei gruppi di Barlavento o Sopravento (Santo Antão, São Vicente, Santa Luzia, São Nicolau, Sal, Boa Vista) e Sotavento o Sottovento (Maio, Santiago, Fogo, Brava) – localizzate nell’oceano Atlantico a 455 chilometri dalla costa occidentale africana. Ognuna di esse ha paesaggi unici, da montagne vulcaniche a spiagge sabbiose. A parte Santa Luzia, le altre nove sono abitate. Tra queste, Fogo. Il vulcano che la caratterizza – Pico de Fogo – è alto 2.829 metri con una base di otto chilometri di diametro. Il clima può definirsi tropicale secco, ma ritroviamo microclimi diversi a seconda dell’altitudine e dell’esposizione ai venti”. Mortara e la moglie Elena Ferrero, esperti e appassionati dell’isola, hanno realizzato una mostra permanente sul vulcano, ospitata nei locali appositamente adibiti dentro l’auditorium di Fogo.

La coltivazione della vite
Capo Verde è indipendente dal Portogallo dal 1975; la capitale è Praia che si trova sull’isola di Santiago, A ovest di Santiago, c’è l’isola di Fogo o Djarfogo, scoperta nel 1460; ha una forma pressoché circolare e una superficie di 476 chilometri quadrati, quasi il 12% dell’intera superficie nazionale. Su quest’isola la coltivazione della vite, introdotta dai portoghesi nel sedicesimo secolo, ha trovato la sua massima espansione, grazie alle sue caratteristiche pedo-ambientali. Ma è solo dai primi anni del Novecento che la vite la fa da protagonista sull’isola a partire dalle terre alte del cratere vulcanico. Dagli anni Ottanta del Novecento la vitivinicoltura ha ricevuto supporto dalla cooperazione internazionale che ne ha permesso lo sviluppo. A Mosteiros, capoluogo dell’omonima contea nell’isola di Fogo, famosa per il caffè di qualità arabica, e nel paesino ai piedi del vulcano, Chã das Caldeiras, la forma di allevamento della vite è l’alberello, tipica delle regioni mediterranee, spesso con le singole vigne piantate in buche larghe e profonde fino a un metro nel terreno vulcanico, raggiungendo così il suolo fertile sottostante; il tronco basso e le poche branche (cioè i rami più vecchi e legnosi che supportano i tralci) di queste vigne sono l’ideale per resistere alla siccità e al vento, per proteggere gli acini, e ridurre l’evapotraspirazione. Qui, ai piedi del vulcano, che con la sua imponenza domina l’intera isola, si cammina sulle distese di lava. Il contesto è di una bellezza mozzafiato, tanto da essere diventato meta turistica di escursionisti che salgono a piedi fino al cratere.

Una cantina per offrire opportunità di lavoro
A Capo Verde, da oltre sessant’anni opera padre Ottavio Fasano, frate cappuccino piemontese. Sua l’idea di costruire una cantina per la trasformazione delle uve in vino. “Il progetto – spiega padre Ottavio – nasce con l’obiettivo di offrire opportunità di lavoro in un Paese con cronici problemi di disoccupazione, di favorire la formazione professionale, e di avviare un processo di sviluppo, crescita e innovazione per l’agricoltura locale”. Si chiama Cantina Barro, è sita sul monte omonimo, proprio fuori dal capoluogo dell’Isola di Fogo, São Filipe. Inizialmente concepita per ricevere le uve della vigna Maria de Chaves, altro progetto di padre Ottavio, oggi serve tante piccole aziende agricole, per lo più a conduzione familiare. Lo stabilimento, che ha una superficie di 2.000 m2, è stato pensato per la lavorazione di circa 2.000 quintali di uva all’anno, per una produzione massima di circa 230.000 bottiglie di vino. Data la scarsa e altalenante disponibilità di energia elettrica sull’isola e l’abbondanza di sole, si è optato per un impianto fotovoltaico, con tetto isolato termicamente. La cantina è attrezzata per tutti i processi di affinamento, imbottigliamento, etichettatura, invecchiamento, confezionamento e imballaggio delle bottiglie. Quando si entra, ci si sente avvolti da una fragranza inebriante, ma si è anche catturati dal design avveniristico, con tubi rossi di travaso che si snodano come serpenti, collegati alle grandi vasche di raccolta. I serbatoi per la conservazione hanno una capacità da 100 hl, 50 hl e 25 hl, e sono collegati al circuito di refrigerazione, così da permettere tutte le operazioni che necessitano di freddo: decantazione statica del mosto, controllo della temperatura di fermentazione, stabilizzazione a freddo dei vini per l’imbottigliamento. Due autoclavi da 50 hl risultano molto utili per la produzione di vini frizzanti, molto amati dai capoverdiani. La barricaia comprende 54 barrique ed è posta in locale a temperatura controllata, così come il magazzino per la conservazione delle bottiglie. A completare la dotazione, un impianto per la distillazione delle vinacce fermentate e un laboratorio per le analisi base di cantina.



Un progetto di sviluppo per l’isola
“I lavori di costruzione della cantina sono stati completati nel 2011. Nell’estate del 2012 è stata effettuata la prima vendemmia e, nella primavera del 2013, hanno visto la luce le prime bottiglie – racconta Giacomo Fasano, fratello di padre Ottavio, sommelier per passione da sessant’anni –. I vitigni utilizzati sono moscato di Alessandria, touriga nacional, che è il vino base per fare il Porto, tempranijo, di origine spagnola. Si producono due varietà di bianco e due di rosso. I bianchi sono il Santa Luzia (sei mesi di affinamento in acciaio per il vino ottenuto da muscatel bianco, chardonnay e moscato). Presenta aromi intensi e persistenti, con una fresca acidità e morbidezza. La Passadinha, che prende il nome da un uccello autoctono, offre caratteristiche di grande freschezza, mineralità vulcanica, contiene aromi di frutta tropicale, agrumi, fiori, miele, e ha un bel retrogusto sapido e amarognolo, con una struttura che varia da agile a robusta. I rossi sono il São Filipe, un vino brillante, pulito e vivace, di ottima qualità. L’impatto aromatico è intenso e persistente. Il tannino è presente, ma non aggressivo. Poi c’è il Pico do Fogo, il massimo dell’espressione dell’isola; viene imbottigliato dopo un breve passaggio in barrique. In generale, la gradazione è sui 13-14 gradi. La produzione al momento è molto bassa – continua Giacomo –. Sulle 30mila bottiglie all’anno, 15mila di bianco e 15mila di rosso. La struttura era stata attrezzata per produrre almeno dieci volte tanto. L’idea di mio fratello era far capire ai capoverdiani che dalla vendita della propria uva alla cantina si poteva ricavare un reddito. Al momento questo vino viene venduto non solo a Fogo, ma anche nelle altre isole. E siamo in trattativa con gli Stati Uniti perché la diaspora capoverdiana lì è numerosa. Il prezzo di una bottiglia va da 8 a 16 euro, non sufficienti per coprire il lavoro. Ma questo non voleva essere un progetto da cui trarre profitto, bensì un progetto di sviluppo per l’isola. Attualmente ci sono due dipendenti, a cui si aggiungono cinque-sei stagionali al momento della vendemmia. Mario Cardoso è il responsabile amministrativo di tutte le strutture realizzate da mio fratello, che sono di proprietà della Fondazione Padre Ottavio Fasano, gestita dai frati cappuccini capoverdiani”, conclude Giacomo, che lancia anche un appello: “Ci farebbe comodo un enologo disposto a trasferirsi per un periodo di formazione al personale”.


