La via di mezzo nel calice: l’ascesa dei vini a media gradazione
Gennaio non è più solo il mese della rinuncia totale, ma della scoperta di una “terza via”: i vini a media gradazione alcolica. Sophie Thorpe ci guida tra le enormi difficoltà tecniche della dealcolazione e l’ingegno dei nuovi produttori indipendenti che cercano di evitare l’effetto “succo d’uva”. Un trend che, con una crescita del 4.000% su alcune piattaforme, conquista non solo i giovani ma anche le generazioni più mature, ponendo nuove sfide al concetto stesso di qualità enologica.
Gennaio è per antonomasia il mese dei buoni propositi e, se il grigiore invernale non fosse abbastanza, per molti è anche il momento della rinuncia all’alcol. La caccia al perfetto drink “alcohol-free” è aperta in un mercato in piena espansione (persino Elton John si è lanciato nel business, se ricordate la nostra precedente newsletter) ma c’è un settore relativamente nuovo che sta guadagnando terreno tra gli scaffali: quello delle bevande “mid-strength”, o a media gradazione. Sophie Thorpe, in un’analisi puntuale, ci racconta come il paradigma stia cambiando: non si tratta più di scegliere tra tutto o niente, ma di trovare un equilibrio.
Un rapporto di Drinkaware dello scorso anno ha evidenziato come il 44% degli adulti nel Regno Unito stia utilizzando opzioni a basso o nullo contenuto alcolico per moderare il consumo, un netto aumento rispetto al 31% del 2018. Accanto a tendenze come lo “zebra-striping” (l’alternanza tra drink alcolici e analcolici), si fa strada il “coasting”, ovvero la scelta consapevole di bevande a gradazione ridotta. Parliamo di prodotti che si attestano su circa la metà del volume alcolico dei loro “fratelli maggiori”: gin al 20%, birre al 2-3% e vini che oscillano tra il 5% e l’8%. In sintesi, è il trionfo della moderazione sull’astinenza.
Tuttavia, rimuovere l’alcol dal vino non è una passeggiata. Esistono diverse tecnologie (osmosi inversa, coni rotanti, distillazione sottovuot) ma l’effetto collaterale indesiderato è spesso la perdita dei composti aromatici. L’alcol, infatti, non porta in dote solo l’ebbrezza, ma conferisce corpo e quella sensazione di morbidezza fondamentale per l’equilibrio gustativo. La sua assenza lascia un vuoto che, troppo spesso, i produttori colmano con lo zucchero, ottenendo vini dealcolati stucchevoli e sbilanciati, che richiedono ulteriori correzioni di acidità. È un processo che Thorpe definisce senza mezzi termini “disordinato” e che raramente restituisce un prodotto che ricordi davvero il vino.
Se i grandi marchi globali come McGuigan, Torres o Kylie Minogue hanno già occupato questa nicchia, è l’onda dei piccoli produttori indipendenti a spingere l’asticella della qualità verso l’alto. Prendiamo il caso di Gabriella e Russell Lamb, fondatori del marchio 6Percent. Gabriella, amante del vino, frustrata dalla mancanza di opzioni valide durante la gravidanza e la maternità, ha deciso di creare qualcosa che non fosse solo “strano succo d’uva dolce”. Il risultato? Il loro Sauvignon Blanc ha conquistato una medaglia d’argento all’IWSC 2025.
Per Tom Benn di Future Château, la motivazione è stata il desiderio di mantenere la “magia” del rituale: la voglia di sedersi a tavola invece che sul divano, di ascoltare musica e cucinare con ambizione, ma senza i postumi dell’alcol. La sua soluzione tecnica, affinata in cinque anni, parte dalla vigna: uve coltivate per raggiungere un alcol potenziale del 9-10% (il clima caldo del nord dello stato di Victoria, in Australia, aiuta a mantenere la dolcezza naturale) e poi una riduzione all’6% tramite un sistema proprietario di distillazione frazionata.
Ma la sfida resta ardua. Moritz Zyrewitz, co-fondatore della tedesca The Gentle Wine, usa una metafora forte: gli impianti di dealcolizzazione industriale sono spesso dei “macellai” che puntano a recuperare l’alcol potabile piuttosto che a preservare il vino. La sua strategia, simile a quella dei Lamb, è il blending: miscelare vino a piena gradazione con vino dealcolati per restituire sapore e struttura, mantenendo gli zuccheri residui sotto controllo.
E chi beve questi vini? Contrariamente a quanto si possa pensare, non è solo la Gen Z (che peraltro sembra stia tornando verso consumi più tradizionali). L’interesse è trasversale: dai consumatori più anziani che devono ridurre l’alcol su consiglio medico, ai Millennial che invecchiano, fino alle donne over 40 che cercano un bicchiere infrasettimanale compatibile con il lavoro o con i cambiamenti del metabolismo in menopausa. I numeri parlano chiaro: la piattaforma Ocado ha registrato un incredibile aumento delle vendite del 4.000% tra il 2024 e il 2025.