Il Roero alza la testa: viaggio nella regione più sottovalutata del Piemonte
Jacy Topps ci guida alla scoperta del Roero, gioiello piemontese spesso oscurato dai vicini giganti delle Langhe, ma capace di offrire vini di straordinaria personalità e bevibilità. Tra colline patrimonio UNESCO e suoli sabbiosi, l’arneis vive una rinascita qualitativa mentre il nebbiolo si esprime con un’eleganza più immediata e meno tannica dei cugini d’oltre Tanaro. Una regione che punta su autenticità e rapporto qualità-prezzo, perfetta per chi cerca l’eccellenza senza il peso del blasone.
Il Piemonte è una terra di giganti enologici, una regione iconica dove la reputazione è stata costruita su rossi potenti e nobili come il Barolo e il Barbaresco. Eppure, nel cuore di questo territorio, esiste una denominazione che, pur condividendo la stessa eccellenza gastronomica fatta di tartufi bianchi e neri, nocciole e pere Madernassa, ha spesso vissuto all’ombra dei suoi vicini più celebri. Stiamo parlando del Roero DOCG. In un recente articolo per Food & Wine, la giornalista Jacy Topps accende i riflettori su questa area, definendola senza mezzi termini la regione vinicola più sottovalutata del Piemonte, un luogo dove la bellezza paesaggistica incontra l’equilibrio e l’accessibilità nel calice.
Se l’anima del Piemonte è spesso dipinta a tinte scure, il Roero si distingue per essere vestito sia di rosso che di bianco. Sebbene vi si coltivino diverse varietà, l’identità della zona è scolpita nel nebbiolo e, in modo sorprendente per un’area a dominanza rossa, nell’arneis. Il paesaggio stesso suggerisce questa diversità: colline scoscese, vigneti rigogliosi, castelli magnifici e borghi pittoreschi che fanno parte a pieno titolo del sito UNESCO dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato. È questa combinazione di patrimonio naturale e vini “gastronomici” ad attirare oggi viaggiatori e appassionati da tutto il mondo.
Ma cosa distingue tecnicamente il vino del Roero? La risposta sta nei vitigni e nel suolo. La stragrande maggioranza della produzione bianca è dominata dall’arneis, un’uva che risale al XV secolo e che, dopo un lungo periodo di declino, sta vivendo una rinascita straordinaria. L’arneis matura più facilmente del nebbiolo e si adatta a diverse esposizioni. Per disciplinare, il Roero Arneis deve contenere almeno il 95% di questa varietà, anche se molti produttori scelgono la purezza assoluta. Per preservarne la naturale vivacità, molti vignaioli optano per l’affinamento esclusivo in acciaio, mentre altri sperimentano con il legno per conferire al vino maggiore consistenza, complessità e potenziale di invecchiamento.
Sul fronte dei rossi, il nebbiolo resta il re indiscusso, con una presenza minima richiesta del 95% per il Roero Rosso. Tuttavia, c’è una differenza sostanziale rispetto ai “cugini” della riva destra: il Roero Rosso è tipicamente meno tannico del Barolo o del Barbaresco. Si presenta nel calice con un profilo più morbido e approcciabile, frutto di una geografia specifica.
Il Roero si trova infatti sulla riva sinistra del fiume Tanaro, nella provincia di Cuneo, separato dalle Langhe e dal Monferrato proprio dal corso d’acqua. Le sue origini geologiche risalgono a un antico fondale marino e i suoi suoli, prevalentemente composti da marne arenacee, sono la chiave di volta per comprendere questi vini: le sabbie conferiscono ai bianchi una mineralità unica e distinta, e aiutano a coltivare rossi dai tannini più gentili. Il clima, influenzato dalle Alpi ma con tratti mediterranei, garantisce estati calde e inverni freddi, con le vigne posizionate su pendii che assicurano un drenaggio eccellente e un’esposizione solare ottimale.
Perché dunque dovremmo bere Roero? Topps sottolinea un aspetto pragmatico ma fondamentale: il valore. Mentre i vini “blue-chip” delle Langhe raggiungono prezzi importanti, il Roero Rosso offre l’eleganza e la struttura del grande nebbiolo a un costo decisamente più accessibile. È un vino che non richiede decenni di attesa per essere apprezzato, pur mantenendo una sua nobiltà.
Al palato, il Roero Arneis brilla per la sua vivacità aromatica: colore giallo paglierino brillante, naso di fiori bianchi, mela verde, erbe aromatiche e quelle note minerali che raccontano il suolo sabbioso. In bocca è secco, fresco, con un’acidità vibrante. Il Roero Rosso, dal canto suo, non teme il confronto con i grandi rossi piemontesi, offrendo sentori di frutta rossa matura, spezie dolci e note balsamiche, sostenuti da tannini setosi e da una freschezza che ne garantisce la longevità.
Spesso, noi italiani siamo i primi a cadere nella trappola delle gerarchie storiche, considerando il Roero come un “fratello minore” delle Langhe. La realtà, ben evidenziata dall’articolo, è che il Roero non è un surrogato, ma un’alternativa stilistica precisa. La differenza geologica è sostanziale: se le Langhe sono terra di marne compatte ed elveziane che generano potenza, il Roero è terra di sabbie e fossili che generano profumo e finezza.
Il Roero non è un “Barolo a basso costo”, ma l’espressione di un Piemonte diverso, più aereo e scattante. In un mondo che cerca sempre più vini agili e minerali, la “sottovalutata” riva sinistra del Tanaro ha tutte le carte in regola per diventare protagonista, a patto di saperla raccontare non per ciò che le manca rispetto ai vicini, ma per ciò che di unico possiede.