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Coltivare e Produrre
09/03/2026
Di Sara Missaglia

Vajra e le Langhe: il senso del luogo

Volti, radici e colori di G.D. Vajra: quando Barolo significa famiglia, visione e una bellezza che non passa mai di moda. L’incontro e la degustazione con Francesca Vajra.

Francesca Vajra sorride, in lei orgoglio, soddisfazione e grande senso di appartenenza: “La fiducia del contadino” la chiama, presente anche quando le condizioni per l’annata non sono delle migliori. C’è un modo “Vajra” di raccontare il Barolo, che non parte dalla denominazione, ma da una parola più intima e più ambiziosa: unità. È l’idea che il vino sia il punto d’arrivo di un dialogo continuo – tra persone, terra, memoria e luce – e che la precisione possa essere, allo stesso tempo, una forma di eleganza. In casa G.D. Vajra, la narrazione nulla ha a che fare con un accessorio, ma è struttura portante. La storia della cantina mette al centro la famiglia Vaira – Aldo e Milena, insieme ai figli Giuseppe, Francesca e Isidoro – come se la firma stilistica nascesse prima di tutto da un modo di stare insieme, di “fare squadra”, e di riconoscersi in un’unica direzione anche quando i punti di vista cambiano. È un racconto che non ha bisogno di enfasi, perché vive di dettagli: l’idea che la verità, prima o poi, “arrivi” a tutti; e che il vino, come una collezione ben tagliata, sia somma di scelte coerenti nel tempo, non di effetti speciali. Aldo, pioniere del biologico, non ha mai smesso di credere nella sua terra, e ha trasferito questo grande amore ai suoi figli. Senza dimenticare il nonno: le iniziali G.D., presenti nel marchio della cantina, sono quelle del nonno Giuseppe Domenico, il padre di Aldo.

Aldo e Milena Vajra

L’inizio del sogno: quando Barolo diventa destino

La mitologia personale di Vajra ha una data e un luogo emotivo: maggio 1968, Torino, e un quindicenne – Aldo Vaira – che viene “riportato” a Barolo per un’estate dai nonni. Lontano dai subbugli della città e dagli scontri politici, quella parentesi in campagna accende qualcosa che non si spegnerà più: il desiderio di una vita nella bellezza e nella libertà della natura. Francesca Vajra durante il nostro incontro, ricompone i tasselli con una precisione affettiva che assomiglia al modo in cui si racconta una casa. «Dal Seicento la famiglia vive al Bricco delle Viole. Una storia tutta in salita», dice. Il padre sognava di fare il viticoltore, ma i nonni non erano impegnati nella coltivazione della terra. Aldo aveva ereditato la cascina e si era innamorato di questo lavoro guardando suo nonno Carlin. Quando Francesca lo nomina, lo sguardo cambia: «Quando papà parla di suo nonno Carlin, gli occhi gli brillano. Dice che lui cercava la magia del vino, e gliel’ha trasferita». I nonni, però, non vogliono che Aldo faccia il contadino: ma un’estate in campagna cambia in modo importante le prospettive e, soprattutto, lo riporta ai libri con un’urgenza nuova: capire come chimica e fisica c’entrino con ciò che i contadini facevano da sempre. Tradizione sì, ma con uno sguardo scientifico. Poi arrivano gli anni fondativi: nel 1971 Aldo aderisce a “Suolo e Salute”, diventando un pioniere del biologico in Piemonte; nello stesso periodo, finito il liceo, si iscrive alla facoltà di agraria e ottiene la prima certificazione di Suolo e Salute, una sorta di attestazione biologica ante litteram, quando ancora non produce vino, ma crede già in questo tipo di conduzione. È il momento in cui i nonni di Francesca affidano l’azienda agricola e la sua conduzione al figlio: non un passaggio formale, ma una consegna di responsabilità, di visione e di lavoro quotidiano. Nel 1972, annata difficile, sceglie comunque di vinificare le prime bottiglie. Il ’72, racconta Francesca, è un anno climaticamente molto difficile: tanta pioggia, temperature basse, con i grandi produttori che non sono interessati ad acquistare le uve. Aldo si rende conto che il costo della manodopera è più alto di quanto gli venga offerto per l’uva. Allora compra la prima botte, la prima diraspatrice, la prima pompa, è il nonno a dargli il denaro. Un anno difficile diventa il volano per fare vino praticando pulizia, controllo delle temperature, e tutto ciò che sta studiando all’università. E in quella stagione nasce una frase che oggi, nell’azienda, ha il peso delle cose non negoziabili: «Quell’anno ho imparato che il buon vino si fa con la buona uva», parole di papà Aldo. Negli anni successivi, la traiettoria si definisce “ostinata e contraria”: selezioni massali, il Bricco delle Viole, il primo riesling renano piantato in Piemonte, e soprattutto la rinuncia agli eccessi di legno per una ricerca dichiarata di finezza ed eleganza. Una modernità che rifinisce la tradizione senza piegarsi al “si è sempre fatto così”. Per Vajra la terra è una relazione viva, non un elemento tecnico da descrivere sulla base di valutazioni agronomiche: il concetto di terroir, qui, non si esaurisce nella composizione dei suoli o nelle esposizioni, ma si radica in un’idea più profonda di appartenenza. La vigna non è mai isolata dal contesto umano che la coltiva: è il risultato di uno scambio continuo tra natura e coscienza. Coltivare per Vajra significa ascoltare. Significa accettare che ogni stagione imponga il proprio ritmo, che ogni parcella chieda attenzioni diverse, che ogni scelta agronomica sia un atto di responsabilità. La cura del suolo – dalle lavorazioni all’inerbimento, dalla gestione idrica alla salvaguardia della biodiversità – diventa un gesto quotidiano che unisce rigore e sensibilità. Non c’è romanticismo superficiale, ma un rispetto concreto, fatto di presenza costante e decisioni ponderate. In questa visione, la finezza non è mai costruita: è la conseguenza naturale di un equilibrio raggiunto nel vigneto. L’azienda oggi si sviluppa su un patrimonio complessivo di circa 100 ettari, con una presenza importante di vigneto e circa 30 ettari di bosco: una continuità ecologica che sostiene biodiversità, stabilità del suolo e complessità del paesaggio.

Francesca Vajra

L’altitudine come cifra stilistica

Uno dei tratti distintivi dell’identità Vajra è la scelta – controcorrente per molti anni – di credere nelle vigne più alte. L’altitudine non è solo un dato geografico, ma una chiave di lettura stilistica: più luce, maggiore ventilazione, escursioni termiche marcate, maturazioni più lente e progressive. Il simbolo di questa filosofia è il vigneto Bricco delle Viole, tra i più elevati dell’area di Barolo. Qui l’esposizione aperta e la ventilazione costante permettono al nebbiolo di sviluppare un profilo aromatico stratificato, mai opulento, sempre cesellato. La maturazione graduale preserva acidità e tensione, mentre i tannini si modellano con naturalezza, senza forzature. Il risultato è un Barolo che non punta sull’impatto, ma sulla progressione: entra con grazia, si espande con precisione, resta con profondità. È un’eleganza che nasce dall’aria sottile delle colline alte, più che dalla ricerca di concentrazione. Ogni progetto solido ha fondamenta profonde. Le generazioni precedenti non sono evocate come icone, ma come presenze che hanno costruito, lavorato, creduto nella stessa terra quando le Langhe non avevano ancora la fama internazionale di oggi. La storia familiare è intrecciata a quella del territorio: scelte pionieristiche, momenti difficili, annate complesse affrontate con coerenza. Le radici sono anche culturali: studio, confronto, curiosità intellettuale. È questa stratificazione che permette oggi all’azienda di innovare senza perdere coerenza. La memoria, qui, è materia viva. Non immobilizza: orienta.

La cantina come spazio identitario

Entrare in Vajra significa percepire subito che l’estetica non è un dettaglio secondario. La luce che attraversa le vetrate, l’armonia degli spazi, la cura architettonica: tutto concorre a costruire un ambiente che riflette l’anima dell’azienda. Le vetrate artistiche, volute con determinazione e realizzate attraverso un incontro decisivo con un maestro vetraio di grande spessore spirituale e creativo, trasformano la cantina in uno spazio simbolico. La luce filtrata dai colori diventa metafora del vino stesso: materia che si trasforma, che attraversa il tempo, che si arricchisce di sfumature. Non è decorazione, è dichiarazione d’intenti. L’architettura racconta un’identità: rigore, spiritualità laica, sensibilità artistica. In Vajra il vino dialoga con la bellezza in modo naturale, mai ostentato. La tradizione, per Vajra, non è un archivio immobile. È energia. È un principio dinamico che richiede studio continuo, capacità di mettersi in discussione, desiderio di migliorare. Custodire il passato non significa replicarlo meccanicamente, ma comprenderne l’essenza per poterlo interpretare nel presente. Ogni vendemmia è una nuova pagina, ogni annata una sfida diversa. L’approccio resta coerente – centralità del vigneto, rispetto del nebbiolo, ricerca di finezza – ma la lettura è sempre contemporanea. È questo equilibrio tra fedeltà e tensione verso il futuro che rende Vajra una realtà profondamente attuale: in grado di emozionare senza mai inseguire le mode, di evolvere senza perdere identità.

Barolo come paesaggio tecnico: l’eleganza nasce dalla quota (e dalla cura)

Parlare di Vajra significa, inevitabilmente, parlare di Barolo come paesaggio tecnico: esposizioni, altitudini, ventilazioni, suoli, ritmi di maturazione. Nella lettura “Albe”, ad esempio, l’identità nasce da un assemblaggio di vigneti vocati al Barolo con esposizioni da sud-sud-est a sud-ovest e altitudini tra 380 e 480 m s.l.m.. Qui la pratica agricola si intreccia alla filosofia: biologico abbracciato presto, inerbimento spontaneo da decenni, attenzione all’erosione, e una ricerca che include biodiversità di flora e fauna nei vigneti, nei campi e nei boschi aziendali. E poi c’è la dimensione “climat” di Bricco delle Viole: alta quota, luce pulita, sbalzi termici accentuati e quell’aria alpina che modella profumi e tannini con una precisione quasi sartoriale.

Il nebbiolo: sovrano delle Langhe

Parlare di Barolo senza evocare il nebbiolo è impossibile. Questa varietà – antica, nobile e capricciosa – è il cuore pulsante delle Langhe e la chiave interpretativa di ogni vino che nasce in questi luoghi. Il nebbiolo è varietà di contrasti: tannini decisi ma freschezza vibrante, profilo aromatico etereo ma struttura ampia e profonda; richiede grandi suoli, escursioni termiche significative e una vendemmia perfettamente sincronizzata con la maturazione fenolica. È un vitigno che non si domina, si accompagna e si asseconda: svela i suoi segreti solo dove la luce, il calcare, l’esposizione e la mano dell’uomo si intrecciano con eleganza. Solo così riesce a dare il meglio di sé. In Barolo – dove le altitudini variano dai 300 ai quasi 500 m s.l.m. – il nebbiolo racconta il terroir come una sinfonia di note diverse: fiori rossi, spezie, nota fumé, terra bagnata, violetta e poi ancora tannini setosi e acidità che sostiene l’intera architettura gustativa. Il Barolo è l’interpretazione più alta del nebbiolo nelle Langhe: ogni menzione geografica aggiuntiva – da Coste di Rose a Ravera o Bricco delle Viole – è un capitolo di territorio che cambia l’intensità, le sfumature aromatiche e l’equilibrio strutturale del vino. Qui la viticoltura non è mera coltivazione, ma un dialogo continuo tra luce, vento, suolo e mani che plasmano.

La degustazione

Si tratta di una lettura approfondita dell’annata 2022: una stagione segnata dalla siccità dove vigne e produttori hanno fatto la differenza. L’annata 2022, nelle Langhe, ha imposto una parola chiave: resilienza. È stata una stagione segnata dalla carenza idrica e da un andamento caldo e asciutto già dalle fasi invernali, con una pressione evidente sulle riserve d’acqua e un’accelerazione dei tempi (vendemmia percepita come precoce in più aree). In uno scenario così, la differenza è stata fatta dai vigneti – per suoli, esposizioni, quote – e dalle scelte agronomiche, dalla gestione del suolo alla protezione del grappolo. Il punto più interessante, oggi, è il tema della “prontezza di beva”: il 2022 sta aprendo una discussione meno ideologica e più concreta. Non si tratta di inseguire morbidezze facili o scorciatoie stilistiche; piuttosto, di capire come l’annata possa esprimere una bevibilità più immediata senza perdere tensione, precisione e riconoscibilità di sito. È quasi un reset filosofico: il Barolo cambia pelle, ma non rinuncia alla sua grammatica. E qui Vajra è un caso di scuola: perché quando l’asticella climatica si alza, tornano centrali proprio i pilastri dell’azienda – quota, sbalzi termici, cura minuziosa della terra, e quella “fantasia al lavoro” che non è romanticismo, ma capacità di leggere l’annata e tradurla in stile. Per la famiglia, inoltre, la 2022 ha un significato ulteriore: è stata la cinquantesima vendemmia di Aldo Vaira. Francesca lega questo traguardo a un parallelo che illumina l’identità dell’azienda: cosa c’entrano le due annate 1972 e 2022? Sono due estremi climatici e due momenti “fondativi” opposti. Il 1972 fu un anno freddo e piovoso; il 2022, invece, è stato un anno caldo e di grande siccità. «Come possiamo aiutare le nostre viti di fronte a una siccità così forte?», è la domanda che attraversa la degustazione. La risposta, in casa Vajra, parte dalle vigne vecchie, più resilienti negli anni siccitosi, e da un’impostazione in dry farming, nonostante l’irrigazione sia ammessa. Nel 2022 la gestione della chioma è stata determinante nel controllare l’evaporazione e proteggere il grappolo. La raccolta è stata integralmente manuale, con rese molto basse e una selezione importante delle uve destinate alla vinificazione. In cantina, all’arrivo dell’uva, è stata effettuata un’ulteriore cernita, oltre a quella già operata in campo: anche attraverso la diraspatrice, sono stati selezionati ed eliminati gli acini non idonei. Tutto questo ha portato a macerazioni classiche, ma con tempi e andamenti letti con attenzione: la freschezza è stata da osservare, insieme al senso del luogo. Le macerazioni risultano più lente, e il rischio era duplice: farsi prendere dall’ansia dell’annata raccogliendo troppo presto e “accontentandosi” di un tannino verde, oppure arrivare a vinificare uve con una virata verso il passito.

Degustazione Annata 2022: sei interpretazioni del nebbiolo secondo Vajra

L’assaggio dell’annata 2022 ha permesso di leggere con chiarezza il ruolo del vigneto nella gestione di una stagione segnata dalla siccità. In questo contesto, le differenze di quota, suolo ed esposizione emergono con forza, restituendo sei Barolo distinti per tensione, struttura e trama tannica. Un concetto guida, in particolare, la lettura di Francesca: ogni vigneto porta sensazioni diverse perché tutto viene vinificato separatamente.

G.D. Vajra Barolo DOCG Albe 2022

Vitigno: 100% nebbiolo
Provenienza: blend di vigneti in alta quota nel Comune di Barolo (380–480 m s.l.m.), esposizioni da sud-sud-est a sud-ovest
Suoli: marne calcareo-argillose
Coltivazione: biologica certificata, inerbimento spontaneo pluridecennale
Vinificazione: fermentazione in tini troncoconici verticali, macerazioni lunghe con follature delicate
Affinamento: 24 mesi in grandi botti di rovere di Slavonia (40–75 hl)

Albe nasce nel 2000 e risponde a un sogno molto concreto: realizzare un Barolo in grado di “stare vicino” anche a chi conosce meno questi vini, senza semplificarne la grammatica. L’etichetta colorata realizzata da Padre Costantino è parte di questa idea di accessibilità luminosa, senza concessioni al facile. Il nome, racconta Francesca, rimanda alle tre albe sul Bricco delle Viole: tre momenti, tre microclimi, tre letture di luce. Qui lo sbalzo termico è fondamentale e il nebbiolo acquista una dimensione ulteriore, quasi in 3D: così viene fuori l’unicità del “senso del luogo”. Albe è anche il vino prodotto in quantità superiore in casa Vajra, proprio perché nasce da un ampio mosaico di parcelle. La selezione dell’uva avviene sia in campo sia in cantina, con un doppio livello di cernita che permette macerazioni importanti: nel 2022, circa 36 giorni per Albe (a fronte di 47 giorni per Coste di Rose), a protezione della qualità del tannino e della precisione del frutto. Nel calice, il 2022 mostra un profilo nitido, dinamico: fiori essiccati, rosa, lampone croccante, arancia rossa e leggere note balsamiche. In bocca l’ingresso è teso, con una trama tannica fine e progressiva. La freschezza sostiene il sorso e conduce a un finale lungo, agrumato e speziato. È il Barolo che più racconta l’idea di “prontezza consapevole”: accessibile, ma con una struttura solida. Albe ha una modernità classica, mai eccessivamente concentrato, di grande piacevolezza nella beva.

G.D. Vajra Barolo DOCG Coste di Rose 2022

Vitigno: 100% nebbiolo
Provenienza: MGA Coste di Rose, Comune di Barolo
Esposizione: est-sud-est: prende un sole più delicato solo nella prima parte del giorno
Suoli: duna di arenaria (Formazione di Diano), matrice sabbiosa; oltre 20 metri di profondità emergono le marne raggiunte dalle radici
Vinificazione: macerazione prolungata (circa 50 giorni) in tini troncoconici
Affinamento: 26 mesi in botti grandi di Slavonia (25–40 hl)

Coste di Rose è l’eleganza sottile. L’arenaria imprime un carattere più arioso, meno compatto. Il 2022 si apre su petali di rosa, ciliegia candita, menta fresca e un accenno iodato. Il tannino è cesellato, quasi polveroso, e il sorso è succoso, con ritorni di crostata di ciliegia e spezie dolci. La componente sapida allunga la chiusura, rendendolo uno dei più raffinati in degustazione.

G.D. Vajra Barolo DOCG Ravera 2022

Vitigno: 100% nebbiolo
Provenienza: MGA Ravera, Comune di Novello
Altitudine: 300–380 m s.l.m. Una conca aperta alle Alpi Liguri, con suoli che non si scaldano mai in modo eccessivo
Suoli: marne tortoniane, arenarie e argille serravalliane. Raccolto il 4 ottobre in appezzamenti numerosi e con tempistiche proprie
Vinificazione: fermentazione tradizionale con macerazione di circa 55 giorni
Affinamento: 26 mesi in botti grandi di Slavonia

Ravera è struttura e personalità. Nel 2022 mostra un registro più energico: frutti rossi maturi, mora, pepe bianco, cedro, sfumature sapide e minerali. Il palato è ampio, con tannini più fitti rispetto ad Albe e Coste di Rose. L’acidità sostiene la potenza e il finale è succoso, vibrante, quasi elettrico.

G.D. Vajra Barolo DOCG Bricco delle Viole 2022

Vitigno: 100% nebbiolo
Provenienza: MGA Bricco delle Viole, Comune di Barolo
Altitudine: 400–480 m s.l.m. È una collina a sbalzo, un bricco. È il cru più a ovest, viene accarezzato dal vento
Età del vigneto: 40-90 anni su 10 ettari, di cui 4 diventano Bricco delle viole
Vinificazione: macerazione con cappello sommerso
Affinamento: 24 mesi in botti grandi di Slavonia

Bricco delle Viole è finezza verticale. L’altitudine preserva aromi e tensione anche nelle annate calde. Il 2022 esprime violetta, ribes nero, scorza di arancia, incenso ed eucalipto. Il sorso è profondo ma setoso, con tannini perfettamente integrati. Il finale è minerale, lunghissimo, con ritorni balsamici. È il Barolo più armonico del gruppo, quello che traduce meglio l’equilibrio tra maturità e freschezza.

Il capitolo Serralunga: Luigi Baudana

Il legame Vajra-Baudana

Luigi e Fiorina Baudana custodivano da generazioni vigneti storici a Serralunga d’Alba, nelle MGA Baudana e Cerretta. All’inizio degli anni Duemila, quando pensarono al ritiro, la famiglia Vaira non intervenne come investitore, ma come garante di una storia. Baudana non è infatti una mera acquisizione commerciale, ma è una continuità etica. Dal 2009 i fratelli Giuseppe, Francesca e Isidoro Vajra hanno assunto la gestione operativa dei vigneti e della cantina, diventando custodi dell’identità Baudana. I vini continuano a portare il nome storico, ma sono coltivati secondo il protocollo biologico Vajra e vinificati con la medesima filosofia di rispetto del luogo. Baudana oggi è parte integrante della galassia Vajra, ma resta stilisticamente distinta: più austera, più serralunghese, più verticale. C’è un piccolo restyling delle etichette: «Il nostro sogno sono due ali che portano avanti la storia di Baudana», sottolinea Francesca, valorizzando la connessione tra famiglia e terra che deve essere preservata.

Luigi Baudana Barolo DOCG Baudana 2022

Vitigno: 100% nebbiolo (Lampia e Michet)
Provenienza: MGA Baudana, Comune di Serralunga d’Alba
Suoli: mix di Formazione di Lequio (Serravalliano) e marne di Sant’Agata Fossili (Tortoniano)
Vinificazione: macerazione con cappello sommerso (circa 54 giorni)
Affinamento: 23 mesi in botti grandi di Slavonia (15–25 hl)

Il 2022 si presenta con un profilo compatto e profondo: melograno, scorza d’arancia, mirtillo fresco, cuoio e sfumature erbacee dolci. Il tannino è fine ma più incisivo rispetto ai Barolo di Barolo comune. Il finale richiama liquirizia, eucalipto e una nota scura tipica di Serralunga. Potenziale evolutivo evidente.

Luigi Baudana Barolo DOCG Cerretta 2022

Vitigno: 100% nebbiolo
Provenienza: MGA Cerretta, Serralunga d’Alba
Suoli: Formazione di Lequio, prevalenza calcarea
Vinificazione: macerazione lenta e prolungata (circa 54 giorni)
Affinamento: 23 mesi in botti grandi di Slavonia

Cerretta è il più austero del gruppo. Il 2022 offre pompelmo rosa, mora, rosa appassita, pepe scuro, tè Earl Grey e note minerali. In bocca è verticale, con tannini decisi ma mai aggressivi. Il finale è lungo, minerale, con ritorni agrumati e speziati. È il Barolo che più riflette la struttura calcarea di Serralunga.

Annata 2022: selettiva, rivelatrice, identitaria

La 2022 non è un’annata accomodante. È stata una stagione di stress idrico, di maturazioni accelerate, di scelte decisive in vigna più che in cantina, di valorizzazione della capacità di resistenza delle vigne vecchie. E proprio per questo si rivela un banco di prova straordinariamente selettivo. Dove il suolo è vivo, dove le radici affondano in profondità, dove la gestione agronomica è stata coerente e non emergenziale, il nebbiolo ha reagito con lucidità. Altrove, la siccità ha compresso profumi e irrigidito le trame. Nei Barolo degustati emerge un dato chiaro: la differenza non è stata fatta dalla tecnica enologica, ma dal vigneto. Le alte quote hanno preservato tensione e fragranza aromatica; i suoli più complessi hanno garantito progressione e struttura; le esposizioni ventilate hanno evitato eccessi di maturazione. Il risultato non è un’annata muscolare, né opulenta. È piuttosto un millesimo di energia controllata, di profili nitidi, di tannini più compatti ma maturi, sostenuti da acidità precise. La 2022 apre anche una riflessione attuale sul concetto di “prontezza di beva”. Non si tratta di Barolo semplificati, ma di vini che mostrano un accesso più immediato senza sacrificare profondità. La bevibilità non è sinonimo di leggerezza: è equilibrio dinamico tra frutto, freschezza e struttura. In questo senso, la 2022 segna forse un cambio di paradigma: meno monumentalità, più tensione; meno massa, più definizione. Esiste molta costanza tra tutte le referenze, con una continuità tra una annata e l’altra, mantenendo il senso del luogo. La 2022 è un’annata che premia chi ha lavorato per decenni sulla vitalità del suolo e sulla finezza tannica. Un millesimo che non concede scorciatoie e che restituisce con chiarezza la gerarchia dei cru. In definitiva, la 2022 non è un’annata “facile”, ma è profondamente identitaria: mette a nudo il terroir, amplifica le differenze e riafferma che, nel Barolo contemporaneo, la vera grandezza nasce ancora – e sempre – dalla vigna.

Sara Missaglia
Sara Missaglia

Giornalista, Sommelier, Degustatore Ufficiale e Relatore dell’Associazione Italiana Sommelier è milanese DOCG (Ambrogino d’oro 2018) e ama la Valtellina, che ha conosciuto e frequentato sin da bambina. Racconta di vino e dintorni per alcune riviste e testate giornalistiche, collaborando alla redazione delle Guide Vitae e Viniplus. È autrice del libro “Valtellina. In alto i calici” edito da Bellavite Editore. Esperta di comunicazione, è docente abilitato ai corsi AIS, wine educator in ambito enogastronomico, Degustatore Esperto della Regione Lombardia e Visiting Professor presso la Scuola di Enologia di San Michele all’Adige. È inoltre commissario degustatore in alcuni concorsi sul territorio nazionale e organizza eventi per la diffusione e la promozione della cultura del vino. Si occupa infine di copywriting e naming design nel marketing e nella comunicazione social e web. Vive a Milano dove è nata ma, appena possibile, lascia la city e, con passione e desiderio di nuove scoperte, torna sempre in vigna.

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