Un’intervista “alterata” a Fabio Rizzari
Era la primavera del 2024. Pur essendo diventata Sommelier da un po’ continuavo a capirne poco di vino. Quindi Master, corsi, approfondimenti, degustazioni di ogni genere e tante tante letture. Un giorno inciampo in un articolo “Il vino nuovo”. Comincia così “Il vino giovane ha questo pregio: non è vecchio”. Lo leggo tutto d’un fiato. Mi piace. Ne cerco altri su quel sito dal nome strano: “Accademia degli Alterati”. Tante firme, tanti articoli, non tutti parlano di vino. Torno indietro. Cerco il nome dell’autore che mi aveva colpito: Fabio Rizzari. Leggo altri suoi articoli. Tutti scritti brevi ma sagaci, ironici, luminosi. Articoli belli da leggere. Scrittura limpida, divertente e intelligente. Mi vien voglia di conoscerlo.
Così dopo circa due anni davanti ad un paio di caffè finalmente comincio con le mie domande.

Il primo ricordo del vino
Scrittore. Musicologo. Giornalista. Curatore di guide importanti. Ma soprattutto grande conoscitore e appassionato di vini. Come ti sei avvicinato al vino? Il tuo primo ricordo.
La prima volta involontariamente poi casualmente.
Quando ancora vivevo a Torino, avevo circa tre anni, i miei genitori scoprirono che la signora che si occupava di me mi faceva bere del vino rosso. Il battesimo è stato precoce.
Il primo ricordo, però, risale agli anni Ottanta. Intorno ai 26/27 anni un mio amico mi convinse a bere un bicchiere di vino. Fino a quel momento pensavo che il vino fosse un liquido acidissimo e imbevibile. Quel giorno provai un Chianti Classico del Castello di Ama. Mi sembrò buonissimo. Così ho cominciato a sperimentare. Anni dopo mi sono avvicinato ai vini borgognoni, una zona al tempo ancora poco nota ai bevitori italiani. Erano vini diversi da quelli di adesso. La qualità non era omogenea, non era raro incappare in vini immaturi e scontrosi. Ma quando aprivi una buona bottiglia di Borgogna si riempiva di profumo la stanza: la ricchezza aromatica era la caratteristica distintiva di quei vini. E non è laudatio temporis acti, è un dato reale. Oggi, soprattutto i rossi, hanno un frutto più maturo, una estrazione tannica più elegante, al palato sono più rotondi più avvolgenti. Ma non di rado hanno meno espansione aromatica. Qualcosa si è guadagnato e qualcosa si è perso, come in tutte le cose.

L’incontro con Luigi Veronelli
Cento anni fa nasceva Veronelli, padre della critica enogastronomica italiana. Dato che hai lavorato per un certo periodo con lui ci puoi raccontare qualche aneddoto poco noto o qualcosa che di lui ti ha colpito particolarmente?
L’ho frequentato poco, e comunque non quanto avrei voluto. Dopo la sua scomparsa sono spuntati come funghi i suoi “discepoli”, i suoi allievi, i suoi confidenti speciali. Io non mi considero certo tale, ho solo avuto la fortuna di conoscerlo, di parlare, mangiare e bere con lui in diverse occasioni. Era realmente una persona straordinaria. La prima cosa che ricordo di lui è sicuramente il rispetto che portava al vino, a qualsiasi vino. “Anche il vino più semplice merita di essere rispettato” diceva sempre. Per lui era fondamentale l’atteggiamento che doveva avere il buon critico: trovare innanzitutto i pregi in un vino, e solo dopo, se c’erano dei limiti, dei difetti, casomai parlarne. Mentre il cattivo critico crede di dimostrare la propria competenza snocciolando i difetti eventuali o presunti del vino, e in subordine, in maniera concessiva, parlando dei pregi.
Ho conosciuto Veronelli alla fine degli anni Ottanta. In quel periodo stava raccogliendo le citazioni sul vino presenti in tutta la letteratura italiana, con l’idea di farne un libro. Un’opera che sarebbe stata monumentale. Gli citai un passo che ricordavo di Gadda: “Come per un buon Barolo vecchio si ridestano ad un tratto, nelle più amare anime, i sensi della condiscendenza nativa”. Apprezzò molto la citazione, che lui inaspettatamente non conosceva.

È da quel momento che hai cominciato a lavorare per lui?
Avevo alle spalle disordinati studi di musicologia. Veronelli mi propose di scrivere sulla sua rivista, Ex Vinis, una sorta di rubrica dove potessi parlare delle correlazioni tra musica e vino. Per qualche numero è andata avanti. Non cercavo di proporre accostamenti del tutto soggettivi e gratuiti, ma di descrivere come un determinato vino rimandasse percettivamente – sinesteticamente – a una determinata composizione.
Poi nel ’98 Veronelli mi chiamò a Bergamo e mi propose la cura della guida dei vini insieme a Daniel Thomases. In quel periodo aveva appena lasciato la cura della guida veronelliana Alessandro Masnaghetti. Ma non se ne fece nulla sia perché già lavoravo da qualche anno al Gambero Rosso, che avrei dovuto lasciare, sia per la mia pigrizia di fondo. Mi sarei dovuto trasferire al nord e avrei dovuto trascurare la rete di relazioni sociali che avevo a Roma.

Cosa ne pensi di quei produttori di vino che fanno ascoltare musica alle loro vigne o in cantina?
Credo che ovviamente ognuno possa fare quello che vuole. Da noi in Italia ci sono una serie di norme cervellotiche e stringenti prima che il vino arrivi sul mercato: in media i disciplinari sono severissimi su questioni marginali e permissivi su aspetti decisivi. Far ascoltare musica mi pare nella peggiore delle ipotesi una pratica innocua.
Le guide dei vini e i libri
Il Gambero Rosso è stato un po’ il tuo trampolino di lancio nell’eno-giornalismo, corretto?
Ho cominciato a lavorare per il Gambero Rosso nel ’95 e sono diventato giornalista professionista nel ’99 grazie a Stefano Bonilli, editore del Gambero. Inizialmente rivedevo testi della Guida dei Vini, poi ho curato l’Almanacco del bere bene, una pubblicazione che teneva conto dei vini di fascia economica: i migliori acquisti sotto una certa cifra. Dopodiché il Gambero ha cominciato una collaborazione con RaiSat e ha aperto il primo canale europeo di cibo e vino, il “Gambero Rosso Channel”. Mi hanno lanciato con qualche collega in quell’avventura senza avere alcuna esperienza televisiva. Le rare volte in cui rivedo qualche vecchia registrazione mi ritrovo con tenerezza: alcune volte chiaro e comunicativo, altre con uno sguardo da pesce lesso. Ma in compenso è stato un momento molto formativo. Ho avuto la possibilità di intervistare produttori storici non solo italiani, ma anche tedeschi e francesi, soprattutto borgnognoni. Allora la Borgogna cominciava ad essere la vedette internazionale che è ora.

Poi sei approdato all’Espresso, corretto?
Sì, nel 2003. Insieme a Ernesto Gentili, collega storico, ho cominciato a curare la Guida dei Vini per l’Espresso. Alessandro Masnaghetti aveva da poco lasciato la cura della pubblicazione, che era alla sua seconda edizione. Il periodo della guida dell’Espresso è stato il più impegnativo e gratificante della mia storia professionale.
Infine, c’è la tua attività come autore di libri…
Poco più di dieci anni fa ho scritto un libro, “Le parole del Vino”, per la Giunti Editore. Insieme a Giampaolo Gravina e Armando Castagno abbiamo scritto due volumi, sempre per la Giunti: “Vini da scoprire”, “Vini da scoprire, La riscossa dei vini leggeri”. Sempre con loro ho scritto “Vini artigianali italiani” pubblicato nel 2018 (Buongiorno Editore). Oggi sto lentamente elaborando un testo un po’ diverso dai precedenti, sul tema del confine e dei fenomeni liminali. Da molti anni collaboro per Vitae dell’AIS, oltre ad essere relatore per l’Accademia Treccani e di altre associazioni di Sommellerie per le quali tengo le ormai onnipresenti “Masterclass” (che un tempo chiamavamo seminari, laboratori, degustazioni, o semplicemente incontri).
Vino e musica
Facciamo un passo indietro e torniamo alla musica e al suo “legame” con il vino. Come possiamo connettere le due cose?
Pur venendo da una formazione musicologica e avendo il vino come oggetto di lavoro devo dire che questo è un terreno molto difficile, tra i più scivolosi su cui operare. Potrei paragonare questo esercizio a un funambolo su una corda, in un equilibrio molto delicato. Si tratta di muoversi in un ambito sinestetico, dove si cerca di descrivere una percezione specifica (gusto, olfatto), convocando altri ambiti sensoriali come l’udito o la vista. Ma la cosa che, dal mio punto di vista, è più difficile è sicuramente trovare un equilibrio tra oggettività e soggettività. Se prevale un elemento soggettivo (capita spesso di sentire frasi tipo “Questo vino mi ricorda una sera in cui ho ascoltato quel concerto jazz…”) il pubblico a cui ti rivolgi può non capirti, essendo una sensazione del tutto personale. Se, viceversa, tenti di giustificare la cosa in maniera pseudo-oggettiva cadi nell’estremo opposto. Non è possibile dare fondamento oggettivo alle proprie percezioni estetiche, e – anche se non sono un filosofo – su questo siamo credo ancora al vecchio Kant.

A proposito di legami… quello con Gravina e Castagno sembra tra i più misteriosi. Possibile che l’amore per il “liquido odoroso” abbia una tale forza di unione tra persone provenienti da ambiti così diversi?
Ho conosciuto Giampaolo verso la metà anni Novanta, Armando una quindicina di anni dopo. Condivido con loro l’idea che il vino non sia la somma delle sue componenti e che quindi non possa essere ridotto alla sola degustazione. Quello è solo un aspetto iniziale. Il vino è al centro di un reticolo enorme di rimandi culturali, storici, percettivi, per cui occorre convocare altri ambiti interpretativi. Giampaolo amava citare un allenatore di calcio: “Se sai tutto solo di calcio, non sai niente di calcio”. Voleva intendere che chi conosce solo la sua materia e non vede i rimandi che la collegano a mille altre cose, non ne sa nulla. Per il vino è lo stesso. Armando, ad esempio, trasmette e comunica il vino anche attraverso la lente artistica, essendo un eccezionale conoscitore di vino e un grande esperto di storia dell’arte. Una certa immagine, un dipinto, una composizione ti riportano ad altri ambiti percettivi, gli uni aiutano gli altri a chiarire quale è la qualità reale dell’oggetto. A quel punto cerchi di restituire un’immagine tridimensionale della materia. Anche il vino può essere raccontato al di là di una descrizione strettamente organolettica, che rimane l’ABC, ma nulla più.
L’esperienza di scrittura con Armando e Giampaolo è stata straordinaria. Ora Giampaolo se n’è andato, la sua scomparsa è stata indescrivibilmente difficile da affrontare. Senza alcuna retorica ma tenendomi al dato storico oggettivo, è stato un autore, un degustatore, un filosofo del vino di importanza centrale per la critica enologica italiana. Spero di ricominciare a scrivere qualcosa con Armando, con cui c’è un progetto che spero che si consolidi… Vedremo.
Tra le tante cose che di te si legge sul web ho trovato che hai rifondato l’Accademia degli Alterati. Che cos’è?
Detto così suona enfatico… In realtà, quando mi presento come “rifondatore” dell’Accademia degli Alterati lo dico in modo scherzoso. Le accademie italiane del Cinquecento e Seicento erano posti dove si stava a parlare di teatro, musica e letteratura, ma poi spesso e volentieri si mangiava e si beveva. Mi hanno sempre affascinato i nomi particolari di queste accademie… A volte erano esilaranti: ad esempio, “degli Intronati”, “degli Infiammati”…
L’Accademia degli Alterati mi pare fosse nata a Firenze alla fine del Cinquecento. Ho fatto delle ricerche per vedere se questa Accademia fosse ancora attiva, e se avesse un sito web, per essere sicuro di non avere contestazioni legali. Ho registrato il nome nel 2012, poi ho invitato e invito amici, colleghi e conoscenti a scrivere qualcosa, sempre con estrema libertà di argomenti e pensieri.
È un sito dove si può scrivere liberamente senza avere alcun obbligo, soprattutto quello di tenere un aggiornamento continuo e costante.
La passione per Totò
Da buona campana sono felice che tra le tue passioni più grandi ci sia quella di Totò. So che ti definisci Totòlogo.
Anche qui Totòlogo è un’autodefinizone scherzosa, non conosco l’opera di Totò da studioso, ovviamente. Ma con Totò avverto un legame profondo. Per qualche motivo strano o alchimia emotiva, se sono depresso, arrabbiato, stanco… metto un film di Totò e ho la sensazione di riallacciare un rapporto familiare. Mi sento a casa. Prescinde dall’artista, dal comico. Lo sento come uno di famiglia, una famiglia allargata o ideale. Questa sensazione la condividevo con il mio amico Giancarlo Perrotta, un tempo curatore della guida dei Ristoranti del Gambero Rosso. Anche Giancarlo era un grande Totòlogo. Lui faceva parte di uno dei più antichi fan club di Totò, che sta a Cuneo, non a caso nella città citata dall’artista in più film («Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo»). Giancarlo mi pare avesse la tessera n. 3 o 4 del fan club. Devo dire con un po’ di presunzione che sono abbastanza preparato finanche nei dettagli su almeno una cinquantina di film di Totò, non su tutti. Sembra abbia recitato in oltre 100 film, ma sono rari quelli che ho visto una volta sola o non visti.
Lo stimo, per quel poco che posso ricostruire non avendolo mai conosciuto, anche come persona. Ad esempio, in un’epoca quando gli animali erano considerati alla stregua di oggetti (quasi nessuno era animalista) lui era un animalista proattivo. Aveva adottato centinaia di cani e messi in un luogo sicuro, un suo canile, che finanziava da solo. Ricordo che in qualche intervista abbia detto che gli animali erano “più apprezzabili e stimabili degli esseri umani”. Era una persona di una sensibilità straordinaria.

Una frase di Totò che ti rappresenta
Non c’è una vera a propria citazione, piuttosto mi è molto vicino l’aspetto lunare e surreale di Totò, quello forse meno esplorato. Amavo la sua abilità nella scomposizione del linguaggio. Ad esempio, in un film considerato minore, “Totò lascia o raddoppia”, dove lui accarezza le mani della protagonista e le chiede “Che belle mani, sono sue?” Ecco queste piccole pennellate surreali sono uno dei marchi più straordinari di Totò. Totò è un personaggio complesso, coinvolgente, unico… un po’ come i migliori vini.