Il lavoro del sommelier tra fascino, fatica e la ricerca dell’eccellenza
Com’è il lavoro del sommelier? L’esperienza della neodiplomata Kiersten Hickman svela retroscena fisici e psicologici che animano il servizio in un prestigioso locale newyorkese. Un racconto che spazia dalla complessa gestione di turni estenuanti al lento superamento della sindrome dell’impostore. Una profonda riflessione sulle sfide umane e professionali che attendono chi sceglie di dedicarsi all’ospitalità.
A un anno di distanza da un intenso viaggio in Francia, intrapreso per festeggiare il sudato diploma enologico conseguito presso la rinomata scuola Le Cordon Bleu, la vita di Kiersten Hickman ha subìto una trasformazione radicale. L’autrice, sulle pagine della sua newsletter Cellar Notes, racconta di aver riposto nel cassetto la penna da giornalista enogastronomica per lanciarsi a capofitto nel mondo del servizio, approdando a tempo pieno nello staff di un importante ristorante di Manhattan. Un salto nel buio che si è rivelato tanto entusiasmante quanto, per usare le sue esatte parole, un autentico bagno di umiltà. Un sentimento che ogni collega dell’Associazione Italiana Sommelier ha provato sulla propria pelle fin dai primissimi passi mossi in sala.
Le sfide fisiche e il lato oscuro nel lavoro del sommelier
Dall’esterno, il lavoro del sommelier appare troppo spesso come un susseguirsi ininterrotto di glamour ed etichette prestigiose. Sotto molti aspetti, ammette la Hickman, questa magia corrisponde al vero: abbiamo il raro privilegio di degustare eccellenze assolute, come un memorabile assaggio di Chateau d’Yquem del 1950, e trascorriamo le serate a confezionare esperienze su misura per i nostri ospiti, ben lontani dalla staticità della vita da ufficio. Eppure, noi professionisti del settore sappiamo perfettamente che dietro questa affascinante facciata si celano sfide fisiche e psicologiche che mettono a dura prova chiunque decida di onorare la divisa.
Il primo, insidioso ostacolo è la tenuta fisica. L’autrice descrive il trauma di tornare a macinare innumerevoli chilometri in piedi a trentatré anni, ricordando con un velo di nostalgia l’energia inesauribile dei vent’anni, quando servire ai tavoli non lasciava alcun pesante strascico il mattino seguente. I turni massacranti in un grande locale di New York, destreggiandosi tra pesanti casse da sollevare e polvere da cantina, l’hanno costretta a fare i conti con muscoli indolenziti e ritmi biologici stravolti. Questa nuova realtà le ha imposto un ascolto più profondo del proprio corpo, prestando da una parte attenzione all’idratazione e all’apporto proteico, e combattendo con la perenne tentazione di cedere al conforto di carboidrati e formaggi a fine servizio. Diventa così imprescindibile programmare massaggi terapeutici mensili per lenire i severi dolori alla schiena: un segnale inequivocabile di un fisico che richiede nuovi confini.
L’impatto sulla vita privata e la spietata competizione in sala
A questa fatica corporea si affianca il più noto dei compromessi per chi fa il nostro mestiere: il pesante contraccolpo sulla vita sociale. Rientrare a casa a notte fonda rende estremamente complesso coltivare le amicizie di un tempo o partecipare con regolarità ai ritmi del resto del mondo. La Hickman confida un tangibile senso di isolamento, mitigato dalla vicinanza del marito e dalla comprensione degli amici più intimi, ma sottolinea l’importanza cruciale di non trasformare la devozione alla sala in una scusa per trascurare a lungo gli affetti.
L’ambiente lavorativo della metropoli americana si è poi rivelato fin da subito spietato. Nel suo percorso, ha incrociato colleghi animati da una feroce ambizione, proiettati senza sosta verso il traguardo di Master Sommelier e disposti a tutto pur di imporsi nei vertici dell’alta ristorazione.
Allo stesso tempo, fortunatamente, ha incontrato anime più affini, mosse dall’amore per la materia, professionisti capaci di emozionarsi per le peculiarità geologiche del Barolo o per le evoluzioni di un vecchio Bordeaux, più inclini a instaurare una connessione umana con il cliente che non a raggelare con nozioni enciclopediche.
Avendo già affrontato la pressante corsa al successo durante i suoi anni da giornalista freelance, la Hickman ha scelto di abbracciare questo secondo approccio, ricercando una dimensione professionale più autentica.
La sindrome dell’impostore e le immense soddisfazioni del servizio
Nonostante la solida preparazione accademica, confessa di dover continuamente fare i conti con la sindrome dell’impostore, quel timore reverenziale che ogni vero cultore del vino prova di fronte alla vastità inesauribile di questo mondo. Racconta l’ansia paralizzante che la assale quando teme di non saper argomentare con la dovuta profondità i motivi che rendono eccezionale l’annata 2019 per il Brunello di Montalcino, dubitando persino di meritare il proprio posto al tavolo. Per scacciare questi fantasmi, ogni sera appunta sul bavero della giacca la sua spilla dorata de Le Cordon Bleu: un rassicurante simbolo delle sue competenze, confermate dal sorriso dei clienti e dagli ottimi risultati di vendita raggiunti.
Tutte le asprezze svaniscono tuttavia di fronte all’amore per il calice e alla sacralità dell’accoglienza. La Hickman ritrova la gioia più pura nel rimettersi a sfogliare avidamente i manuali, e prova una soddisfazione ineguagliabile nel consigliare la bottiglia in grado di svoltare una cena d’affari o nell’assistere l’arrivo di nuovi avventori. Anche nel meritato giorno di riposo, la fiamma della curiosità non si spegne ma si tramuta in puro piacere conviviale: chiude infatti il suo racconto ricordando una cena informale con il marito in un bistrot italiano del quartiere, cullata da una suadente Barbera d’Alba 2020 della cantina piemontese Punset. Un sorso di commovente scorrevolezza che le ha restituito un sorriso di pura felicità, a suprema conferma che vivere la nostra professione come un’opportunità per arricchire l’esperienza umana altrui è, in definitiva, il traguardo più alto e appagante che si possa mai desiderare.