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Vino
31/03/2026
Di Massimo Zanichelli

Stile Libero

o le occasioni del vino

Alla prima di We Are Sciacchetrà!

È venerdì 20 marzo quando, nel tardo pomeriggio, sono arrivato a Monterosso dopo essermi fermato a Recco per una scorpacciata di focaccia ligure (classica) e focaccia al formaggio (quella celebre locale) e aver visitato la bella Camogli in una giornata di luce baciata da Dio.
Verso l’ora del tramonto, che gettava incantati bagliori vespertini sulla Costa de Campu, ho raggiungo la sede della Cantina Cinque Terre al Groppo di Manarola per la degustazione dei bianchi delle Cinque Terre guidata dalla sommelière Yvonne Riccobaldi e dall’enologo Francesco Petacco alla presenza di Lorenzo Viviani, giovane e dinamico presidente del Parco Nazionale Cinque Terre (PN5T), promotore e organizzatore dell’evento dedicato a osti, vignaioli, contadini, pescatori. C’erano una ventina di vini alla cieca e diversi produttori presenti, diversi dei quali di giovane generazione: un traguardo, considerando la situazione numerica e anagrafica del territorio fino a qualche lustro fa. Tra i 2025 mi sono piaciuti il Costa de Sera di Litan (dorato, macerato, succoso, tannico), il Costa da Posa della Cantina 5 Terre (minerale, sapido, lineare) e il Pirasca di BarCa (proveniente da uve “underwater” chiuse in una nassa; molto profumato, fresco, salato). Tra i 2024 il Buranco (tutto un fiorire di menta e mentuccia, di erbe aromatiche, di salvia e rosmarino), l’Albana La Torre (colore acceso, tatto succoso, tanti fiori gialli, tanta ginestra, tanto agrume in scorza, tanto sale), il Forlini Cappellini (metallo e mitili, trama e vigoria, ferro e tenacia), il Cheo (fiori, sale, carattere), il Cantina Crovara (compatto, saporito, marino, lungo), il BarCa (succoso-tardivo e fresco, tanti fiori e tante erbe). Tra i 2023 il Thalassa di Finis Terra (colore luminoso, molte erbe aromatiche, spontaneo, compatto, dritto, rigoroso), il Recausi di Il Foresto di Vernazza (riduzione minerale, macchia mediterranea, succo, incisività), l’Amante del Sole di Cian du Giorgi (fiori macerati, camomilla, frutta gialla, tannino “salato”, anice, ginestra, note salmastre).
Il giorno dopo, al Palazzo Lasciato Mangiamarchi di Monterosso, c’era una degustazione, guidata ancora da Yvonne Riccobaldi (conosce le Cinque Terre come pochi altri), di Sciacchetrà, che, come sempre (adoro questo vino, raro passito dolce/non dolce di mare, di terra, di roccia), non ha mancato di generare emozioni. Il 2023 di Litan associava erbe aromatiche e caramella d’orzo, felpa cremosa e accensione balsamica. Il 2023 di Possa, dal colore topazio, sfoggiava profondità olfattiva (albicocca secca, mirto, ginepro, rosmarino) e un palato denso, viscoso, profondissimo. Il 2020 di Sassarini aveva un profilo quasi didattico: colore chiaro-luminoso, infusione di erbe aromatiche, alcol nobile, finale di miele. La Riserva 2020 di Burasca aveva densità, profondità, caratura (albicocca, prugna, caramella d’orzo, macchia mediterranea, frutta secca). La Riserva 2020 di Cian du Giorgi (appassimento delle uve in verticale, pigiatura a mano, macerazione per svariati mesi in anfora, maturazione anche in damigiana) esibiva un luminoso colore ambrato-arancio, una purezza di canditi, frutta secca ed erbe aromatiche, un tessuto denso, vellutato, di persistente purezza. La Riserva 2020 di I Magnati (una sola barrique esausta)elargiva albicocca secca ed erbe aromatiche, densità, freschezza e contrasto balsamico. La Riserva 2018 di Forlini Cappellini (decisa e concepita dalla qualità delle uve in vigna e non, come spesso accade, da una selezione dei migliori caratelli)era un trionfo di erbe aromatiche, di arancia candita, di zenzero, aveva un tatto ricco, denso, dal finale fresco-balsamico. La Riserva 2010 di Terra di Bargon, bottiglia uscita dalla cantina di Yvonne, aveva colore ambrato-marrone, sentori di miele di castagno, di corteccia di pino, di terra, una densità invitante, un profluvio balsamico che terminava in un senso di salsedine.

Alla diciottesima edizione di Terre di Toscana

Alla manifestazione, ormai maggiorenne, organizzata da L’Acquabuona (piattaforma editoriale online dal 1999), che si tiene all’Una Hotel sul lungomare di Lido di Camaiore, c’è quanto di meglio si possa assaggiare sul vino toscano (140 cantine selezionate per circa 700 etichette). Di seguito alcuni dei vini notabili che ho assaggiato.
Il Colli di Luni Vermentino Pini di Corsano 2023 di Terenzuola aveva tutti i connotati (vibrazione rocciosa, buccia d’agrume, aria minerale) per essere scambiato alla cieca per un Riesling di area nobile (e così è stato anche il giorno del mio compleanno, dove tutti, complice la bottiglia renana chiusa con il tappo a vite, sono caduti nell’inganno, ed era di fatto impossibile esimersi dal farlo).
La Vernaccia di San Gimignano Rialto 2023 di CappellaSantaAndrea (scritto tutto attaccato), da una vecchia vigna degli anni Sessanta, era succo minerale intriso di erbe e sapidità, mentre la Vernaccia di San Gimignano Riserva Prima Luce 2023 (macerazione di tre settimane e un anno di maturazione in anfora) sfoggiava anice, foglia di limone, maturità, tonicità.
Il Bianco 2025 di Sancaba, taglio di grechetto (75%) e trebbiano d’altura (siamo sopra i 650 metri) della zona di San Casciano dei Bagni, colpiva, nonostante la gioventù, per il carattere e la tonicità, mentre i due rossi a base di pinot nero (il più fresco, leggero, pepato Petit Sancaba 2025 e il più caratterizzato, profondo, ancora giovane Sancaba 2023) hanno ormai inserito questa cantina tre le protagoniste della varietà in Toscana.
Il Chianti Classico 2024 di San Giusto a Rentennano era puro alloro (quando si smetterà di considerare questi vini come dei base o, come si usa dire oggi, degli “entry level”?), mentre il Percarlo 2022 – cui la pioggia a ridosso della vendemmia ha giovato all’annata calda, rinfrescandola – aveva frutto selvatico, profondo e trama tannica raffinata. Il Vin San Giusto 2018, ovvero il Vin Santo della casa, era l’ennesimo capolavoro: i sentori delle soffitte e dei granai, il fico e la frutta secca, lo zabaione e il balsamico, il tatto viscoso e leggiadro, il finale incessante.
Benché arrivino da una zona (non classica), addirittura da una provincia, diversa del Chianti (San Casciano Val di Pesa) ritrovo nei vini di Corzano e Paterno un carattere simile. I Tre Borri 2023 era un sangiovese dal carattere spiccato di alloro e rosmarino. Il Corzano, sangiovese maritato con il cabernet (30%), era dritto, saporito, sfumato. Il Passito 2008, versione aziendale di Vin Santo (15 anni di caratello e, per la prima volta nella sua storia più recente, 13 gradi alcolici svolti), era un nettare che profumava di soffitta e credenza, di fico e zabaione, viscoso, fresco, persistente.
Poi il “trittico” di Tenuta di Carleone: il Chianti Classico 2023 (sangiovese in purezza, 30% di grappolo intero e un anno in botte grande) era tutto una filigrana: colore chiaro, purezza varietale, sapore diretto e lunghissimo. L’Uno 2021 (sangiovese con un anno e mezzo di cemento, acciaio e tonneau) spingeva da morire. Il Guercio 2023 (dal sangiovese di Lamole a circa 700 metri di quota, grappolo intero e lunga macerazione in uova di cemento) era una versione in trasparenza che sentiva l’altura e che aveva freschezza radicale, verticalità, lunghezza.
L’austerità è sempre di casa alla Fattoria Selvapiana. Così in un Chianti Rufina Vigneto Erchi 2020, dai terreni in ferro e manganese, che associava intensità, contrasto, sapidità, il tutto incorniciato dall’alloro del sangiovese d’altura. Così in un Chianti Rufina Riserva Vigneto Bucerchiale 2020 teso, rigoroso, sapido, persistente. E così in un Bucerchiale 1981 addirittura commovente: terroso, mentolato, impellicciato con note di cuoio in un perentorio, persistente allungo.
Il Rosso di Montalcino 2024 di Salvioni era, nonostante il colore chiaro, un concentrato (in chiave di levità) di nerbo, struttura e tannino, mentre il Brunello di Montalcino 2021 conquistava per carattere, succosità, tensione, persistenza.
Il Tenuta di Trinoro 2022 si rivelava, nonostante un’annata sulla carta scomoda, come una delle più belle versioni degli ultimi anni: ricco, carnoso e mai troppo denso, profondo di frutto e fresco di contrasto.
Dopo la già brillante prova dello scorso anno, i due Mimesi di Tenuta di Ghizzano si sono confermati come vini espressivi: il Bianco 2024 (trebbiano in anfora di terracotta) era succoso, fresco, persistente; il Rosso 2021 (sangiovese in anfora di terracotta) aveva carattere spiccato e brillante contrasto. Ottimo anche il bordolese Nambrot 2021, intenso e denso quanto equilibrato, fresco, pepato.
I rossi di Il Carnasciale sono da sempre un emblema di razza e di eleganza. Il Carnasciale 2022 (30 mesi di botte grande) sprigionava frutta succosa, tonicità e sale; il Caberlot 2022 aveva un bouquet di erbe e un sorso intenso, speziato che godeva di una freschezza inaspettata (non avremo bollato con troppa fretta ed eccessiva prudenza questo millesimo come “caldo e basta”?), mentre il 2021 era irresistibile: carnoso, fruttato, fresco, dal tannino finissimo, dalla persistenza di puro pepe. Quest’anno, poi, si aggiunge anche un bianco, il Blanc 2021, prodotto in 500 bottiglie da uve trebbiano, che alla riservatezza del naso accompagnava un sorso pieno, tonico, decisamente sapido.
Che dire poi del syrah “pisano” di Fattoria Varamista! Il Varramista 2019 profuma di oliva e di garrigue e aveva una compattezza tannica di rilievo. Ma il Varamista Edizione Limitata 2018 (fermentazione in barrique aperte, dove poi matura per due anni, imbottigliato in 288 magnum senza filtrazione) conquistava per il carattere sanguigno, balsamico, mediterraneo e per un’acidità rinfrescante che donava al vino eleganza e bevibilità.
Era domenica 22 marzo. Mi sarei trattenuto, come faccio sempre, anche il giorno dopo, ma il voto al referendum mi ha costretto a rientrare.

Antivigilia di compleanno a Voghera

Matinée domenicale (29 marzo) alla Ubik di Voghera per l’ultimo atto del corso sui Cult Movies. A seguire pranzo a casa di Felice Albertazzi e Vittoria Zanusso, di cui ho già parlato in questa rubrica. Tre vini. Ho sempre avuto un debole per il Parosé di Mosnel, un Franciacorta al contempo Rosé e Pas Dosé che è stato il primo, più di vent’anni fa, anzi venticinque (prima annata 2001), a fondere le due tipologie. Il 2018 profumava di fiori, piccoli frutti rossi e agrumi, aveva una carbonica felpata, carezzevole e una persistenza elegante quanto incisiva. Il Barolo Vigna Rionda 2008 di Massolino mostrava una capacità di espansione all’aria (l’abbiamo scaraffato) pari al blasone di questa celebre vigna, accendendosi nel tempo di elementi terrosi e balsamici e seducendo il palato con la sua trama densa e il suo fresco contrastato. Il Passito di Pantelleria Bukkuram Padre della Vigna di De Bartoli dello stesso anno era un tripudio di albicocca secca, di mirto, di ginepro, di elementi officinali e balsamici, di liquirizia, di elicriso, di menta. Denso, contrastato, vulcanico con persistenza olfattiva di albicocca salmastra a bicchiere vuoto.

Vigilia di compleanno con l’Alsazia a Milano

Martedì 30 gennaio era una giornata magnifica di luce e la vista sulla catena delle Alpi dalla Terrazza 12 di A’Riccione, locale a due passi da una piazza San Babila tirata a lucido dopo i recenti lavori, quasi mozzafiato. Ospiti del rooftop una ventina di produttori alsaziani dell’associazione ACT – Alsace Crus & Terroirs, che raggruppa la crème dell’enologia regionale. Tre settimane prima ero stato a trovare la maggior parte di loro in un’intensa, faticosa ed emozionante peregrinazione lungo trenta Grand Cru di Riesling. Di seguito un resoconto stenografico di alcuni dei vini assaggiati, talvolta riassaggiati, in poco più di un paio d’ore (poi dovevo andare nel Piacentino). Data la molteplicità pedologica che distingue il terroir alsaziano, nel taccuino di degustazione distribuito all’ingresso era indicato per ogni vino il terreno specifico o, quantomeno, quello dominante, che riporto tra parentesi.
Di Barmès-Buecher il Pinot Gris Rosenberg 2023 (calcare) era piacevole, succoso e contrastato (dimenticate i Pinot Grigio di casa nostra, questa è un’altra musica); il GC Steingrubler Gewurztraminer 2023 (marna) era fragrante, speziato, denso, equilibrato; il GC Hengst Riesling 2021 (calcare; ogni produttore presentava un Riesling di quest’annata come tema dell’evento) agrumato, succoso, dritto, una bella fusione tra espressione varietale e spezia del legno.
Di Loew tanto il CG Altenberg de Bergbieten Riesling 2021 (marna) tanto il CG Altenberg de Bergbieten Gewurztraminer 2021 presentavano lo stile maturo, tardivo, caldo, pieno tipico di questo cru, sempre risolto in termini di equilibrio.
Di Albert Mann il Pinot Noir Clos de la Faille 2023 (calcare), proposto prima dei bianchi come in Borgogna, esprimeva un carattere spiccato e un legno impeccabile; il CG Schlossberg Riesling 2021 (granito) sfoggiava purezza, roccia, sale, tensione, verticalità; il CG Steingrubler Gewurztraminer 2023 succosità, passo morbido-sapido e felice contrasto.
Di Meyer-Fonné il CG Kaefferkopf Riesling 2023 (marna) era spiccatamente minerale con toni succosi da frutto tardivo-esotico compensati da sapidità e freschezza; il CG Wineck-Schlossberg Riesling 2021 (granito), parimenti agrumato-esotico, sfoggiava verticalità e persistenza; il CG Furstentum Gewurztraminer 2021 (marna)eraperfino étonnant per le note di botrite (albicocca, pesca, mango) per il sorso esotico, felpato, invitante, per la persistenza di papaia e litchi, per il finale di marca sapida.
Di Frédéric Mochel, il CG Altenberg de Bergbieten Muscat 2023 (marna), da varietà Ottonel, sapeva di muschi, di agrumi, di sapone di Marsiglia, di zenzero; il CG Altenberg de Bergbieten Gewurztraminer 2020 era sorprendentemente in riduzione, con molti agrumi e poca frutta esotica, tanto succo e molto contrasto; il CG Altenberg de Bergbieten Riesling Cuvée Henriette 2020 aveva espressivo tratto tardivo-minerale, frutto succoso, finale fresco-agrumato.
Di Domaine Muré il Pinot Noir V 2023 (calcare), dal Grand Cru Vorbourg come gli altri vini (il prossimo anno il nome comparirà in etichetta), aveva un buon carattere (note di radice, di terra) assemblato a un integrato apporto del legno; il Riesling Clos Saint Landelin 2021 (calcare) sprigionava respiro minerale, tensione gustativa, finale quasi salato; il Gewurztraminer Clos Saint Landelin 2023 aveva un profilo da prototipo didattico: classico nei sentori di frutta esotica e spezie, invitante per la morbida coda zuccherina, piacevole nel finale.
Di Mélanie Pfister il Pinot Gris Silb 2023 (calcare) si distingueva per la qualità del frutto e del sapore finale; il Gewurztraminer Lenz 2024 (calcare) per il carattere di rosa e frutta esotica dal tratto definito e invitante; il GC Engelberg Riesling 2021 (calcare) per intensità, freschezza, frontalità, persistenza sapido-tonica.
Di Schlumberger il CG Saering Riesling 2021 (calcare) era una saetta di succo verticale, scandito da tensione acida e allungo salino; il CG Kitterlé Riesling 2021 (vulcanico) manifestava purezza minerale, scie di idrocarburo accompagnate da note d’agrume, finale dritto, teso, saporito. Il CG Saering Gewurztraminer Kessler 2021 (arenaria) era esotico, tardivo, definito, contrastato, mentre il Gewurztraminer Vendanges Tardives Cuvée Christine 2022 sfoggiava purezza di botrite esotica, tatto denso e maturo, finale tra l’agrume e la frutta tropicale.
Di Domaine Schoffit il Gewurztraminer Harth Cuvée Caroline 2022 (ghiaia), da selezione massale di vecchie vigne, stupiva per il mélange tra l’invitante frutto esotico maturo e l’allungo sapido-salato, così come il Riesling Harth 2024 per l’asse impeccabile tra pienezza, maturità e sapore. Il GC Rangen Clos Saint-Théobald Pinot Gris 2022 (vulcanico) sanciva il primato di un cru al contempo caldo e fresco per un bianco che conta trenta grammi di zucchero perfettamente compensati da un’acidità austera che donava persistenza, mentre dal canto suo il GC Rangen Clos Saint-Théobald Riesling 2021, falcidiato da una pioggia in estate che ha ridotto i quantitativi, era austero, teso, contrastato, angoloso, sapido.
Di Trimbach il CG Mandelberg Riesling 2021 (calcare) era succo laminato, era maturità minerale, era sostanza e contrasto, era un finale persistente, lunghissimo; il Riesling Cuvée Frederic Emile 2019 (calcare), dai Grand Cru Geisberg e Osterberg, sprigionava purezza di tratto, carattere verticale, finale succoso, sapido, slanciato; il Gewurztraminer Seigneurs de Ribeaupierre 2016 (calcare) era sorprendentemente mentolato-minerale, succoso-balsamico con finale sapido, quasi salato.
Di Zind-Humbrecht il CG Hengst Riesling 2022 (calcare), da giovani vigne di una decina d’anni, esprimeva un naso ancora in evoluzione ancorché profondo e un palato spontaneo, succoso dal profilo minerale; il CG Hengst Gewurztraminer 2021 (da vecchie vigne degli anni Venti) virava la varietà su toni non troppo aromatici e su tratti tanto succosi quanto sapidi e contrastati; il Pinot Gris Heimbourg 2022 (calcare), imbottigliato nel 2024 per ottenere un vino secco, era maturo, dritto, molto tonico e saporito.

Giorno di compleanno

Martedì 31 marzo. Festeggio a pranzo con amici a Bresso da Vinalia Beninenoteca, luogo che mi è caro e che frequento da trent’anni o giù di lì: Andrea Benin è stato il mio mentore. È un luogo eccentrico, scenografico, che non è propriamente un ristorante e nemmeno un classico wine bar, ma qualcosa di ibrido in perenne movimento. La giornata è luminosa, il locale tutto per noi, la compagnia amena, i vini distintivi. C’era il Meramentae Extra Brut 2018 (sboccatura aprile 2024) di Mongioia, uno raro metodo classico, rigorosamente secco, di Moscato: fragrante, dritto, persistente, elegante. C’era, appunto, i Pini di Corsano 2023 di Terenzuola, che tutti hanno scambiano per un Riesling (lo avrei fatto pure io alla cieca e tutti i vini lo erano). C’era la Malvasia Sorriso di Cielo 2023 La Tosa, un altro vino del cuore: pieno di dettagli aromatici, succoso, gioioso, inebriante con quel pizzico di tannino a rimarcare l’origine varietale e a generare contrasto. C’era il Pouilly-Fuissé Les Crays 2019 di Verget, con l’agrume e il legno ben compensati tra spessore gustativo e buona dinamica. C’era il Saint-Joseph Peygros 2021 Domaine du Tunnel profondo, carnoso, sanguigno, affumicato: un rosso di rango ancora troppo giovane. C’era l’Amarone della Valpolicella Classico Superiore 1995 di Giuseppe Quintarelli, un capolavoro di materia, complessità (piccoli frutti neri, mirto, erbette mediterranee, genziana, china e tante altre cose), profondità, equilibrio, persistenza. E c’era, con atto non poco ardito dopo cotanto vino, il Barolo La Serra 2021 di Giovanni Rosso, la cui razza, la cui stoffa tannica, la cui finezza esecutiva hanno saputo reggere l’urto dell’ingombrante predecessore. E c’era, infine, un vino che non viene purtroppo più prodotto, Il Faggio 2012 di Barattieri di San Pietro, un Brachetto passito in terra piacentina di rara grazia aromatica, di elegante e ricamato fraseggio, dal passo sinfonico e dalle movenze aggraziate.

Massimo Zanichelli
Massimo Zanichelli

È degustatore professionista, wine writer e documentarista. Per quindici anni ha lavorato per il Gruppo Editoriale L’Espresso, firmando la guida I vini d’Italia (2002-2016) e la rubrica “La bottiglia” del settimanale “L’Espresso“. Ha scritto il Nuovo Repertorio Veronelli dei vini italiani (Veronelli Editore, 2005), I Grandi Cru del Soave (Peruzzo, 2008), Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi (Bietti, 2017), Il grande libro dei vini dolci d’Italia (Giunti, 2018), I quattro elementi del vino italiano. La Montagna (Bietti, 2022). Collabora con “Vitae”, “James Magazine”, “L’AcquaBuona”, “Civiltà del Bere”. Tra i suoi documentari sul vino: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Nel nome del Dogliani (2017), La casa del Pinot Nero (2020), Mosnel di Franciacorta (2024).

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