I lunghi e misteriosi viaggi del primitivo e l’approdo a Gioia del Colle
Gli scavi condotti nella zona archeologica di Monte Sannace, a pochi chilometri da Gioia del Colle, hanno portato al rinvenimento nell’antico centro peuceta di abbondante materiale vascolare destinato a contenere olio e vino. Tali reperti confermano che la coltivazione della vite e la produzione del vino erano già molto attive in questa zona tra l’VIII e il III secolo a.C. Allo stato attuale non sono disponibili informazioni sui vitigni coltivati in quell’epoca.
Non si sa con certezza quale sia stata la terra di origine del primitivo, ma le tracce storiche sembrerebbero indicarne la patria antica in quella che un tempo si chiamava Illiria e che oggi corrisponde principalmente a Croazia e Montenegro. In queste aree geografiche, collocate dall’altra parte del mare Adriatico, ancora oggi esistono vitigni come crljenak kastelanski (alias pribidrag) e kratosjia, che hanno lo stesso DNA del primitivo e dello zinfandel statunitense. A fianco di tali varietà, oggi oggetto di riscoperta anche nelle aree che le hanno viste nascere, si affiancano cultivar discendenti dirette come Plavac Mali (crljenak kastelanski +dobricic) e Plavina (crljenak kastelanski+verdeca) in Croazia e Vranac (kratosija+duljenga) in Montenegro.
Non siamo in grado di datare l’arrivo del primitivo in Puglia, né abbiamo notizie degli autori dell’impresa. Possiamo però ipotizzare con Lambert-Gocs (1986) che esso sia stato portato da profughi slavi (i cosiddetti schiavoni) o greco-albanesi, che, per sfuggire alle persecuzioni dei turchi ottomani, durante il quindicesimo e sedicesimo secolo, trovarono rifugio nella nostra regione. Difatti, prima di essere selezionato e chiamato primativo a fine Settecento, questo vitigno forse preesisteva nei vigneti pugliesi, talora confuso con lo zagarese, che i dati genetici attestano essere in realtà un discendente del negroamaro.
Alcuni indizi porterebbero a individuare proprio in Gioia del Colle uno dei paesi in cui i profughi slavi sarebbero giunti, verosimilmente portando con sé le piante di quel vitigno che sarebbe stato in seguito ribattezzato come primativo. Infatti, nella cittadina gioiese esisteva, fra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, un borgo degli schiavoni e la chiesa di Sant’Angelo, dedicata anche a Santa Maria di Costantinopoli, era il luogo di culto e di ritrovo dei profughi slavi e greco-albanesi. Nomi di slavi si trovano ancora oggi nelle epigrafi murate sul lato esterno occidentale di tale edificio sacro. Le ricerche storiche hanno documentato che la colonia schiavona di Gioia del Colle comprendeva anche un piccolo numero di greci e albanesi, ma era costituita principalmente da gente serba e montenegrina. Ancora oggi a Gioia del Colle è dato trovare cognomi, come Schiavone, Montenegro e Albanese, che testimoniano tale storica immigrazione e rendono verosimile l’arrivo nella cittadina gioiese di un antenato del primitivo.
Le origini
Stando alle ricerche pubblicate nel 1919 da Giuseppe Musci, all’epoca direttore dei Consorzi di Difesa della Viticoltura di Bari, il padre del primitivo fu il sacerdote don Francesco Filippo Indellicati. Quest’ultimo, nato a Gioia del Colle nel 1767, dopo essere diventato sacerdote, fu nominato primicerio del capitolo della chiesa madre della città natale, ma non mancò di mettere a frutto le sue vaste conoscenze di botanica e di agronomia. Per quanto ne sappiamo, esiste attualmente un solo dipinto d’epoca, di autore ignoto, raffigurante il primicerio gioiese. Esso si trovava a Gioia del Colle nel Palazzo Indellicati poi divenuto Palazzo Marvulli, ubicato in via XX Settembre. Dopo la demolizione di tale edificio, il quadro fu trasferito in casa Marvulli, dove è attualmente custodito dalla famiglia proprietaria dell’abitazione.

Verso la fine del XVIII secolo, l’Indellicati, nell’esaminare e selezionare i vitigni che, secondo la consuetudine di quei tempi, crescevano alla rinfusa in alcuni vecchi vigneti gioiesi, osservò che uno di essi si prestava meglio di altri ad essere allevato nelle terre rosse dell’agro di Gioia del Colle. Avendo notato che l’uva di tale vitigno maturava con notevole anticipo rispetto a quella di altre varietà, lo chiamò “primativo”, poi divenuto anche “primaticcio” e “primitivo”. Il nome primitivo, quindi, non sta per antico, primordiale, ma per precoce.
È sempre Musci a riferire che, dopo un’accurata selezione, il primicerio gioiese piantò i tralci di primitivo in un appezzamento di terreno dell’estensione di otto quartieri (ognuno dei quali corrispondente a ettari 0,1575 e ospitante circa 625 viti allevate a ceppo basso). La prima monocoltura storicamente attestata di primativo fu dunque realizzata in località Liponti, nella contrada Terzi di Gioia del Colle, sulla via che da questa cittadina porta verso Noci.
Orazio Milano e Giuseppe Strippoli confermano che l’esatta ubicazione di tale sito fu individuata dal gioiese dr. Erasmo Pastore “…noto cultore e appassionato di problemi agricoli”. L’indicazione esatta degli estremi catastali di tale appezzamento fondiario è la seguente: Foglio 53, Ha 1,68.26, particella 37. Tale sito è indicato da una stele in pietra, realizzata dall’artista acquavivese F. Cotrufo, su commissione dell’amministrazione comunale di Gioia del Colle e posta a dimora vent’anni fa, il 19 maggio 2004. Tale monumento reca su un lato un bassorilievo raffigurante le mani del primicerio Indellicati mentre piantano una vite di primitivo e sull’altro un brano poetico tratto da “La ballata del vino generoso” della prof.ssa Nunzia Sala Bianco.
È degno di nota che, nel recensire la monografia di Musci sulla Rivista di Ampelografia (1920), il Sannino, noto ampelografo, indica nel 1799 la data di inizio della coltivazione del primativo da parte di don Francesco Filippo Indellicati.
Dell’Indellicati non sappiamo molto altro, se non che morì a Gioia del Colle nel 1831 e che fu sepolto in un mausoleo appartenente alla sua famiglia, poi demolito. Le sue spoglie furono allora traslate nell’attuale cimitero gioiese, dove sono ancora oggi custodite.
Dal sito Liponti in Contrada Terzi, che si dimostrò particolarmente vocato per la coltura del primitivo, secondo quanto riportato dallo storico della viticoltura Michele Vitagliano, questo vitigno si diffuse già agli inizi del XIX secolo nel territorio che si estendeva intorno all’abitato di Gioia del Colle per un raggio di 2 Km. La diffusione si ampliò ulteriormente nei decenni successivi, raggiungendo il massimo nel periodo compreso tra il 1868 e il 1885, quando le autorità locali decisero la quotizzazione del demanio comunale. In tale periodo, riferisce Musci, nell’agro di Gioia del Colle erano coltivati a primitivo circa 6.000 ettari nelle zone Marchesano, Terzi, Castiglione e Parco Busciglio.
Una conferma indiretta dell’ingente quantità di vino che all’epoca si produceva a Gioia del Colle proviene dallo storico gioiese Carano-Donvito, il quale riferisce che nel 1868 vi erano nell’abitato gioiese ben 14 esercizi pubblici per la vendita e la mescita del vino su una popolazione di 17 mila abitanti.

La diffusione
Lo storico Vitagliano sostiene che, già a partire dal 1820, il primitivo cominciò ad essere coltivato nella vicina Acquaviva delle Fonti. I terreni della cittadina acquavivese si dimostrarono particolarmente vocati alla coltivazione di tale vitigno, anche se i vini provenienti dalle campagne acquavivesi tendevano ad avere una maggiore gradazione alcolica rispetto a quelli ottenuti nell’agro gioiese.
Secondo Musci la diffusione del primitivo interessò presto anche i comuni di Santeramo in Colle, Altamura, Gravina, Cassano Murge, Sammichele di Bari, Turi, Casamassima, Grumo Appula, Toritto, Sannicandro, Bitritto, Modugno, Bitonto, Palo del Colle, Adelfia, Rutigliano, Conversano, Castellana, Putignano, Noci e Alberobello. Tale diffusione coincise, secondo quanto riferito dal Bisceglia in una relazione del 1821 e dal Rotondo in un saggio pubblicato nel 1834, con un periodo di fortissima espansione della viticultura in terra di Bari, trainata dalle crescenti richieste di vini da taglio e mezzo taglio.
In una fase successiva, il primitivo giunse a Manduria e in vari comuni delle provincie di Taranto, Lecce e Brindisi. Musci, nel suo libro del 1919, cita Lecce, Brindisi, S. Pietro Vernotico, Squinzano, Tuturano, S. Vito dei Normanni, Carovigno, Ostuni, Ceglie Messapica, Francavilla Fontana, Alezio, Casarano, Maglie, Manduria, Grottaglie, Taranto, Castellaneta, Laterza e Ginosa.
A Manduria, in particolare, il vitigno approdò verso la fine del XIX secolo, nel 1881, grazie ad alcune barbatelle portate dalla contessa Sabini di Altamura, andata in sposa a Tommaso Schiavoni Tafuri. Il cugino di quest’ultimo, un certo Menotti Schiavoni, ne avviò la coltivazione nelle terre di sua proprietà, sulle dune di Campomarino, una località rivierasca frazione di Maruggio, situata a pochi chilometri da Manduria. La prima etichetta di cui si ha testimonianza del primitivo proveniente dal vigneto del Menotti Schiavoni risale al 1891 e recava la denominazione “Campo Marino”.
Stando a quanto Musci scrive nel 1919, il primitivo è stato poi coltivato, sia pure su scala limitata, in comuni della Capitanata vicini alla provincia di Bari, come Cerignola, S. Ferdinando, Trinitapoli e Ortanova, nonché in alcune località della Lucania, quali Matera, Montescaglioso e Ferrandina, e in qualche comune del potentino e del lagonegrese.

Citazioni illustri e storiche degustazioni
Le riviste e le pubblicazioni ufficiali di ampelografia iniziano a occuparsi del primitivo nella seconda metà dell’Ottocento, dopo l’avvenuta unificazione d’Italia.
La prima citazione bibliografica dedicata al primitivo è di Giuseppe Perelli, che, in un articolo pubblicato nel 1874 sugli Annali di Viticoltura ed Enologia Italiana, lo descrive come “…un vino di distinta qualità da gareggiare col Barbera d’Asti, asciutto, di colore e schiuma rossa viva, di un grado alcolico da 12 a 14 in volume…”.
L’anno successivo Giuseppe Frojo, fornendo un elenco dei vitigni a bacca nera coltivati in provincia di Bari, cita il primativo o primaticcio (diffuso con questo nome a Gioia del Colle, Altamura, Trani) e conosciuto come uva della pergola a Corato. Nel 1879 lo stesso Frojo, sempre in un lavoro sui vitigni diffusi nella provincia di Bari, scrive che il primitivo “…forma la coltura esclusiva di Gioia del Colle; se ne fa vino, da solo, di ottimo gusto e alquanto ricercato; introdotto in altri luoghi, non vi riesce perfetto come a Gioia, specialmente nei luoghi bassi; non si spampana, perché soffre molto per i forti calori ed i venti caldi; ama molto il fresco. Il mosto mediamente ha il 27,4% di glucosio e lo 0,47% di acidità. Il vino ha aroma delizioso ed amaro speciale; è ottimo a 3 anni”.
Nel suo saggio di ampelografia universale pubblicato nel 1887, il De Rovasenda si occupa del primitivo affermando che “…tale vitigno, coltivato in Terra di Bari (Altamura, Bitonto, Turi), matura la sua uva molto precocemente e può dare un buon vino…; dà in qualche località un vino liquoroso”. Si riferisce evidentemente, ed è la prima volta che tale evenienza appare in letteratura, alla possibilità di ottenere dal primitivo vini dolci naturali.
Di particolare interesse è un articolo pubblicato nel 1881 sulla Rivista di Viticoltura ed Enologia, da Antonio Carpené, allora direttore della società enotecnica trevigiana, “intorno ad alcuni vini del barese”. In tale scritto l’autore riferisce di essere rimasto particolarmente impressionato dalla degustazione di due bottiglie di Primaticcio di Turi (annate 1870 e 1867) ricevute da un certo signor Giovanni Cozzolongo di Turi. Di tale Primaticcio di Turi il Carpené precisa che è ottenuto dal primitivo propriamente detto, che si tratta di un’eccellente uva da vino, che matura dall’1 al 15 settembre e che il vitigno si adatta meglio su luoghi elevati e che è coltivato estesamente a Turi, Sammichele, Gioia del Colle e Acquaviva delle Fonti. Commentando la degustazione, in chiusura dell’articolo, l’Autore dice a chiare lettere che “…se la vinificazione nelle regioni meridionali d’Italia venisse diretta dai sani principi dell’enotecnia, in quelle regioni favorite generosamente dalla natura, si otterrebbero vini così squisiti, da non temere confronti coi più rinomati del mondo…”.
Concetti simili si ritrovano in un commento pubblicato nel 1888 da Egidio Vitali sui vini italiani presentati all’esposizione di Londra: “…Dirò che alcuni vini come il Primitivo…qualora fossero tenuti in buone cantine e governati da esperti cantinieri, non sarebbero soltanto eccellenti vini da pasto per l’esportazione, ma potrebbero essere tenuti come i migliori vini da tavola per il consumo interno. Ma, per ottenere tale effetto, occorrerebbero grandi capitali”.
In un libro dedicato alla produzione razionale del vino pugliese (1893), Giovanni Laudati, enologo di Cassano delle Murge, sottolinea che dal primitivo si possono ottenere due tipi distinti di vini:
- vini comuni da pasto, a colore vivace, stabile e con spuma rossa;
- vini da taglio a forte gradazione alcolica, carichi di colore, sani, stabili.
Lo stesso Laudati commenta entusiasticamente la vittoria di una medaglia d’oro all’esposizione di Praga (1891) con un Primitivo da parte dell’enologo cav. Patroni Griffi De Laurentis di Santeramo in Colle. “Il che – annota – non è tanto facile a conseguire, e questa onorificenza avrebbe fatto inorgoglire di gioia anche i più rinomati fabbricanti di Chianti superiore da esportazione.
Nel 1906 il Molon scrive del primitivo e riferisce che “il vitigno è conosciuto nel Barese con nomi diversi quali Primativo nero, Primaticcio (Trani, Altamura), Primitivo (Turi, Gioia del Colle), Zagarese e Zagarese nero”. Un ulteriore nome proposto per il primitivo in uno scritto di Cavazza del 1923 è quello di Uva di Corato.
Nel 1931 il Dalmasso pubblica una completa e accurata descrizione del primitivo, nella quale afferma “Il Primativo di Gioia è uno dei più importanti vitigni pugliesi da vino nero…Il vino che se ne ottiene è di colore rosso-violaceo, ha sapore e profumo speciale, che può anche dispiacere specialmente quando è giovane; resta sovente dolce per incompleta fermentazione. La ricchezza alcolica va dal 12 al 16% e più; l’acidità va da 5 a 8 g/l; l’estratto da 30 a 42 g/l e più. Può quindi essere, a seconda della località di produzione, un potente vino da taglio o un buon vino da pasto, specialmente se si mescola con un po’ di altre uve, meglio se bianche. Commercialmente sono molto apprezzati i Primitivo che si ottengono molto per tempo, già ai primi di settembre. È perciò un vitigno che gode giustamente di notevoli simpatie”.
In una tesi di laurea in Scienze Agrarie Orazio Milano esamina diversi vini prodotti nell’annata 1948 in differenti zone dell’agro di Acquaviva delle Fonti. I vini passati in rassegna presentavano una gradazione alcolica compresa fra 13,3% e 17,1%, mantenendosi, comunque, nella maggior parte dei casi intorno al 16%, trovandosi una gradazione alcolica inferiore a 15% nei campioni provenienti da vigne con meno di 6-7 anni di età. Nei vini più alcolici vi erano zuccheri residui non fermentati, sicché tali vini avevano in potenza 18-19 e anche più gradi. Le cantine della zona avevano per lo più un carattere padronale, con una capacità produttiva oscillante fra 200 e 400 quitali. Vi erano anche diverse cantine di più piccole dimensioni e due sole grandi cantine, con una capacità produttiva di 20-30 mila quintali.

Le scoperte recenti e il rilancio
Ancora oggi esistono molte incertezze sull’origine del primitivo, ma è sicuro che l’interesse per la storia di questo vitigno si è risvegliato in anni recenti dopo la scoperta, piuttosto sorprendente, del fatto che esso è geneticamente identico allo zinfandel, vitigno da uva rossa molto versatile, rinomato e diffuso in California.
La scoperta avvenne in modo apparentemente casuale quando, nel 1967, Austin Goheen, un professore dell’università di Davis (California), in visita a Bari presso il noto patologo della vite e delle piante Giovanni Martelli, notò che il vino offertogli in degustazione dal collega italiano aveva somiglianze impressionanti con lo zinfandel della sua terra. Anche le viti di primitivo gli sembrarono straordinariamente simili, se non identiche, a quelle allevate in California.
Per approfondire le ricerche e dare una conferma a tali prime impressioni, l’anno successivo un gruppo di ricercatori dell’università di Davis venne in Puglia a Gioia del Colle e riportò negli Stati Uniti alcune viti di primitivo, che continuarono ad essere studiate negli anni successivi. Quando le viti di primitivo furono piantate accanto a quelle di zinfandel nell’università di Davis divenne evidente, almeno con le metodologie allora disponibili, che si trattava di varietà identiche.
La conferma irrefutabile di tali osservazioni preliminari arrivò, comunque, nel 1994 ad opera di Carole Meredith dell’Università di Davis, attraverso l’analisi del DNA: lo zinfandel e il primitivo di Gioia del Colle, non solo somigliano moltissimo dal punto di vista morfologico e danno vini incredibilmente simili, ma sono due cloni dello stesso vitigno.
Già da qualche anno il Gioia del Colle Primitivo aveva ricevuto il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) con D.P.R. dell’11/5/1987 (G.U. del 23/10/1987), ma le scoperte della sua identità genetica con lo zinfandel, all’epoca maggiormente affermato, e gli sviluppi delle ricerche nei Paesi balcanici e in Mitteleuropa, hanno dato nuovo slancio ai vini di questa denominazione e creato le condizioni per la loro crescita qualitativa e per la loro affermazione nei contesti nazionale e internazionale.
