Stile libero
o le occasioni del vino
Una Bonarda pasquale
A pranzo a casa di mia madre il giorno di Pasqua, davanti a un piatto fumante di cappelletti in brodo (una delle sue specialità, una delle mie passioni), stappo una bottiglia di Bonarda che mi è arrivata a domicilio pochi giorni prima. Non è una Bonarda comune e nemmeno una Bonarda qualunque, ma, come recita il suo nome, qualcosa che mira alla perfezione di un sistema: Bonarda dell’Oltrepò Pavese La Mossa Perfetta 2024. È un’etichetta collettiva, non in commercio, che unisce un gruppo di aziende agricole, ognuna delle quali produce la sua Bonarda, appartenenti al Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese (una Cooperativa per Azioni fondata nel 2007), che dal 2015 si è riproposta di rinverdire i fasti della Bonarda d’Oltrepò con un protocollo di produzione, curato da Giulio Fiamberti, più severo rispetto a quello della Doc per ridare identità e valore a un vino del territorio finito in un cono d’ombra. Dei sette punti ufficiali su cui poggia la produzione di questa Bonarda, ne cito quattro fondamentali: solo da uve di collina; solo da aziende a filiera completa; solo croatina 100% (contro l’85% del disciplinare della Doc Oltrepò Pavese); solo nella Marasca, una bottiglia appositamente creata per questo progetto, il cui nome allude alla ciliegia selvatica, tra i descrittori tipici della Bonarda. Il vino aveva colore porpora con spuma cardinalizia, un olfatto intriso di piccoli frutti rossi e neri, un sorso cremoso e carezzevole nella carbonica, molto fruttato al gusto, di buon tannino, con chiusura di mirtilli, ribes e un finale ammandorlato. Visto il giorno in cui ho aperto questa bottiglia, ho augurato a questo progetto di contribuire in modo definitivo alla resurrezione della Bonarda d’Oltrepò.
Spigolature fieristiche
Ogni anno vado a Vinitaly accompagnato dalle stesse emozioni della prima volta e ogni volta non riesco a fare non dico tutto, ma nemmeno la metà delle cose che vorrei. Di seguito, in ordine cronologico senza distinzione di generi, alcuni degli assaggi più rimarchevoli (non sono tanti a causa del “fermo pesca” di un giorno dovuto a una notte di malessere).
Il Morellino Scansano 2024 di Antonio Camillo è un “Morellino non Morellino”: scarico di colore e spogliato del frutto (tante erbe), ha un tannino trascinante anziché morbido e un passo succoso-sapido.
L’Acininobili 2019 di Maculan è un sollucchero di arancia candita, di albicocca secca, di densità e slancio, di gola e sapore, di contrasto e persistenza.
Nell’Hermitage La Chapelle Rouge 1985 del Domaine de La Chapelle il sangue è diventato terra, il tartufo un balsamo, la liquirizia una lunga, freschissima corrente gustativa. La versione attuale assembla le uve dei cru Chapelle (parcella più piccola e alta), Méal (il cru più scosceso ed esteso, in cui l’impiego del cavallo comporta 200 ore annue di lavoro manuale a ettaro), Roucoules e Bessards, che fondono la finezza del terreno ciottoloso alla potenza del granito. Da quest’anno la direzione viticola ed enologica di questo storico domaine è nelle mani dell’abruzzese Chiara Pepe.
Il Trebbiano d’Abruzzo Pepe Bianco 2007 di Stefania Pepe è un concentrato di mandorla sbucciata, di nocciola tostata, di curry, di materia piena, salata, persistente. Analogamente, il suo Cerasuolo d’Abruzzo Pepe Rosa 2008 sprigiona sale minerale e tensione.
Il Maremma Toscana Vermentino Diaccio 2015 I Cavallini concentra quantità cospicue di note minerali e nasconde brillantemente la sua età.
Nel Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Ogliano 2024 Biancavigna la natura argillo-calcarea, con ampia presenza di scheletro, del terreno viene tradotta in una desinenza di sale minerale.
Tre indimenticabili versioni di Riesling Jesuitengarten (Grosse Lage di Forst, Pfalz)firmate da Bassermann-Jordan: il GG 2020 è dritto e irresistibile, ha un lime vibrante, sapido, verticale; l’Auslese 1971, nella bottiglia storica da 0,70 litri, esibisce un colore giallo intenso, brillante e un profilo antico, balsamico, molto secco, molto contrastato, quasi amaricante; la Trockenbeerenauslese 2015 (253 grammi di zucchero per 14,8 grammi di acidità, 80 litri prodotti) è purezza assoluta di botrite intinta in una grandiosa cornucopia di frutto esotico-tropicale con agrume cristallino a contrasto e infinito incedere. È l’ultima TBA prodotta dalla casa (nel 2018 e nel 2022 sono state prodotte solo le Beerenauslese).
Una breve quanto significativa verticale del Gewürztraminer Nussbaumer della Cantina Tramin: il 2024 è una versione elegante dal carattere aromatico soffuso e allietante (rosa e pepe rosa); il 2023 è ricco, grasso quanto profondo ed equilibrato, modulato nel sapore e persistente nell’allungo; il 2021 è focalizzato, caratterizzato, con tanti profumi che si aprono a raggiera, bella maturità e cristallino contrasto; il 2016 è un’esplosione balsamica e rinfrescante di menta ed erbe aromatiche, ha un sorso succoso, pieno, compatto. Difficile, poi, resistere ai vini dolci della casa. Il Gewürztraminer Spätlese Epokale 2017 (65 grammi di zucchero, 6 di acidità) sfodera un’espressione che associa aromaticità, intensità, eleganza: frutto esotico di papaia, mango, litchi, tatto denso, caldo, maturo, di esemplare contrasto. Il Gewürztraminer Vendemmia Tardiva Roen 2024 (raccolta in pianta dopo il taglio del tralcio tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre) sfoggia esotismi assortiti, densità contrastata, lunga persistenza aromatica. Il Gewürztraminer Vendemmia Tardiva Terminum 2024 è l’ennesimo gioiello aromatico: scintillante botrite di zafferano e camomilla guarnita di albicocca, mango, curry; tatto viscoso, gusto dolce, speziato, contrastato, finale invitante e incessante di ananas, frutto della passione, litchi.
La Vernaccia di Oristano Antico Gregori Riserva 1991 Contini, invecchiata per una quindicina d’anni in caratelli scolmati di castagno e rovere con formazione di flor, è un trionfo empireumatico di combustioni salmastre-iodate, è un’esplosione marina e balsamica, è una panacea salata di frutta secca, è un infuso di alga ed è persistente da morire.
A cena, il Bardolino 2024 Le Fraghe (la leggerezza del colore, l’eleganza del frutto trasparente, la delicatezza speziata) e il Valpolicella Classico Superiore 2017 Giuseppe Quintarelli (il colore intenso, la densità ragguardevole mai sbilanciata sulla potenza, la profondità del frutto) hanno rappresentato lo Yin e lo Yang (il primo è un rosso di lago, il secondo di collina) dei rossi autoctoni del Veronese (corvina e rondinella per il primo, corvina, corvinone, rondinella e altri vitigni per il secondo).
Un concerto di vini passiti
Era da tanto tempo che non andavo a Missaglia, comune dall’Alta Brianza che fa parte del Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone. È capitato grazie a Valentina Bellinaso Catellani, che ha organizzato una serata dedicata ai passiti italiani presso la rinomata Pasticceria Comi (la colomba di Emanuele Comi è una squisitezza, le sue brioche salate una leccornia). Sei vini in successione cromatica. Color oro: Recioto di Soave Arzimo 2015 La Cappuccina, un concentrato di elementi canditi, di toni vulcanici, di densa dolcezza e spirito fumé. Color arancio: Colli Euganei Fior d’Arancio Passito Donna Daria 2016 Conte Emo Capodilista, apologo aromatico di zagara, rosmarino, timo, alloro, scorza d’arancia candita, pesche sciroppate dal sorso permeante e vivo. Color ambra: Passito di Pantelleria Bukkuram Sole d’Agosto 2017 De Bartoli, l’assoluto pantesco nel tripudio di albicocca secca, fico, rosmarino, mirto, caramello salato, tra densità dinamica, ascendenza salmastra e persistenza senza fine. Color mogano: Vin Santo Caratelli al Pozzo 2012 La Palazzola, l’odore delle soffitte, il fascino della frutta secca (mallo di noce), lo zabaione fresco-balsamico, una viscosità che non stanca mai. Color rubino: Aleatico Passito Zero8 2015 Georgea Marini, qualche ruggine terrosa sopra l’afflato aromatico, sorso nitido, persistente, caratterizzato, con finale di salsedine, pino, eucalipto. Color porpora: Raboso Passito 2014 Bonotto delle Tezze, folate selvatiche, sentori di sottobosco, prugna sciroppata, densità di frutta rossa fortemente contrastata da un’acidità elettrica e da una ferocia tannica che lascia lunghe scie gustative.
Suite vulcanica
Due giorni prima di Pasqua sono nella sala degustazione di Onav Parma presso il Campus dell’Università per guidare una masterclass sui vini vulcanici organizzata da Giacomo Faelli e Stefano Pastori in compagnia di undici vini che rappresentano altrettante variazioni sul tema.
Fiori, agrumi e persistenza di pietra focaia per il Soave Classico Monte Carbonare 2023 Suavia, generato da uno dei cru più neri (il colore carbone del cru) e basaltici della zona classica.
Asciuttezza sapida, tensione iodata, verticalità acida per il Fiano di Avellino Ciro 906 2022 Ciro Picariello, da una vigna di Summonte piantata nel 1990 a 650 metri di quota (906 è il nome della particella catastale) su un impasto limo-argilloso di sabbie vulcaniche.
Sventagliate di zolfo, di sciara vulcanica, di pietra pomice per l’Etna Bianco Sciara 1911 2022 Tenuta Boccarossa, dal carricante di contrada Pontale Palino a Solicchiata, piantato nel 2016 a 650 metri di quota nel luogo dall’eruzione del 1911.
Fragranze esotiche e sorso tutto in sottrazione aromatica con un finale inaspettatamente teso e verticale per il Moscato Giallo 2021 Alfio Nicolodi, che nasce da due vigne della porfirica Val di Cembra a 700 metri di quota in due distinti comuni (Segonzano e Cembra).
Sostanza fruttata, pepata, “piccante” con note di vulcano spento e un finale intenso-sapido per il Maremma Toscana Ciliegiolo Monte Calvo 2023 Sassotondo, che proviene una parcella del cru San Lorenzo, una terrazza vitata del 1960 (il suolo, pozzolanico, è di tufo grigio) affacciata sul borgo di Pitigliano.
Brace, cenere, carbone e pulsione minerale per l’Aglianico del Vulture Titolo 2023 Elena Fucci, un rosso potente cui non sfugge mai il controllo delle parti, generato da una vigna d’altura (600 metri di quota) le cui viti hanno un’età compresa tra i 55 e i 70 anni e crescono su un terreno scuro, pozzolanico di natura piroclastica.
È un bordolese squisitamente ferroso, piritico, saporito il Colli Euganei Villa Capodilista 2021 La Montecchia: il merlot (maggioritario) e il raboso (piccolo saldo) provengono dallo storico vigneto in terra trachitica sul colle della Montecchia a Selvazzano Dentro, mentre il cabernet sauvignon arriva da Baone, parte sud del territorio, dove la roccia vulcanica si abbina a una sedimentaria di origine calcarea.
Colore trasparente (il granato rossiccio della “zampa del piccione”), carattere sanguigno, frutto selvatico e sorso succoso, pepato, stilizzato, ardente, dal carattere quasi montano ma con un’anima salino-vulcanica per il Campi Flegrei Per’ e Palumn Vigna Delle Volpi 2015 Agnanum, da una vigna terrazzata di sabbie vulcaniche a ridosso della Riserva Naturale degli Astroni.
Legna arsa, terriccio vulcanico, fumigazione floreale e tanta austerità tannica per il Gattinara Riserva Borgofranco 2019 Delsignore, dai cru Permolone, Lurga e Valferana (quest’ultimo non più presente a partire dall’annata successiva) su terreni acidi di porfidi e graniti a 420 metri di quota.
Fumi di combustione, accensione di pietra focaia, sentori di tabacco arso e tensione sapida per il Taurasi Riserva 2013 Perillo, da vigne centenarie di Castelfranci allevate a raggiera avellinese su suoli argillosi e pietrosi, ricchi di scheletro.
Un’esplosione aromatica di albicocca secca, fico, rosmarino, mirto e acqua salmastra per il Passito di Pantelleria Ben Ryé 2023 Donnafugata,che è un riassunto di territorio: 68 ettari di zibibbo distribuiti lungo 16 contrade con quote che dai 20 arrivano ai 400 metri, una mappa dell’isola.
Tutti i vini, pur nella varietà di aree, vitigni e stili traducevano l’impatto del terroir vulcanico d’origine.
Il mattino dopo mi sono concesso una mezza giornata di flânerie a Parma, passeggiando per il centro storico e tornando a vedere i capolavori che Correggio ha lasciato in città: la vertiginosa Assunzione della Vergine nella cupola del Duomo, la mirabile Visione di San Giovanni nella chiesa dedicata al Santo che si trova dietro il Duomo (sono passato anche per l’adiacente Antica Spezieria cinque-seicentesca con una sala piena di mortai di tutte le dimensioni che dove i monaci pestavano e frantumavano le erbe officinali) e la meravigliosa camera affrescata nell’appartamento privato della badessa Giovanna da Piacenza nella cosiddetta Camera di San Paolo: sulla volta a 16 spicchi ci sono dei tondi che contengono dei putti giocosi. Li guardo in sequenza e vedo una metonimia del mito di Diana (dipinta sulla cappa del camino, è la protagonista del ciclo) e Atteone (i cani che vengono liberati, il corno che li chiama alla caccia, la testa del cervo-Atteone esibita da uno dei putti), che poi Parmigianino avrebbe rappresentato in modo più esplicito nell’affresco della Rocca di Fontanellato. Espongo la mia teoria alla prof. d’arte che sta illustrando i significati di questi affreschi a una scolaresca delle medie. È sorpresa e ammette, insieme al collega che l’accompagna, che è una lettura appropriata (anche in rapporto, aggiungo, al tema della castità caro alla committente), ma che nessuno sembra averne mai parlato. A casa, spulcio qualche volume ed è proprio così. Possibile? Continuerò la ricerca.

Un Brunello a Bordeaux
Qualche giorno dopo, sfogliando i due volumi dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (Einaudi) mi sono imbattuto in questo passo riassuntivo redatto dal curatore Lanfranco Caretti: «Al mattino, Bradamante si mette in via per Bordeaux, dove cerca Brunello: per consiglio della maga vuol togliergli l’anello che fa invisibili, e affrontare con quello il negromante che tiene Ruggiero (III, 62-77)». Il testo è italianizzato (alla fine del III canto Ariosto parla di “Bordea” e di “Brunel”/”Brunello”) ma il brano, per un enofilo (quale probabilmente Caretti non era), è davvero spassoso. Per inciso: l’anello che rende invisibili rimanda direttamente a Il Signore degli Anelli di Tolkien, scritto quattro secoli dopo.