Impronte Olimpiche: il vino secondo Zenato tra memoria olimpica e visione contemporanea
Dai valori dello sport alla tavola: cinque vini, grandi formati e una cucina stellata. Una cena “fuori” Vinitaly 2026 ma pienamente “dentro” l’idea di eccellenza italiana.
Le Olimpiadi si sono concluse, eppure la loro energia non si è spenta con l’abbassarsi delle luci e con il rituale, sempre un po’ commovente, della cerimonia finale: di eventi di questa portata resta quasi sempre una emozione lunga, difficile da confinare nel perimetro delle gare, dei podi e delle medaglie. Una vibrazione che continua a lavorare nell’immaginario collettivo, nel senso di appartenenza, nell’orgoglio nazionale, ma soprattutto nei valori che lo sport, quando è praticato ad altissimo livello, riesce ancora a rendere leggibili con una chiarezza che altrove si è fatta più rara: la disciplina, la tenacia, il sacrificio, la ripetizione del gesto, la capacità di progettare il futuro senza bruciare il presente. È da questa scia, ancora viva e perfettamente percepibile, che prende forma “Impronte Olimpiche”, il progetto con cui Zenato ha scelto di interpretare i Giochi di Milano-Cortina 2026: lo ha fatto non attraverso un semplice omaggio celebrativo, ma con una costruzione narrativa più articolata, nella quale il vino diventa strumento di racconto e, insieme, materia che incarna un’idea di eccellenza che ha molto a che vedere con il tempo, con la misura e con la fedeltà a un metodo.

Zenato: storia, identità e visione
Che Zenato abbia deciso di muoversi in questa direzione non stupisce, perché la storia della casa nasce nel 1960 a San Benedetto di Lugana, dall’intuizione di Sergio Zenato e Carla Prospero, e si sviluppa nel corso di oltre sessant’anni in modo coerente, con radici ben piantate tra Lugana e Valpolicella e, oggi, con un patrimonio vitato che sfiora i cento ettari, custodito e interpretato dalla seconda generazione nel segno di una continuità che non è mai immobilismo, ma nemmeno cedimento alle mode. In Zenato si avverte da tempo la volontà di tenere insieme il rispetto per i vitigni, il lavoro sul territorio e una visione internazionale che non sacrifichi la riconoscibilità: per questo “Impronte Olimpiche” appare meno come un episodio estemporaneo e più come una tappa naturale di un percorso identitario già molto definito, nel quale la bottiglia non è mai soltanto prodotto, ma linguaggio, postura culturale, modo di stare nel presente.

Il parallelismo tra sport e vino
A dare corpo al parallelismo tra sport e vino è la presenza di Davide Ghiotto, nome di assoluto rilievo nel pattinaggio di velocità su ghiaccio e specialista delle distanze lunghe, cioè di quelle prove in cui non conta l’esplosione di pochi secondi, ma l’intelligenza della distribuzione dello sforzo, la precisione quasi ossessiva del gesto, la capacità di restare dentro il ritmo senza tradirlo mai; dopo il bronzo olimpico nei 10.000 metri a Pechino 2022, il 2024 gli ha consegnato una stagione di altissimo profilo, con la vittoria della Coppa del Mondo nelle lunghe distanze e i risultati di Calgary, dove ha conquistato l’oro nell’inseguimento a squadre, l’oro nei 10.000 metri e l’argento nei 5.000. È un profilo atletico che si presta perfettamente al discorso che Zenato intende costruire, perché il pattinaggio di lunga distanza è, forse più di altre discipline, una pedagogia della pazienza e del controllo, e dunque si presta con naturalezza a diventare metafora del lavoro in cantina, dove il risultato non nasce dal colpo di teatro, ma da un insieme di decisioni ripetute, da una visione che si affina vendemmia dopo vendemmia e da una relazione con il tempo che non può essere né accelerata né falsata.

La costruzione del percorso gastronomico
Su questo impianto concettuale si innesta la cena, affidata alla regia gastronomica di Chicco Cerea, anima di Da Vittorio: qui il progetto smette di essere soltanto un’idea ben formulata per tradursi in esperienza concreta, perché il menu è costruito con quella precisione che ci si aspetta da una cucina che si esprime su livelli altissimi senza trasformare la tecnica in esibizione. L’apertura con il Lugana Metodo Classico Brut non ha soltanto la funzione fisiologica di predisporre il palato, ma svolge anche un compito narrativo evidente, perché introduce il percorso con un gesto verticale, teso, dinamico, nel quale la finezza della bolla e la sua energia sembrano richiamare quasi fisicamente la partenza di una gara, quel momento in cui tutto deve essere calibrato e nulla può essere lasciato all’improvvisazione.


Gli abbinamenti: precisione e profondità
Il primo vero snodo del menu arriva con la terrina di melanzane al basilico con crema al caprino, abbinata al Lugana San Benedetto 2025: qui il lavoro di costruzione appare particolarmente felice, perché la morbidezza naturale della melanzana, la nota aromatica ma non invadente del basilico e la componente lattica, appena pungente, del caprino vengono raccolte da un vino che non cerca di imporsi per volume, ma agisce per definizione, per nitidezza, per capacità di creare una linea di tensione che alleggerisce il boccone e, al tempo stesso, porta in avanti i registri più fini. È un abbinamento giocato sulla precisione più che sull’effetto, e proprio per questo funziona: il vino non rincorre il piatto, non lo asseconda in modo passivo, ma ne ridisegna il profilo gustativo, lo mette a fuoco, lo rende più leggibile.

Con il pacchero “alla Vittorio” mantecato live e il Lugana Riserva “Sergio Zenato” 2018 in Magnum il racconto cambia passo e acquista corpo, perché qui si entra in una zona più ampia e complessa, nella quale la cucina lavora su densità, cremosità, una ricchezza perfettamente governata, mentre il vino risponde con una profondità che non rinuncia alla tensione e trova proprio nell’equilibrio tra maturità ed energia la sua cifra stilistica più convincente. In questo passaggio l’abbinamento non è soltanto armonico, ma quasi strutturale: il formato Magnum porta in tavola non solo complessità aromatica e respiro, ma anche quella qualità di presenza che permette al vino di stare accanto a un piatto iconico senza risultare né ancillare né aggressivo, e di accompagnarne la mantecatura con autorevolezza, lasciando che il finale resti lungo, nitido, progressivo.


Il cuore della cena, com’era prevedibile, è affidato al filetto di manzo poché con purea di patate e funghi primaverili, accompagnato dall’Amarone Riserva “Sergio Zenato” 2007 in Jeroboam: l’abbinamento qui è profondo, più avvolgente, più solenne, non solo per la natura del piatto e del vino, ma anche per il modo in cui entrambi mettono in scena la dimensione del tempo lungo. La carne, trattata con precisione, trova nella purea un elemento di rotondità e nei funghi una sponda aromatica che apre il campo ai registri più terziari dell’Amarone; il Jeroboam, così come tutti i grandi formati, non si limita a sostenere, ma avvolge e amplifica, costruendo con il piatto un dialogo nel quale la materia non è mai pesantezza, bensì profondità e autorevolezza, e in cui la persistenza è senza confini. È il passaggio in cui la cena esplicita con maggiore evidenza il proprio asse simbolico: la resistenza, la misura, il tempo che non si consuma, ma si deposita.


La chiusura con lampone e tre cioccolati, affidata al Recioto Classico della Valpolicella 2020, evita con intelligenza la trappola di un finale “dolce”, perché il dessert gioca su registri diversi – la tensione e l’acidità del frutto, la materia del cioccolato, e diversi giochi cromatici – e il vino risponde non con una dolcezza piatta, ma con una capacità di avvolgere e, insieme, di mantenere il passo del piatto, impedendo un finale scontato. Anche qui il valore dell’abbinamento sta nel fatto che nessuno dei due elementi cede al compiacimento: il lampone mantiene una linea viva, il Recioto porta densità, ma anche ordine, e la conclusione si rivela elegante, composta, pienamente leggibile.


Zenato Academy: il vino come ricerca culturale
Se “Impronte Olimpiche” si fermasse qui, sarebbe già una cena di livello altissimo, ma non sarebbe ancora quel racconto originale che ambisce a essere: qui entra in gioco la Zenato Academy, che rappresenta forse il tassello più interessante dell’intera architettura culturale costruita dall’azienda. L’Academy è infatti un progetto interno a Zenato dedicato all’incrocio tra vino e arti visive, e negli anni ha dato forma a una collana di pubblicazioni e a un programma di mostre che hanno scelto di interrogare il mondo del vino non in chiave decorativa o illustrativa, ma come campo di ricerca, come luogo di relazioni tra lavoro, paesaggio, memoria, strumenti e trasformazione della materia. La sua traiettoria è leggibile con grande chiarezza nella sequenza dei progetti realizzati: “Vino. Oltre gli oggetti”, nato con l’Accademia di Belle Arti di Brera; “Vino. Oltre il paesaggio”, in collaborazione con la Schule für Fotografie di Berlino; “Vino. Oltre il ritratto”, con la Fondazione Modena Arti Visive; “Vino. Oltre la fotografia”, sviluppato con la School of Visual Arts di New York; poi ancora “Rosa Sentinella”, “Sole Pioggia Vento”, “Maya” e la mostra collettiva “Ai confini dell’iconografia”, che mette insieme fotografie e video di tredici artisti di provenienze diverse. In altre parole, non siamo davanti a un’appendice estetica del brand, ma a una vera linea di ricerca che ricorre al vino come soglia per parlare d’altro e, insieme, per parlarne meglio.

Il progetto MAYA e la dimensione invisibile del vino
Dentro questo percorso, “Maya” occupa un posto particolarmente significativo, perché il progetto fotografico di Rebecca Moccia, curato da Luca Panaro e pubblicato nel 2026 come libro d’artista bilingue di 112 pagine, nasce da una residenza svolta nell’autunno 2025 a Peschiera del Garda, tra le tenute Zenato e una visita alla vetreria Vetrobalsamo, e si concentra su ciò che del vino resta di solito ai margini dello sguardo: i materiali, gli strumenti, le immagini operative, il lavoro quotidiano, le tracce di una produttività che diventa esperienza percettiva e racconto collettivo. Moccia non usa la fotografia in chiave descrittiva, ma come mezzo per creare atmosfere, per disturbare l’idea di documento, per spostare l’attenzione verso una dimensione emotiva e critica; ne emerge un corpus in cui convivono immagini raccolte durante la residenza, contributi condivisi dalle lavoratrici e dai lavoratori, pagine miniate tratte da antichi libri di viticoltura, disegni di attrezzature di cantina e riferimenti al video Workers’ Sunshine, dedicato all’alba della vendemmia. Il punto, in fondo, è chiarissimo: il vino non coincide mai soltanto con ciò che arriva nel bicchiere, perché prima del bicchiere esistono una geografia del lavoro, un’alternanza di saperi, un lessico di gesti e una memoria materiale che possono essere raccontati anche attraverso l’arte. È in questa prospettiva che “Impronte Olimpiche” trova la sua misura più compiuta, perché non è soltanto una cena costruita con intelligenza e affidata a grandi nomi, né soltanto un’operazione di rappresentanza fuori salone in occasione di Vinitaly, ma un racconto in cui sport, vino, cucina e ricerca visiva si tengono insieme con una coerenza rara, senza che nessuno dei piani risulti accessorio o ornamentale. E se il merito dell’evento è quello di aver saputo tradurre i valori olimpici in una forma conviviale e sensibile, il merito più grande di Zenato sta probabilmente nell’aver mostrato che l’eccellenza, quando è vera, non si accontenta di essere esibita, ma sente il bisogno di essere pensata, articolata, raccontata in tutte le sue implicazioni: nel gesto atletico come nel gesto agricolo, nella bottiglia come nell’immagine, nel piatto come nella memoria.



