Un buon esordio
Un appassionato di vino non è tale se non si concentra nella ricerca maniacale di bottiglie rare, meglio se da produzioni dai numeri confidenziali. In una gradatio ampiamente comprovata dalle statistiche, l’enofilo infatti irride ai marchi cosiddetti mainstream, disdegna le aziende che sfornano decine o centinaia di migliaia di bottiglie, guarda con sufficienza i nomi storici che sono al vertice di una determinata denominazione, infine concede una stima un po’ freddina ai venerati maestri di una certa tipologia, perché – in quest’ultimo caso – non può proprio discuterne il merito. Ma il suddetto enofilo si scalda davvero soltanto quando scopre il piccolo vignaiolo che ha ereditato un poderuccio dove coltiva poche piante di geprulio nero, vinificate con il raspo e tenute in botti achee per quattro anni.
Prima annata prodotta
Personalmente mi sono imbattuto diverse volte in bottiglie dal profilo simile. Gli estremi possono andare da un onesto pastrocchio amatoriale a un vero e proprio risultato professionale, passando – più frequentemente – per prove di media qualità, ma delle quali di solito non si sentiva la mancanza.
Recentemente ho avuto la fortuna di assaggiare un vino che appartiene senza dubbi all’ultima categoria, quella dei vini già compiuti e stilisticamente molto apprezzabili, pur costituendo soltanto un primo ballon d’essai, ovvero una prima annata prodotta.
Il Chianti Classico Riserva di Mons Driadalis
Il vino in questione è un Chianti Classico Riserva e lo produce il giovane Marco Morelli, che ha chiamato il suo nucleo produttivo Mons Driadalis.
Viene una vigna di appena un ettaro a San Casciano, ma presto sarà affiancato da una seconda Riserva da parcelle sparse a Lamole, per un totale di due ettari.
Sul piano strettamente tecnico non c’è molto da scoprire. Rese molto basse (30 quintali per ettaro), uva raccolta a mano, selezionata in vigna e poi su un tavolo vibrante. Vinificazione claustrale, tutta in sottrazione: “Faccio i rimontaggi a mano coi secchi per non usare nemmeno le pompe, che immettono troppo ossigeno ed estraggono in modo troppo poco delicato”, ci tiene a sottolineare Marco.
“Malolattica se viene, ma senza indurla”, continua. Affinamento in tonneau esausti (di settimo passaggio). Nient’altro. Tutto molto semplice ed essenziale, quindi.
Il risultato però non è affatto semplice, almeno non nell’accezione di “non complesso, banale, ovvio”. Il vino ha colore di buona intensità, non saturo ma nemmeno diafano. I profumi sono già piuttosto espressivi, nitidi, più floreali che fruttati al momento. Al palato il vino ha grazia espressiva, tatto abbastanza morbido, buona progressione e nessuna scodata alcolica – o amara – nel finale.Niente male quindi come esordio. Ora sta all’enofilo più determinato iniziare la caccia a una delle 1.500 bottiglie prodotte.

La foto di apertura è di Anna Bratiychuk su Unsplash.