Malvasia, il più antico marchio del vino punta all’Unesco
Un nome solo, diciannove uve diverse. Nata come vino dolce nella rocca greca di Monemvasia, la Malvasia è la grande viaggiatrice del Mediterraneo. Il reportage di Layne Randolph per Forbes.
Se avete passato del tempo in un porto del Mediterraneo, quasi certamente avete già bevuto una Malvasia: dolce e ricca a Madeira, dove si chiama Malmsey; secca, tesa e minerale in Istria; e poi in Sicilia, in Catalogna, tra le isole greche, fino alle Canarie. Il dettaglio che pochi conoscono è che questi vini, pur portando lo stesso nome, spesso non nascono dalla stessa uva, come già scrivevamo su Vinetia, la rivista di AIS Veneto.
È il cuore del mistero che Layne Randolph ricostruisce in un lungo reportage per Forbes: la Malvasia non è tanto un vitigno quanto un marchio, forse il più antico ancora in circolazione nel mondo del vino. E oggi quel marchio ha un obiettivo preciso, la lista Unesco del Patrimonio Culturale Immateriale.
A raccontarlo alla giornalista è Sotiris Bolis, project manager del progetto internazionale Malvasia Myth e direttore artistico del festival che si tiene ogni anno a Monemvasia, la città fortificata sulla costa greca dove tutto è cominciato. Bolis guida il progetto senza compenso, con un solo obiettivo: firmare la candidatura ufficiale della Malvasia all’Unesco. Il cammino è partito nel 2019 e nel febbraio 2026 ha segnato una tappa chiave, con l’iscrizione del vino dolce da uve appassite di Monemvasia, Creta e Paros nell’inventario nazionale greco, passaggio obbligato verso il riconoscimento mondiale.
La storia spiega perché la posta in gioco sia alta. Tutto nasce dalla rocca medievale di Monemvasia: furono i mercanti veneziani ad abbreviarne e storpiarne il nome in “Malvasia”, trasformando quel vino, nel Duecento, in uno dei più grandi successi commerciali dell’epoca. Non era una varietà, ma una tipologia: un vino dolce e dorato, ottenuto appassendo al sole le migliori uve bianche locali. La Malvasia, in altre parole, nasce più di ottocento anni fa come brand, forse il più antico e misterioso del settore.
Nel Medioevo l’instabilità della rocca greca spinse i mercanti di Venezia e Genova a cercare zone di produzione più sicure. Nel Trecento la produzione si spostò in massa a Creta, allora saldamente veneziana, dove i vignaioli replicarono lo stile dolce e appassito con le proprie uve autoctone, senza alcuna parentela con quelle di Monemvasia. La versione cretese ebbe un tale successo da oscurare quasi l’originale. Da lì il nome si diffuse lungo le rotte della Serenissima: a Venezia “malvasia” diventò sinonimo di vino bianco di gran pregio, al punto che le botteghe di mescita cittadine venivano chiamate malvasie.
Ogni porto ha poi dato la sua interpretazione. A Madeira la Malvasia è all’origine del Malmsey, lo stile più ricco e longevo dell’isola, dove la dolcezza è bilanciata da un’acidità tagliente e dalla complessità che solo calore e tempo sanno dare. Nelle Isole Eolie la Malvasia delle Lipari DOC nasce tradizionalmente da uve appassite, con una piccola quota di Corinto Nero accanto al vitigno principale. In Istria, tra Croazia, Slovenia e Friuli-Venezia Giulia, la Malvazija Istarska rinuncia invece a ogni residuo zuccherino per farsi secca, salina, adriatica.
Dietro la parola Malvasia si nasconde dunque una famiglia di nomi presi in prestito. La maggior parte delle versioni moderne sono vini secchi e monovarietali, geneticamente lontani tra loro e lontanissimi dall’antico blend dolce della Grecia medievale. Eppure, chiude Bolis su Forbes, la Malvasia resta un mito vivo che tiene insieme diciannove vitigni diversi: chi oggi mette questo nome in etichetta non riempie soltanto una bottiglia, custodisce un frammento di una lunga epopea mediterranea.