Vini d’Abbazia 2026 nel cuore di Fossanova
Tre giorni tra degustazioni, seminari, masterclass e momenti di intensa suggestione all’interno di uno dei complessi cistercensi meglio conservati d’Italia. Vini d’Abbazia è tornata a Fossanova e ha rinnovato il suo racconto: un’esperienza che intreccia cultura, spiritualità, paesaggio e valorizzazione del territorio laziale.

Un evento che appartiene ai luoghi
È difficile immaginare Vini d’Abbazia lontano da Fossanova. L’identità della manifestazione si costruisce infatti nel rapporto con questo luogo straordinario, dove il patrimonio monastico, il paesaggio e la cultura del vino convivono da secoli e continuano ancora oggi a dialogare con il presente. Non si tratta soltanto di una rassegna dedicata alle produzioni di origine monastica: Vini d’Abbazia è diventato negli anni un progetto culturale che mette in relazione abbazie, monasteri, produttori e territori attraverso un linguaggio contemporaneo, che attrae appassionati, operatori, viaggiatori e curiosi alla ricerca di esperienze autentiche. In una fase in cui il turismo esperienziale privilegia sempre più il desiderio di comprendere l’identità dei luoghi, Fossanova offre una cornice che amplifica il significato stesso dell’incontro tra vino e cultura.

Fossanova, un gioiello cistercense nel Lazio
Consacrata nel 1208 e considerata uno dei più importanti esempi di architettura gotico-cistercense in Italia, l’Abbazia di Fossanova rappresenta da sola una ragione sufficiente per raggiungere questo angolo del Lazio. Il complesso conserva ancora oggi il fascino severo e armonioso della spiritualità medioevale: il chiostro, il refettorio, l’infermeria, le antiche sale conventuali e il borgo circostante restituiscono al visitatore la percezione di un tempo scandito da ritmi diversi. Camminare tra questi spazi significa attraversare secoli di storia. Qui soggiornò San Tommaso d’Aquino negli ultimi giorni della sua vita; qui i monaci contribuirono alla diffusione di conoscenze agricole e vitivinicole che hanno modellato il paesaggio e le tradizioni locali. Vini d’Abbazia si inserisce in questa continuità, trasformando il patrimonio materiale del complesso monastico in un palcoscenico vivo, aperto al dialogo tra passato e presente.

Il vino e il sapere custodito dai monasteri
Molto prima che il vino diventasse oggetto di narrazione contemporanea, esperienza gastronomica o fenomeno culturale, furono proprio i monasteri a custodirne il sapere. Nei secoli medioevali le comunità monastiche hanno svolto un ruolo fondamentale nella selezione dei vigneti, nella diffusione delle tecniche agronomiche e nella conservazione di pratiche giunte fino ai giorni nostri. La vite non rappresentava soltanto una coltura produttiva: era parte integrante della vita quotidiana, del lavoro e della spiritualità. Partecipare a Vini d’Abbazia significa anche ritrovare questa prospettiva: i vini presentati non sono semplicemente etichette da degustare, ma testimonianze di un patrimonio materiale e immateriale che racconta il rapporto tra l’uomo, la terra e il “fattore” tempo.

I banchi di assaggio: un viaggio tra territori e tradizioni
Il motore della manifestazione resta il percorso degustativo ospitato nel chiostro dell’abbazia, dove i visitatori possono incontrare produttori provenienti da monasteri, abbazie e realtà vitivinicole italiane e internazionali. I banchi di assaggio diventano un racconto corale di biodiversità, pratiche agricole, tradizioni secolari e sensibilità contemporanee. Ogni vino custodisce una geografia, una comunità e una visione del rapporto tra uomo e paesaggio.
In questo contesto il dialogo diretto con chi produce assume un valore particolare: non soltanto tecnica e descrittori sensoriali, ma storie di territori, esperienze di recupero di vitigni antichi e riflessioni sul futuro della viticoltura.

La masterclass sui vini d’abbazia: il tempo nel calice e l’arte dell’attesa
Dalle bollicine dei Colli Euganei ai grandi rossi dell’Alto Adige, passando per Umbria, Toscana e Lazio: nella masterclass guidata da Vincenzo Mercurio, miglior enologo italiano 2025, sei vini monastici hanno mostrato come il tempo non sia soltanto una misura, ma l’ingrediente più prezioso del vino. Un viaggio tra spiritualità, lavoro e territorio, nel segno dell’«ora et labora». Prima ancora dei vini, c’era un’idea. Un filo rosso capace di unire abbazie lontane tra loro per geografia, storia e tradizioni produttive. Quel filo, nella masterclass condotta da Vincenzo Mercurio è stato il tempo. Non come semplice attesa, ma come ingrediente invisibile e imprescindibile del vino. Il tempo della preghiera e del lavoro, quello scandito dalla regola benedettina dell’ora et labora. Il tempo delle stagioni, delle fermentazioni, degli affinamenti. Il tempo necessario affinché un territorio trovi la propria voce e una comunità impari ad ascoltarla: se il vino nasce dalla terra, è il tempo a trasformarlo in racconto. È stato questo il senso più profondo della masterclass: dimostrare come il vino prodotto nei monasteri non rappresenti un reperto del passato, ma una testimonianza viva di un rapporto autentico tra uomo, natura e spiritualità. Sei vini molto diversi tra loro hanno così composto un itinerario attraverso l’Italia, nel quale ogni calice ha restituito una diversa interpretazione del tempo. Ad aprire il percorso è stato il Domnus Abbas Extra Brut 2024 sboccatura giugno 2025 dell’Abbazia di Praglia, sui Colli Euganei. Uno spumante Metodo Classico ottenuto da un insolito equilibrio di chardonnay, garganega e raboso, affinato sui lieviti e sottoposto ancora oggi a remuage manuale. Nel bicchiere le bollicine si sono rivelate sottili e persistenti. Il profilo aromatico ha evocato il glicine, la mela e la pera, con sfumature tropicali, note di cracker appena sfornato ed erbe aromatiche mediterranee. Al sorso emerge soprattutto la firma del territorio vulcanico: una freschezza dissetante accompagnata da una sapidità quasi salina che prolunga il gusto e invita immediatamente a un nuovo assaggio. Un vino di straordinaria immediatezza, che coniuga rigore e piacere e comunica nel calice l’identità dei Colli Euganei. Il secondo vino, il Grechetto Biologico DOP Assisi San Masseo 2025, ha spostato il racconto nel cuore dell’Umbria. Vinificato esclusivamente in acciaio e ottenuto da grechetto di Todi in purezza, si presenta con un colore giallo paglierino intenso e luminoso. Il bouquet è una vera esplosione di profumi: biancospino, glicine, ginestra e zagara si intrecciano a pesca bianca, foglie di limone e delicati richiami agrumati. In bocca conquista per la freschezza, la sapidità e una materia piena ma scorrevole, che rende il sorso estremamente appagante. È un vino che restituisce l’immagine di un paesaggio verde e vivo, attraversato da erbe aromatiche e da una naturale energia vegetale. Le sfumature verdi nel calice sono un segno di speranza. Un vino di grande piacevolezza, che racconta la potenza di un messaggio che tocca corde profonde: quelle della vigna come luogo di cura e di relazione.

Le parole di Fratel Michele della comunità di San Masseo hanno restituito il senso più autentico di questo lavoro: «Noi curiamo la vigna e la vigna cura noi. Il vino è l’espressione della fatica e può aiutare le persone a ritrovare la via». Dall’Umbria si è poi saliti in Alto Adige con il Sylvaner Praepositus 2024 dell’Abbazia di Novacella, una delle istituzioni vitivinicole più antiche al mondo, attiva fin dal 1142. Le vigne si trovano tra i 650 e i 750 metri nella conca di Bressanone, su terreni morenici ricchi di micascisto, paragneiss e quarzite. Il vino – da uve sylvaner in purezza – profuma di agrumi, pera matura, albicocca e fiori bianchi, seguite da sfumature vegetali e lievemente affumicate. Il sorso è elegante e sottile, sostenuto da una freschezza precisa e da una lunga scia sapida che sembra riportare immediatamente alle montagne da cui proviene. È uno di quei vini che dimostrano come il tempo possa essere anche prospettiva: godibile nella sua giovinezza ma in grado di evolvere con armonia negli anni. Con il Monaco 2020 dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore il percorso assume toni più meditativi. Nato dall’incontro tra cabernet sauvignon, sangiovese e merlot, affina dodici mesi in tonneaux francesi e ulteriori sei mesi in bottiglia. L’abbazia toscana, fondata nel 1313 da Bernardo Tolomei, rappresenta una delle espressioni più compiute tra lavoro e spiritualità. Lo stesso equilibrio si ritrova nel vino, dove la struttura dei vitigni internazionali dialoga con l’identità del sangiovese in un sorso composto e armonico. Un rosso che sembra richiamare l’architettura del monastero: solido, essenziale, costruito per durare. La quinta tappa conduce nel Lazio, al Monastero delle Trappiste di Vitorchiano, con il Benedic 2024.

Prodotto prevalentemente da sangiovese e ciliegiolo con fermentazione spontanea e un approccio artigianale seguito dalla consulenza di Giampiero Bea, è forse il vino che più di ogni altro racconta il valore della semplicità. Al naso emergono piccola frutta rossa, sottobosco e delicati richiami floreali. In bocca è morbido, dinamico e succoso, sostenuto da tannini vivi e da una freschezza che ne esalta la vocazione gastronomica. Diretto, schietto, autentico: un vino quotidiano nel senso più nobile del termine, che trasforma la normalità in gesto di verità. A chiudere la degustazione è stato il Lagrein Riserva Abtei Muri 2023 di Muri-Gries, autentica icona della viticoltura altoatesina. Matura per diciotto mesi in barrique, in parte nuove, e si presenta con un intenso colore rubino. Il profilo olfattivo alterna ciliegia, mirtillo e prugna in confettura a note di noce moscata, pepe rosa, cioccolato e caffè, accompagnate da leggere sfumature erbacee che richiamano la vegetazione alpina. Al palato il tannino è setoso, il sorso avvolgente e attraversato da una freschezza che ne preserva l’equilibrio. Persistente, raffinato, profondo, dimostra come il tempo possa trasformare la forza in eleganza.
Sei vini, sei territori, sei modi diversi di interpretare il rapporto tra uomo e natura. Eppure, al termine della degustazione, il messaggio appariva sorprendentemente unitario. Nei monasteri il vino non è mai stato semplice prodotto agricolo o bene commerciale: è stato ed è tuttora esercizio di pazienza, responsabilità e ascolto.

Il fascino discreto di Fossanova
Fossanova non possiede la monumentalità scenografica delle grandi città d’arte, e forse è proprio questa la sua forza. Il borgo e l’abbazia si svelano gradualmente, invitando il visitatore ad osservare i dettagli: la pietra consumata dei porticati, la luce che attraversa il chiostro nelle ore del pomeriggio, il silenzio che ancora oggi avvolge alcuni ambienti del complesso monastico. Durante i giorni della manifestazione, questi spazi assumono una nuova vitalità senza perdere la loro identità. I calici si intrecciano alle conversazioni, i visitatori si soffermano nei cortili e nelle sale storiche, i produttori raccontano il proprio lavoro in un clima distante dalla frenesia delle grandi fiere di settore. Il risultato è un’esperienza intima e raccolta, nella quale il vino diventa occasione di incontro e scoperta.

Un nuovo modo di fare enoturismo
L’enoturismo contemporaneo non si limita più alla visita in cantina o alla semplice degustazione. Chi viaggia cerca esperienze che mettano in relazione persone, luoghi e tradizioni, privilegiando itinerari meno scontati e destinazioni autentiche. Da questo punto di vista Vini d’Abbazia rappresenta un modello particolarmente interessante. Il vino diventa il punto di partenza per esplorare il territorio pontino, conoscere la sua storia, incontrare i suoi protagonisti e apprezzarne le produzioni agroalimentari. È un approccio che genera valore diffuso, favorisce la permanenza dei visitatori e contribuisce a costruire un’immagine del Lazio diversa da quella più conosciuta e legata ai grandi flussi turistici. La forza di Vini d’Abbazia risiede proprio nella capacità di unire dimensioni apparentemente lontane: il piacere della degustazione e il desiderio di conoscenza, la bellezza architettonica e la convivialità, il patrimonio spirituale e la valorizzazione economica dei territori. Una armonia degli opposti che funziona e comunica molto bene, perché l’identità di Vini d’Abbazia nasce dall’incontro tra contenuto e contesto. La scelta di Fossanova non risponde soltanto a esigenze scenografiche: l’abbazia contribuisce a definire il significato stesso dell’esperienza, ricordando come il vino sia sempre espressione di una storia, di una comunità e di un paesaggio.
