Addio a Emidio Pepe
Se ne è andato a 94 anni uno degli ultimi padri fondatori del vino italiano. Con lui scompare l’uomo che, in un tempo in cui nessuno ci credeva, scommise sulla longevità del Montepulciano e del Trebbiano d’Abruzzo, e vinse.
La morte di Emidio Pepe, avvenuta il 28 luglio 2026 nella sua casa di Torano Nuovo, in provincia di Teramo, lascia un vuoto profondo nel vino italiano. Con lui se ne va l’artefice di due etichette entrate nella leggenda, il Montepulciano e il Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe, nate sulle colline teramane strette tra il Gran Sasso e l’Adriatico. Novantaquattro anni e sessantadue vendemmie a testimoniare un’idea di vino che ha attraversato mezzo secolo senza mai cambiare direzione. Il cordoglio delle istituzioni regionali e del mondo enologico ha raccontato, in poche ore, quanto quel piccolo centro abruzzese abbia pesato sulla mappa del grande vino internazionale.
Le radici, a Torano Nuovo
La storia dei Pepe comincia alla fine dell’Ottocento: il nonno di Emidio faceva vino in casa già dal 1899, poi toccò al padre. Ma fu Emidio, nel 1964, a imprimere la svolta decisiva, iniziando a imbottigliare con il proprio nome ciò che in famiglia si era sempre venduto sfuso. Fu una scelta che, all’epoca, lo isolava dagli altri viticoltori. Perché negli anni Sessanta l’Abruzzo del vino era tutt’altro che una terra di grandi rossi e grandi bianchi da invecchiamento: molte uve finivano nelle cooperative o nei vini da taglio, il Montepulciano era considerato robusto e rustico, il Trebbiano poco più di un bianco semplice da bere giovane.
La scommessa sul tempo
Emidio Pepe vedeva ciò che gli altri non riuscivano ancora a immaginare. Con ostinazione sostenne una teoria allora reputata ridicola: quelle uve potevano attraversare i decenni e uscirne vive, capaci di sfidare trenta, quaranta, cinquant’anni di attesa. Ciò che negli anni Sessanta era poco meno di un’eresia, per Emidio era apostasia silenziosa.
Silenziosa, ma costosa, e quindi ancor più coraggiosa. Una scommessa fatta di immobilizzazioni di capitale, di ettolitri stivati per anni; una ricchezza in potenza, il cui sonno in cantina poteva essere disturbato ogni giorno dagli incubi delle incognite, perché si può assaggiare man mano, convincersi di essere sulla strada giusta (e Pepe se ne convinse presto) ma nel rischio nessuna causa resta proporzionata al suo effetto. Eppure, il vino, col tempo, gli diede ragione, ed Emidio Pepe divenne per tutti “Mister Montepulciano”.

Un metodo rimasto fedele a sé stesso
Per sessant’anni la cantina di Torano Nuovo ha custodito un metodo rimasto, nella sostanza, immutato. Raccolta rigorosamente a mano; fermentazioni spontanee affidate ai soli lieviti indigeni, senza lieviti selezionati né enzimi, nelle vasche di cemento vetrificato. I bianchi vengono pigiati con i piedi in tini di legno, mentre il Montepulciano è diraspato a mano perché gli acini cadano quasi interi e conservino i lieviti sulla buccia.
Mai una barrique, mai il legno in maturazione: il vino affina soltanto nel vetro, che Emidio considerava l’habitat ideale. Nessuna filtrazione, nessuna chiarifica. E in vigna, dove già dagli anni Sessanta limitò la chimica per approdare col tempo al biologico e alla biodinamica, soltanto rame, zolfo e preparati naturali, anche nelle annate più difficili.
Il gesto-firma resta la decantazione manuale delle vecchie annate. Poiché i vini vengono imbottigliati non filtrati, dopo molti anni ogni bottiglia viene aperta singolarmente, travasata per eliminare il deposito, colmata con vino della stessa annata e richiusa con un tappo che porta impresso l’anno del travaso. Una pratica artigianale al limite del rito, che la famiglia ha di recente scelto di posticipare, allungando l’attesa da dieci a vent’anni. Nella cantina storica riposano oggi oltre 350.000 bottiglie di una cinquantina di annate diverse: un archivio vivente più unico che raro.
Dal cemento alle aste di New York
Quella coerenza si è trasformata, negli anni, in un valore riconosciuto in tutto il mondo. Le vecchie annate di Emidio Pepe sono diventate oggetto di culto per collezionisti americani e asiatici e vengono battute nelle grandi aste statunitensi. Il vino di Torano Nuovo ha varcato la soglia della critica internazionale ed è diventato icona pop: il campione NBA LeBron James ha mostrato più volte sui social la propria passione per le storiche bottiglie di Montepulciano firmate Pepe. Difficile immaginare percorso più lungo di quello che separa un borgo del Teramano dai templi della ristorazione e del collezionismo globale.

Naturale prima che la parola esistesse
Negli ultimi anni è stato spesso definito un pioniere del vino naturale. In realtà, Emidio Pepe non ebbe mai bisogno di etichette: faceva vino così molto prima che nascessero movimenti, manifesti e fiere dedicate, semplicemente perché lo riteneva il modo più giusto. La sua forza è stata proprio questa: non inseguire mai una moda, ma ritrovarsi, quasi senza volerlo, ad anticiparla. Ridurlo a questo, però, sarebbe ingeneroso: il suo lascito più grande è aver restituito dignità a un intero territorio, dimostrando che l’Abruzzo poteva sedere al tavolo delle grandi regioni del vino italiano senza imitare nessuno.
Le critiche e le posizioni scomode
Un maestro non è un santino, e Pepe non temeva di dividere. Il suo radicale non interventismo è stato ammirato da molti ma anche criticato da chi riteneva che un maggiore controllo tecnico garantisse più costanza e riducesse il rischio di difetti. Sul fronte biodinamico, buona parte del mondo agronomico continua a considerare privi di solide evidenze scientifiche i preparati di ispirazione steineriana e l’influenza dei cicli lunari, pur riconoscendo il valore delle pratiche agronomiche di fondo, dall’assenza di diserbanti alla biodiversità.
E provocatorio sapeva esserlo lui stesso: nel dibattito sul “naturale” non mancò di esprimere dubbi sull’idea che si potessero ottenere vini perfetti ogni anno, ricordando che nessun disciplinare può davvero garantire ciò che accade nelle cantine altrui. Un argine, come è stato scritto, contro le scorciatoie che avevano giocato al ribasso sulla qualità dei vini abruzzesi.
Il Tastevin AIS al Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe
Per l’Associazione Italiana Sommelier, il nome di Pepe ha un peso particolare. Nel 2023 il Tastevin della guida Vitae è andato al Trebbiano d’Abruzzo Emidio Pepe 2020: un riconoscimento che chiude idealmente un cerchio lungo quasi sessant’anni. Perché quando Emidio avviò la sua avventura, nel 1964, il Trebbiano era guardato con sospetto dalla maggior parte dei produttori, e lui ne fu invece tra i promotori più entusiasti, come ricorda la figlia Sofia, oggi voce di un vino capace di raccontare l’anima abruzzese, quella delle colline teramane e del Gran Sasso. Che proprio quel vitigno, un tempo negletto, si sia guadagnato uno dei riconoscimenti più prestigiosi della sommellerie italiana è la migliore conferma della lungimiranza di chi ci aveva creduto per primo.

Un’eredità di famiglia
Da oltre vent’anni l’azienda è saldamente guidata dalle figlie Sofia e Daniela, affiancate dalla nuova generazione: le nipoti Chiara, enologa, ed Elisa, responsabile dell’accoglienza. Un passaggio di testimone costruito con pazienza, senza strappi, nel segno della continuità. Ed è forse questo il capolavoro più grande di Emidio Pepe: aver trasmesso una fedeltà alla terra che non ha bisogno di proclami. In un settore che rincorre di continuo la novità, ha dimostrato che l’innovazione più autentica nasce dalla coerenza, dalla pazienza e dall’attaccamento alle proprie radici. Le sue bottiglie, dal Montepulciano al Trebbiano d’Abruzzo, continueranno a raccontarlo meglio di qualsiasi commemorazione: perché, come tutti i grandi vignaioli, continuerà a parlare attraverso i suoi vini.