Monelli e Dolcetti
La fama della Ciociaria sconta il limite iniziale del nome stesso, che in molti evoca immagini del passato, dalle tradizionali cioce (o ciocie) a Nino Manfredi. Le si fa un torto, dal momento che si tratta di un territorio aggiornato sotto molti aspetti: le auto – anche elettriche – non mancano, praticamente tutti parlano italiano, e prende quasi dappertutto il 5g.
Si scherza, eh. La Ciociaria è una regione che amo, dove peraltro in parecchi posti si mangia benissimo, e dove i produttori di vino hanno fatto passi avanti notevoli negli ultimi vent’anni.
La modernità è quindi senz’altro giunta anche qui.
Premesso questo, devo dire però che qualche domenica fa a Frosinone ho fatto un salto indietro nel tempo di alcuni decenni. In una trattoria del posto gli arredi, le fisionomie dei camerieri, i piatti stessi mi hanno fatto pensare alle descrizioni del Ghiottone Errante, che è un libro degli anni Trenta del secolo scorso, e alle relative illustrazioni di Novello. Ero già stato nello stesso locale qualche lustro fa (2009), ma anche nell’ultimo scorcio di secolo la situazione generale non è granché cambiata.
Il Ghiottone Errante
Grazie a questo piccolo viaggio temporale ho ripreso in mano il suddetto libro, che rileggo – e sul quale scrivo post – a cadenza quasi regolare.
Il Ghiottone Errante è un viaggio nell’Italia delle trattorie, delle cantine, delle feste di paese condotto da Monelli nel 1935. Molte usanze dell’epoca sono scomparse, come molti prodotti tipici; e ovviamente come la maggior parte dei ristoranti visitati. Ma non conviene considerarlo la semplice testimonianza di una realtà scomparsa: la visione critica centrale del libro non potrebbe essere più attuale, come vedremo più avanti.
Per cercare di replicare il momento di pace e soddisfazione palatale del 2009, quando il pranzo venne innaffiato da un bel Dolcetto di Abrigo, ho potuto stappare un Dolcetto 2024 di Rinaldi. Monelli afferma che il Dolcetto sia “asciutto e netto”, e il rosso rinaldesco è a sua volta asciutto e netto: niente fronzoli, nessuna struttura aromatica posticcia, solo un delicato ma preciso sentore di frutto fresco, un’acidità viva e scattante, un alcol molto contenuto (12,5 gradi), una nota amara misuratissima.
Insomma, una delizia anche stavolta.

Leggere una bottiglia
Il Dolcetto si conferma per me una tipologia a tutt’oggi sottovalutata, degna di essere tenuta nella massima considerazione. Ogni serio bevitore, compatriota o straniero, dovrebbe bere Dolcetto con regolarità; anzi, nelle parole di Monelli, dovrebbe leggerlo:
“Ha vinto più battaglie la Francia con le sue bottiglie che con i suoi diplomatici. Noi abbiamo tipi eccellenti che valgono i più celebrati bordeaux e borgogna. Abbiamo il sole, la terra, e la quantità. Ma bisogna imparare a fare il vino, e a farlo bene, e a farlo rispettare. Ho bevuto per le vie del mondo oscure porcherie gabellate per vino nostro; quei falsificatori hanno fatto più male all’Italia che se l’avessero diffamata con gli scritti o con le parole: hanno soffocato un’industria, silurata una fonte di ricchezza. Parlate agli stranieri dei vini italiani; li vedrete spesso dubitosi, o lodanti per cortesia. […] Le scuole enologiche sono benemerite. Sono usciti ed escono da queste aule gli enotecnici giovani che si battono per conquistare ai vini nostri i mercati del mondo.
Poiché esportare una buona bottiglia è importante come esportare un buon libro. Soltanto che in una buona bottiglia è più facile leggere”.

La foto di apertura è di Kelsey Knight su Unsplash.