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Territori del Vino
07/08/2026
Di Lorenza Cerbini

Montalcino, dove il Brunello custodisce il futuro del borgo

A Montalcino il mare ha il colore dell’erba e dell’ambra. Si cammina verso la cattedrale del Santissimo Salvatore situata sul punto più alto della cittadina, sfiora di poco i 600 m slm. Stile neoclassico, nel cornicione porta la scritta “Non est in alio aliquo salus”, in nessun altro c’è salvezza. Il mare è poco più in là, un mix di vigne e viali di cipressi, di boschi e campi di grano. Quel panorama che i turisti chiamano “paesaggio toscano”, cartolina standard di una Regione dai luoghi (e problematiche) tanto diversi. Montalcino “city” conta poco più di 5,500 residenti, e dunque si salva dall’essere inclusa nel club dei 119 piccoli comuni con meno di cinquemila abitanti (21 con meno di mille; dati Anci) a rischio spopolamento. I vicini San Quirico d’Orcia (2537 abitanti), Buonconvento (2933) e Castiglione d’Orcia (2037) per citarne alcuni, appaiono meno fortunati. La condizione di “piccolo Comune” non coincide automaticamente con quella di fragilità, ma il tema apre alle sfide che queste comunità devono affrontare sulla base delle risorse disponibili (spesso limitate) e la necessità di garantire servizi con organici ridotti.
A due ore di auto da Firenze, Arezzo, e Pisa, a un’ora da Grosseto e quaranta minuti da Siena, Montalcino si potrebbe definire l’ombelico della Toscana. Non vi si passa per caso, ma bisogna arrivarci, semmai con in testa un piano ben definito. Le strade del suo centro storico sono accoglienti, architettura medievale, una rocca da vivere e da cui godere il belvedere, alcuni bar e ristoranti e il piatto forte: le enoteche, ovunque e fin troppe. Montalcino significa vino e tutto te lo fa ricordare, un po’ a scapito di quella diversità che un tempo contraddistingueva i borghi italiani per il pullulare di negozietti di artigianato che (pressoché ovunque nella Penisola) hanno subito il contraccolpo di un’economia basata su e-commerce e GDO.

Il Brunello, motore economico di un territorio

Montalcino nel mondo intero significa ricchezza perché lega inesorabilmente il suo nome al Brunello. Secondo un’indagine del Crea sul mercato fondiario in Italia (dati 2024), un ettaro di vigneto all’interno del Comune parte da un minimo di 800mila euro. Considerando che gli ettari coltivati sono oltre 4,400 il valore finale relativo al territorio è decisamente importante. Il Brunello trascina l’economia locale in positivo, tanto che il tasso di disoccupazione non tocca il 2% (dati Consorzio del Vino Brunello di Montalcino) e la manodopera proviene anche dai Comini limitrofi.
Dal 1967, il Consorzio riunisce la grande maggioranza dei produttori. Oggi, i soci sono 214 pari al 98,2% della produzione totale di Brunello. Un nettare talmente famoso da diventare un emblema e così la Docg è stata protagonista delle celebrazioni per l’80° Anniversario della Repubblica Italiana a Bruxelles. A Villa Manlio Brosio, sede ufficiale della Rappresentanza Permanente d’Italia presso la NATO, il Consorzio ha rappresentato l’unica denominazione italiana di vini rossi presente all’evento. Banchettando, insomma, si è degustata l’eccellenza dell’enologia italiana e mondiale.
Il prodotto è riconosciuto come autentico, parola che riunisce più aspetti: territorio, tradizione, qualità. E su questo ultimo punto, i produttori spingono forte. Sulla base dell’andamento del mercato, per la vendemmia 2026, è stata confermata la riduzione delle rese da 80 a 70 quintali per ettaro. La ragione? “Per tutelare l’equilibrio e il valore della denominazione stessa – fa sapere in una nota il presidente Giacomo Bartolommei – Un’eccessiva disponibilità di vino può generare criticità legate alle giacenze e al conseguente valore del prodotto, talvolta aggravate dalle necessità strutturali di stoccaggio e dagli impegni finanziari che le aziende sostengono per i propri investimenti”.

Quando il vino diventa comunità

Investimenti che non riguardano solo la produzione di Brunello (per il disciplinare prodotto solo da uve Sangiovese, messo sul mercato cinque anni dopo la vendemmia, sei per la Riserva e il riconoscimento da parte di un’apposita commissione), di Rosso di Montalcino (un solo anno di affinamento) oppure del bianco Moscadello, ma anche le attività che contribuiscono a tenere vivo il territorio. Industria, cultura e sociale sono parti di un unico volano con cui cercare l’equilibrio. I produttori fanno la loro parte, come i titolari dell’azienda Camigliano, visitata di recente. La tenuta dispone di 500 ettari di cui 93 a vigneto e si sviluppa intorno all’antico borgo dotato di villa padronale, di una bella chiesa a una navata, del belvedere, di piazze e piazzette tra le abitazioni di chi lì ci vive da generazioni. C’è anche un’area discoteca con tanto di luci, si anima in estate quando si cena tra le viuzze e la partecipazione è collettiva, fino a mille persone. Della piccola bottega di alimentari dove si potevano comprare sale, zucchero, pasta, olio di semi, oppure un etto di prosciutto, è rimasta l’insegna, ma potrebbe ben presto essere convertita a nuova vita trasformata in un’osteria. Camigliano è un luogo antico, come dimostra il simbolo della tenuta, un dromedario (ha una gobba sola, ndr), forse arrivato fin lì ai tempi delle crociate e rimasto immortalato in qualche documento per la memoria collettiva. Come una signora raffinata, il borgo non si fa subito notare, bisogna cercarlo, nascosto com’è dalla collina, esposizione sud-ovest. La posizione geografica stessa è un suo tratto distintivo, contribuisce a creare un clima di piacevole intimità accentuato dal silenzio e dalla bellezza. Dagli anni Cinquanta, la tenuta comprata dal bisnonno Walter appartiene alla famiglia milanese Ghezzi e la quarta generazione è già al lavoro: Tommaso, Lorenzo, Costanza e Sofia, tutti figli di Silvia Ghezzi, mentre le piccole Cloe e Luce sono figlie di Isabella. Gli adulti si impegnano tra vigneti, cantina e il neonato agriturismo. Le case in pietra lasciate vuote, sono state ristrutturate piano piano e con accortezza per conservarne l’autentica caratteristica. Oggi, vi trovano alloggio fino a diciotto ospiti. La cantina è semi-ipogea. Si scende tra botti in acciaio, rovere e terracotta. Custodisce il cuore dell’azienda, quei vini biologici che hanno ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali.

Tradizione, ricerca e nuove generazioni in vigna

Tommaso Ghezzi Laviano, 28 anni, i piedi tra le zolle, guida tra quei vigneti dove le viti vecchie di Sangiovese Grosso, datate 1989, sono state impiantate a coppia. Sono cresciute gemelle e le loro uve vengono usate per il Brunello. Tra le ginestre spunta un laghetto con decine di esotiche ninfee. Si viaggia sulla jeep di nonno Gualtiero, comprata tanti anni fa. “I centotrentamila km sul tachimetro sono stati tutti percorsi su queste stradine sterrate. Quest’auto non ha mai visto l’asfalto”, dice il nipote. Da pochi anni, l’azienda ha avviato una nuova fase. “Dal 2019, abbiamo iniziato a rinnovare i terreni, stiamo piantando nuove vigne”, dice l’agronomo Simone Luchini. “Il terreno è prettamente argilloso, come i mattoni rossi delle case dei paesi vicini e i nostri uvaggi Sangiovese hanno il grappolo spargolo, più resistente all’umidità, un fattore importante per un’azienda bio come questa”. Tradizione e scienza a Camigliano vanno a braccetto. “Aderiamo al progetto Brunello Forma, un modello che intreccia dati climatici, geografia viticola e degustazioni professionali”, dice Luchini, “in un ettaro possono convivere fino a dieci tipologie di suolo diverse”.

La Famiglia Ghezzi

Il tempo del Brunello: sei anni per raccontare un territorio

In azienda si guarda al futuro e un punto cardine è la formazione. Anche Tommaso fa la sua parte. “Usiamo un sistema di coltivazione sartoriale e dovrà imparare la forma di allevamento più adatta vigna per vigna, pianta per pianta”, dice Luchini. Due vigne in particolare sono tenute sotto stretta osservazione. “Le uve che utilizziamo per il Brunello Riserva Gualto provengono da vigna Sassi, che già nel nome ha la sua caratteristica e da vigna Poggiaccio Vecchio di sabbia a medio impasto”, dice Luchini. Servono sei anni di invecchiamento prima di aprirne una bottiglia. La vendemmia 2020, quella oggi sugli scaffali, ha generato meno “di tremila bottiglie, tutte ottenute da pigiatura soffice e fermentazione in acciaio a temperatura controllata. Usiamo rimontaggi moderati e pratichiamo macerazione sulle bucce per 15-20 giorni”, dice l’enologo Michele Turchi. “Il vino viene poi affinato per 36 mesi in botte di rovere da 30 quintali e poi seguono due anni in bottiglia”. Al palato Gualto 2020 si presenta fresco, con una piacevole salivazione, un tannino equilibrato e un finale balsamico.
Salvo imprevisti dovuti ai cambiamenti climatici, a Camigliano si vendemmia il Sangiovese tra la prima e la seconda settimana di ottobre. Pluripremiato, il Brunello di Montalcino “Paesaggio Inatteso” omaggio al borgo stesso, così timidamente inaspettato. Nasce da una vigna che “ha compiuto 25 anni, un po’ isolata e circondata dal bosco che ne arricchisce il suolo portandovi la sua frazione organica durante le piogge”, dice Turchi. “La produzione si aggira tra i 40 e 50 quintali per ettaro. La macerazione è a 30 giorni. L’affinamento avviene in botte da 60 ettolitri di rovere francese e di slavonia”.

Il clima cambia, la viticoltura si adatta

La gamma dei rossi si completa con il Brunello di Montalcino (etichetta dorata) e con il Rosso di Montalcino (etichetta bianca). Il primo è prodotto in circa 165mila bottiglie, una fetta importante dell’intera produzione aziendale stimata in 350 mila unità. La vendemmia 2021 richiama al palato i piccoli frutti rossi maturi e qualche nota speziata. “Un’annata inizialmente piovosa – spiega Turchi. In aprile si è verificata una gelata anomala e tardiva che ha influito sul quantitativo delle uve raccolte. Dopo un’estate piuttosto calda, nella seconda quindicina di agosto si sono verificati due eventi piovosi utili per una maturazione equilibrata degli acini”. Insolita, invece, la vendemmia 2024 del Rosso di Montalcino, “con un inverno caldo e siccitoso, una primavera piovosa e un’estate con picchi di 40 gradi. La raccolta è iniziata intorno al 20 settembre, interrotta più volte durante le successive quattro settimane a causa della pioggia”, dice Turchi. Anche Montalcino dunque sta facendo i conti con il cambiamento climatico. Intanto, a Camigliano la gamma si è arricchita seguendo l’andamento del gusto con un rosé (20% di Syrah) dal sottofondo etereo e un bianco da uvaggio Vermentino con un retrogusto leggermente amarognolo.

Oltre il vino: cultura, accoglienza e identità

A Camigliano l’estate trascorre dunque tra vigne e hospitality. Una quiete da film hollywoodiano, dove nel borgo potrebbero nascere amicizie e amori, dove si potrebbero scrivere romanzi e canzoni, dove i matrimoni potrebbero essere celebrati nella bella e intima chiesetta che purtroppo è aperta solo a domeniche alterne. La crisi delle vocazioni si fa sentire anche in questa fetta della Toscana dove per prendere la messa è necessario conoscere territorio e calendario. Intanto, la famiglia Ghezzi partecipa alla vita della comunità partner dell’Associazione Culturale Ricreativa Camigliano e sponsorizza eventi come la competizione podistica Brunello Crossing e il Red Line International Film Festival. Una terza edizione ben riuscita quella andata in scena a giugno, con storie e pellicole da ogni parte del mondo. Da vedere? Il brasiliano “The Blue Trail” (Il sentiero azzurro), dove l’anziana Teresa, 77 anni, per sfuggire al controllo della legge trova una nuova vita su un barcone. Un viaggio attraverso l’Amazzonia con il coraggio di chi vuole cambiare il proprio destino. Più di un monito una regola che vale anche per i territori.

Lorenza Cerbini
Lorenza Cerbini

Giornalista e sommelier, sono nata e vivo in Toscana, cresciuta tra i filari della vigna di famiglia tra grappoli di sangiovese e colorino. Ho trascorso parte della vita adulta a New York. Scrivo per il Corriere della Sera. @bacco_eretico

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