Il Burgenland che ha rifatto il vino austriaco
Un tempo terra di confine povera e periferica, la seconda regione vinicola d’Austria è diventata il laboratorio più vivace del paese: identità di terroir, vini naturali e uno scontro con le rigide leggi nazionali che arriva fino al Parlamento.
Regione marginale fino a trent’anni fa, ancora segnata dalla cortina di ferro, il Burgenland è oggi la forza trainante del vino austriaco. Ci è arrivato grazie ai fondi europei e a una generazione di produttori che ha smesso di imitare Bordeaux e Toscana per cercare la propria voce. È terra di rossi in un paese di bianchi, patria del blaufränkisch e roccaforte del vino naturale. Ma le sue etichette più ambiziose si scontrano con leggi che vietano loro persino di indicare il luogo d’origine.
Il ritratto è firmato da Valerie Kathawala su SevenFifty Daily, e parte da un elenco di nomi. Roland Velich, Christian Tschida, Heike e Gernot Heinrich, Gut Oggau, Rennersistas: se si prova a stilare la lista dei produttori più influenti del vino austriaco, hanno tutti una cosa in comune, vengono dal Burgenland. Per una regione che come tale non esisteva nemmeno un secolo fa, è una parabola sorprendente, tanto più se si pensa a come si presentava appena trent’anni fa: povera e periferica, ancora scossa dagli effetti della cortina di ferro che ne segnava il confine orientale. Oggi il Burgenland appare prospero, con cantine dall’architettura ardita, borghi curati e un enoturismo che è motore economico della seconda regione vinicola del paese. Soprattutto, vanta una densità notevole di produttori di qualità impegnati a scavare nelle sfumature di terroir, dettaglio e stile.
Da terra di confine a zona d’investimento
Il Burgenland è un’anomalia austriaca quasi sotto ogni profilo, a cominciare dalla storia. Territorio ungherese fino al primo dopoguerra, fu ceduto all’Austria alla fine della Grande Guerra; dopo il secondo conflitto mondiale finì sotto occupazione sovietica e, tagliato fuori dagli aiuti occidentali, ne uscì stremato. Liberato nel 1955, si ritrovò subito la cortina di ferro calata lungo il proprio margine orientale, dove sarebbe rimasta per decenni. La svolta arriva con l’ingresso dell’Austria nell’Unione europea, nel 1995, quando la regione viene designata area di investimento Obiettivo 1: vi affluisce l’equivalente odierno di oltre un miliardo di euro. Un sostegno decisivo per il settore vinicolo, conferma Andrea Weinberger dell’associazione regionale Wein Burgenland, mentre il direttore uscente Christian Zechmeister traccia una linea diretta tra quegli investimenti e il proliferare di cantine d’avanguardia e vini di prestigio che oggi definiscono il territorio. È una dinamica che a un lettore italiano richiama da vicino i fondi strutturali che hanno rilanciato tante viticolture del Mezzogiorno.
La regione si distende bassa e allungata a sud e a est di Vienna, incastonata tra le ultime propaggini alpine e la distesa della pianura pannonica. Pur restando nell’alveo del clima fresco austriaco, gode di stagioni vegetative calde, secche e prolungate, alle quali i suoi vitigni storici erano però già tagliati su misura: il blaufränkisch, il welschriesling e il furmint sono resistenti alla siccità, a maturazione tardiva e capaci di trattenere acidità e gradazioni contenute. Ed è qui l’ultima anomalia, perché il Burgenland è una terra di rossi in un paese di bianchi: da solo concentra il 94 per cento del blaufränkisch austriaco, affiancato da zweigelt e sankt laurent, mentre il celebre grüner veltliner vi pesa appena per il 9 per cento, sopravanzato per rilievo commerciale e culturale da bianchi come welschriesling, chardonnay, pinot blanc e furmint.
La ricerca di una voce
La vera rivoluzione, spiega l’articolo, non è stata la radicalità ma l’autenticità. Lo racconta Stephan Schindler, austriaco e contitolare dell’importatore californiano Winemonger, specializzato in vini austriaci: all’inizio degli anni Duemila un gruppo di produttori, tra cui Roland Velich di Moric, che egli rappresenta, e Christian Tschida, smise di chiedersi come il Burgenland potesse produrre un Bordeaux o un Supertuscan migliore, e cominciò a porsi una domanda più fondamentale, ovvero cosa il Burgenland potesse esprimere di unico attraverso il proprio terroir. La risposta, osserva Schindler, era già lì, nei vigneti dimenticati, nelle vecchie vigne e nei vitigni autoctoni: bastava riconoscerne le possibilità con una coltivazione attenta e una vinificazione misurata.
Il Bambule! di Judith Beck illustra bene questa evoluzione. Il welschriesling era da sempre presente nella regione, ma serviva, ricorda la produttrice, a fare bianchi molto semplici oppure i grandi dolci di alta gamma. Nel 2014 Beck decise di ricavarne un vino secco di livello, partendo dalla macerazione sulle bucce, una pratica che ama applicare ai bianchi non per i tannini ma per il sapore. Il risultato è la reinvenzione di un vitigno tradizionale per il gusto del nuovo secolo. Il riconoscimento internazionale seguì, ma in patria l’accoglienza fu diversa: quei vini, nota Schindler, risultarono controversi perché non rientravano nel paradigma condiviso, in un paese dove la maggior parte dei produttori continua a fare grandi rossi e bianchi di facile beva da spedire alle località sciistiche e ai vicini europei.
Come ha attecchito il vino naturale
Il Burgenland ha una quota di vigneto biologico piuttosto alta, il 26 per cento, e molti dei suoi produttori più visibili lavorano in regime biologico o biodinamico, con o senza certificazione. Pur non essendo ancora citato accanto al Beaujolais o alla Loira, per gli addetti ai lavori è da oltre un decennio una roccaforte del vino naturale. Alice Feiring, autrice e firma storica del settore, individua più fattori all’origine del movimento, tra cui l’attenzione della regione al terroir e alla sostenibilità, a partire dalla conversione biodinamica di Judith Beck nel 2007. Quando nel 2014 Isabelle Legeron portò a Vienna la prima fiera RAW, l’effetto fu insieme controverso e influente: pochissime le cantine austriache presenti, ma la giovane Gut Oggau fu una rivelazione, in un momento in cui i vini a zero solfiti erano rarissimi da queste parti. L’anno dopo, ricorda Feiring, Christian Tschida dimostrava che il vino naturale poteva essere profondo e adatto all’invecchiamento. A favorire il fenomeno contribuirono anche i vigneti relativamente economici e la vicinanza a Vienna, con la sua crescente cultura dei wine bar naturali a garantire un mercato ricettivo.
Spazio per rischiare
Gli osservatori colgono nel Burgenland anche un’apertura e una sicurezza di sé particolari. Più di ogni altra zona, sostiene John McCarroll di Coeur Wine Co. a New York, il Burgenland sembra guardare al resto del mondo, e ha qualcosa che lo fa sentire più occidentale e più connesso del resto dell’Austria. Una fiducia, dice senza mezzi termini, che nemmeno la Francia possiede in egual misura, e che nasce dalla nuova ricchezza, dalla propensione al rischio che essa consente e dal potenziale ancora inespresso: produttori come Stefanie Renner di Rennersistas, che egli rappresenta, hanno compiuto un enorme salto di qualità pur restando in parte ancora “underground”, il che a suo avviso è un ottimo segno.
Molto è passato anche attraverso la forza dei gruppi di produttori. Il più noto, Pannobile, riunisce nove viticoltori dallo spirito sperimentale attorno al polo biodinamico di Gols. Lo fondò trent’anni fa Hans Nittnaus come ricerca collettiva di identità e qualità, e col tempo è diventato un circolo di confronto, critica ed emulazione che ha portato al successo internazionale membri come Beck, Preisinger, Heinrich e le Rennersistas. Ci critichiamo i vini, spiega Beck, non ci limitiamo a darci pacche sulle spalle, perché solo così crediamo di poter migliorare. Ne è nata una gamma di stili che oggi appare definitoria per la regione: blaufränkisch, pinot blanc e chardonnay eleganti da singola vigna convivono con vivaci pét-nat, zweigelt a macerazione carbonica e succosi orange wine che giocano con l’abbondanza di varietà aromatiche come il muskat ottonel.
Il caso Moric e le leggi che stringono
Tutta questa sperimentazione si muove dentro le rigide leggi austriache. Dopo lo scandalo dell’adulterazione del 1985, il paese introdusse norme severissime in nome della tutela del consumatore, che finirono per spingere l’Austria verso l’attuale posizione di guida mondiale nella viticoltura rispettosa dell’ambiente e nei vini a basso intervento. Ma a oltre quarant’anni di distanza quelle regole cominciano a stare strette, perché gusti, stili e idee di tipicità sono cambiati. La legge elenca 27 “difetti” del vino, tra cui l’acidità volatile e la riduzione, che precludono l’indicazione dell’origine, salvo che quelle stesse caratteristiche siano in parte diventate i tratti distintivi di un nuovo stile austriaco. Più le due parti si irrigidiscono, più i vini si fanno peculiari, osserva Schindler, con produttori che abbracciano un certo grado di riduzione anziché eliminarlo.
Il nodo lo riassume bene Stefanie Renner: tutti sarebbero felicissimi di scrivere Burgenland in etichetta, perché è il posto da cui vengono, e vorrebbero poter indicare anche fattori di qualità come la raccolta esclusivamente manuale, la fermentazione spontanea e l’assenza di chiarifica. Invece possono ripiegare solo su formule generiche come “Wein aus Österreich” o “Weinland”, che non dicono nulla dell’origine o del livello del vino.
Lo scontro è esploso questa primavera con il caso di Roland Velich. Nel settembre 2025 il suo Moric Lutzmannsburg Alte Reben Blaufränkisch 2023 era diventato il primo rosso austriaco a ottenere 100 punti da James Suckling, che lo aveva indicato come nuovo punto di riferimento per il blaufränkisch. Eppure la commissione ufficiale di assaggio, la Amtliche Kostkommission, gli ha negato l’idoneità qualitativa, contestandogli una serie di difetti. Il risultato paradossale è che Velich, il più celebre alfiere dei vini di terroir del Burgenland, si è visto vietare di indicare in etichetta qualsiasi riferimento all’origine: il nome del vigneto dove crescono le sue viti ultracentenarie, il villaggio di Lutzmannsburg e persino il Burgenland che tanto ha contribuito a portare sulle mappe del vino di pregio. Così uno dei vini più acclamati d’Austria esce oggi con la sigla quasi anonima di Alte Reben L, cioè “vecchie vigne L”. Immaginate, protesta Velich, se alla Romanée-Conti fosse vietato scrivere La Tâche in etichetta: sarebbe un disastro culturale, e per noi vale lo stesso.
Una nuova idea di regione
Il caso Velich ha dato corpo a una discussione più ampia sulla capacità del sistema austriaco delle denominazioni di rappresentare i suoi vini più ambiziosi, e cade nel momento in cui il paese si prepara a riformare la legge nazionale sul vino nel 2027. Il modo in cui l’Austria risponderà alle domande su tipicità e origine sarà, almeno in parte, una reazione diretta alle sfide poste dal Burgenland. In questo clima, alcuni produttori pensano che vada ripensato l’intero concetto di regione: nel 2024 Velich, Tschida e il viticoltore Hannes Schuster hanno fondato un progetto chiamato Reimagine Pannonia. La Pannonia, spiega Velich richiamando l’antica provincia romana, è una regione vinicola e culturale a sé, e la cultura del vino è tra le cose più complesse, antiche e profondamente stratificate che possediamo: vale la pena guardare con attenzione a chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare.