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Vini del Mondo
08/09/2025
Di Redazione AIS

Il Riesling della Mosella in difficoltà

Una delle regioni bianchiste più celebri del mondo soffre la frenata dei consumi più di molte altre. A fotografarla è l’osservatorio della bolognese Nomisma, che nello stesso quadro registra il calo generalizzato dell’export a denominazione, Italia compresa.

Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni di Riesling della Mosella sono crollate dell’11 per cento, il doppio rispetto alla media dei vini tedeschi a denominazione. Il dato colpisce perché riguarda una regione di bianchi, la categoria che altrove sta reggendo meglio della flessione generale. A pesare sono i costi della viticoltura eroica sui pendii scoscesi, la frammentazione dei produttori e un linguaggio commerciale difficile da decifrare. L’analisi arriva dall’osservatorio Nomisma, che nello stesso report certifica il calo dell’export a denominazione di Italia, Francia, Germania e Spagna.

Il quadro lo delinea Davide Bortone su Wine-Searcher, e ha il pregio, per il lettore italiano, di poggiare su dati di casa nostra. È infatti il Nomisma Wine Monitor, l’osservatorio della società di ricerca bolognese Nomisma, ad aver analizzato l’andamento delle principali denominazioni europee nei primi quattro mesi del 2026, rilevando come le esportazioni di Riesling della Mosella siano scese dell’11 per cento, a fronte di un calo del 5,5 per cento per l’insieme dei vini tedeschi a denominazione d’origine protetta. Un dato che va controcorrente, perché nello stesso periodo i bianchi e gli spumanti hanno generalmente retto meglio dei rossi: la Mosella, insomma, non può spiegare la propria frenata appellandosi al colore, al vitigno o a un generico disamore verso i vini fermi.

Non è una crisi da bottiglie da collezione

Il punto debole non sta nelle rare etichette contese dai collezionisti. Le aste dedicate ai vini di Mosella, Saar e Ruwer hanno superato nel 2025 il milione e mezzo di euro, e le cantine più celebri spuntano ancora prezzi eccezionali per le selezioni di vigneto più scarse. Sono però quantità minime, che dicono poco delle centinaia di viticoltori che vendono Riesling a prezzi ordinari. All’estremo opposto della filiera, lo sfuso può spuntare appena 60 o 70 centesimi al litro, mentre produrlo ne costa almeno il doppio. Un’aritmetica particolarmente crudele sui ripidi vigneti di ardesia che definiscono la Mosella, dove potatura, gestione della chioma e vendemmia dipendono in larga parte dal lavoro manuale: chi opera quasi solo su questi pendii segnala che prezzi franco cantina sotto i 7 o 8 euro a bottiglia lasciano ben poche speranze di un reddito sostenibile. È una condizione che in Italia suona familiare a chiunque conosca la viticoltura eroica delle Cinque Terre o della Valtellina, dove il costo della manodopera sui terrazzamenti pone gli stessi identici dilemmi.

La tensione cresce anche nella fascia media del mercato. I Riesling sotto i 15 euro competono con i bianchi di regioni più pianeggianti e meccanizzate, mentre le aziende prive di importatori affidabili o di un nome riconoscibile rischiano di restare con le giacenze invendute. Così un vino nato per essere imbottigliato con la propria etichetta finisce spesso dirottato verso lo sfuso, andando a ingrossare la parte meno remunerativa del commercio.

La barriera del linguaggio

Un ostacolo in più lo crea la stessa terminologia tedesca. Gli acquirenti appassionati sanno distinguere tra Trocken, Feinherb, Kabinett e Spätlese, ma il sistema chiede più attenzione di quanta un cliente occasionale sia disposto a concederne. Il problema commerciale, dunque, non riguarda un solo grado di dolcezza: mette insieme prezzo, presentazione, distribuzione e la capacità di rendere leggibile una categoria complessa anche fuori dalle cerchie degli specialisti.

A denunciare una responsabilità di sistema è Martin Foradori Hofstätter, proprietario dell’omonima tenuta in Alto Adige e della cantina Dr. Fischer nella Saar, che in un’intervista a Winemag International sostiene come la Germania non abbia sostenuto i propri produttori con una strategia internazionale coerente: troppo poco, a suo giudizio, è stato fatto per promuovere le regioni vinicole tedesche all’estero o per usare i fondi europei disponibili per le campagne di vendita fuori dall’Unione. Il risultato è che la notorietà globale resta concentrata attorno a una manciata di aziende famose, lasciando pressoché invisibile gran parte della base produttiva.

Vendite in affanno e ricambio incerto

A complicare il quadro è la struttura stessa delle vendite interne. Molte cantine familiari, osserva ancora Hofstätter, dipendono ancora dagli acquisti diretti in cantina da parte di una clientela privata di lunga data: un pubblico che invecchia e che i bevitori più giovani non rimpiazzano in numero sufficiente. Anche il ricambio generazionale si fa più difficile, perché le nuove leve vedono il lavoro gravoso in vigna, i margini risicati e l’incertezza sulla domanda futura. Quanto alla propria azienda, Hofstätter spiega che la Dr. Fischer, la sua tenuta nella Saar, è meno esposta allo sfuso perché vende vini imbottigliati all’origine e coltiva rapporti diretti con i clienti. Ma nemmeno un posizionamento solido mette al riparo dal rallentamento generale: persino i pregiati Riesling secchi e i Grosses Gewächs, cioè i cru di vertice della gerarchia tedesca, l’equivalente dei nostri grandi vini da singola vigna, richiedono più tempo per essere venduti, con le scorte che si accumulano ben oltre la fascia d’ingresso.

Un’Europa a due velocità

I numeri tedeschi, del resto, sono parte di una flessione più ampia dell’export europeo a denominazione. Tra gennaio e aprile 2026 il valore delle esportazioni di vini a denominazione è calato del 6,2 per cento per l’Italia, del 3,4 per la Francia, del 5,5 per la Germania e dell’8,5 per la Spagna. Come sintetizza Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, il report fotografa un mercato a due velocità: in un contesto di recessione diffusa, bianchi e spumanti contengono le perdite, mentre molti rossi continuano ad arretrare.

Il contrasto è particolarmente netto tra le bollicine. Il Crémant francese ha aumentato i volumi esportati del 19,4 per cento, lo Champagne del 3 per cento, il Prosecco ha ceduto solo lo 0,8 per cento e l’Asti rosé l’1 per cento, mentre il Cava spagnolo è andato in direzione opposta, perdendo oltre il 9 per cento dei volumi rispetto allo stesso periodo del 2025. Proprio il Cava è l’altra grande eccezione del report: una denominazione internazionale che opera in un segmento tutto sommato resistente, eppure con un calo vicino a quello della Mosella. I dati pubblicati non lo suddividono per fascia di prezzo, stile o mercato di destinazione, dunque non permettono di individuare dove si sia concentrata la perdita, ma dimostrano che la relativa tenuta degli spumanti non si è distribuita uniformemente in Europa.

Tra i bianchi fermi non mancano i segnali positivi. Borgogna e Loira hanno accresciuto i volumi del 6 per cento, il Bordeaux bianco addirittura del 16, mentre i bianchi italiani a denominazione di Sicilia e Toscana hanno tenuto i volumi aumentando il valore rispettivamente del 2,8 e del 3,3 per cento. Più deboli i bianchi veneti, in calo di quasi il 4 per cento, ma la Mosella resta comunque l’arretramento più brusco tra i bianchi esaminati. Sui rossi il segno meno è più uniforme: il Bordeaux rosso perde il 19 per cento in valore e l’8 in volume, i rossi a denominazione di Toscana e Veneto oltre il 10 per cento in valore, la Rioja il 7,5 in valore e il 6 in volume, mentre il Piemonte limita la flessione di valore al 2,5 per cento, anche se l’aumento del 9 per cento dei volumi segnala rese medie in calo.

Sulla Mosella, intanto, il declino sta già cambiando il paesaggio, fisico e commerciale. Le parcelle scoscese non più redditizie vengono abbandonate, i terrazzamenti si deteriorano e le piccole cantine chiudono o danno in affitto i propri vigneti. Circa mille micro-aziende della regione sono considerate a rischio, e meno della metà, avverte Bortone in chiusura, potrebbe avere davanti un futuro economicamente sostenibile.

Redazione AIS
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