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Coltivare e Produrre
21/09/2025
Di Redazione AIS

La vendemmia 2026 è la più precoce di sempre, e il clima riscrive le regole

In tutto l’emisfero settentrionale la vendemmia 2026 è partita con settimane di anticipo, in alcuni casi già a fine giugno, sotto la spinta di un’annata di estremi climatici. La preoccupazione diffusa è che le uve arrivino cariche di zucchero ma non ancora pienamente mature dal punto di vista fenolico. Dai produttori emergono strategie di adattamento: gestione della chioma, vendemmia notturna, nuove varietà resistenti, rese ripensate. C’è chi teme il peggio e chi, come un produttore di Barolo, invita a leggere il cambiamento con umiltà e curiosità.

Il reportage è firmato da Kathleen Willcox su Wine-Searcher. Agosto, nelle terre del vino, dovrebbe essere un momento relativamente tranquillo, quello in cui le uve e chi le cura tirano il fiato prima della volata di settembre e spesso ottobre. Non quest’anno. Il 2026 è stato un’annata di estremi, tra gelate, grandine, incendi, siccità e caldo da record, e le uve sopravvissute a questa sequenza di flagelli sono state spinte a una maturazione accelerata: dallo Champagne al Bordeaux, dalla Borgogna alla Linguadoca, dalla Provenza al Roussillon, e poi Sicilia, Santa Barbara (dove si è iniziato addirittura il 30 giugno), Napa, Catalogna, la raccolta è ovunque già in corso o sul punto di cominciare. È un territorio inesplorato, con il timore diffuso che i grappoli siano “ubriachi di zucchero” ma privi di una piena maturità fenologica, mentre altri fanno notare che, essendo anticipato anche il germogliamento, una vendemmia precoce ha una sua logica. Quasi tutti, intanto, cercano di capire come piantare e programmare per il futuro.

Un inverno troppo mite

Il cambiamento climatico ha inciso pesantemente sull’annata, soprattutto in Francia, Spagna e Stati Uniti. Germogliamenti precoci seguiti da gelate o grandinate hanno danneggiato fino al 90 per cento delle gemme primarie nelle zone più colpite tra lo Stato di New York, la Virginia e la Borgogna, mentre gli incendi divampati in Francia e Spagna hanno divorato centinaia di migliaia di ettari, minacciando aree vocate tra Bordeaux, Provenza, Ávila e Cebreros.

Anche chi è rimasto relativamente indenne ha osservato la pressione crescente sulla stagione vegetativa. Aaron Jackson, fondatore ed enologo di Aaron Wines a Paso Robles e di AKANA a San Luis Obispo, racconta che tutto è cominciato in anticipo e molti viticoltori, colti di sorpresa, hanno passato gran parte della stagione a rincorrere: dopo un inverno molto mite sono arrivate temperature più fresche e un’umidità superiore alla norma, con parecchi problemi di oidio. Le viti, spiega, non hanno avuto il consueto riposo invernale e ne escono stressate, mentre venti primaverili insolitamente forti ne hanno frenato lo sviluppo; la pressione della malattia, aggiunge, è la peggiore che abbia mai visto, con rese molto basse.

Una partenza anticipata

Nonostante ciò, Jackson dice di non avere preoccupazioni immediate sulla qualità. James Sparks, fondatore ed enologo di Kings Carey Wines a Santa Barbara e winemaker di Liquid Farms, si è invece allarmato sentendo voci di uve raccolte già a giugno per le bollicine, ma non è troppo in ansia sul livello dell’annata. Il germogliamento, ricorda, è stato precocissimo, intorno all’inizio di febbraio invece del consueto marzo, quando anzi si spera in aprile perché a fine mese si esce dal rischio gelate. Eppure, superato l’avvio anticipato, la stagione è proceduta a ritmo normale, solo su un calendario spostato in avanti: in sostanza, dice, le uve raggiungono la piena maturità, semplicemente molto prima di un tempo.

I pali che si spostano

Questo non significa che Sparks guardi al futuro senza inquietudine, visto il ritmo del cambiamento. Prima del 2013, ammette, avrebbe definito il clima della sua regione senz’altro costante; oggi non più, con variazioni ed estremi crescenti ogni anno, e più pioggia in vendemmia di quanta ne credesse possibile. Ogni annata è diversa, e tutto ciò che può fare è osservare e farsi trovare pronto a qualsiasi cosa. A preoccuparlo in particolare è l’escursione termica, cioè la differenza di temperatura tra giorno e notte: in regioni come Santa Barbara le giornate calde seguite da notti molto più fresche fissano la freschezza e garantiscono sapori equilibrati, ma negli ultimi anni le notti non hanno più regalato quel fresco. Si è passati da un’escursione di quaranta gradi Fahrenheit a forse venti per gran parte della stagione, il che significa perdere acidità mentre si guadagna zucchero, e potrebbe costringere più produttori ad acidificare in cantina, una pratica che i vignaioli a basso intervento come lui rifuggono quasi a ogni costo.

Le oscillazioni termiche preoccupano anche Charlotte Oliver, dottorata in patologia vegetale e specialista di viticoltura per l’industria del vino del Colorado alla Colorado State University. La frequenza degli sbalzi improvvisi, osserva, è l’impatto più evidente del cambiamento climatico: tre gelate letali in cinque anni hanno imposto di adattarsi e cambiare varietà. Dal 2000 ha visto un afflusso costante di vitigni moderni e ibridi, spesso più capaci delle vitis vinifera di reggere le escursioni violente, tanto che oggi in Colorado circa il 28 per cento delle uve è selezionato per la resistenza. Il mercato, però, potrebbe non essere pronto ad accettare ciò che a suo avviso i viticoltori di tutto il mondo dovranno impiantare per ottenere vendemmie più uniformi e prevedibili: le nuove varietà sono guardate con diffidenza anche quando nascono in Europa, e i fondi pubblici un tempo destinati ad aiutare i produttori sono diventati più complicati o sono spariti.

Vigneti che cambiano volto

Le scelte varietali stanno lentamente cambiando, e con esse gerarchie viticole consolidate da secoli. Lo sostiene Stefano Gagliardo, titolare ed enologo dei Poderi Gianni Gagliardo a Barolo: il cambiamento climatico sta ridisegnando la gerarchia tra regioni, vitigni e persino singoli vigneti, con effetti tutt’altro che uniformi, molto dannosi per alcune zone e varietà ma capaci di elevarne altre. Tra queste, argomenta, proprio il Barolo, oggi spesso migliore di qualche decennio fa, perché è diventato meno frequente imbattersi in vini dai tannini aggressivi e durissimi che richiedevano decenni di cantina prima di potersi apprezzare. Al tempo stesso, aggiunge, vigneti e cru considerati eccezionali venti o trent’anni fa risultano oggi meno interessanti. Una sfida indubbia, conclude, che invita a osservare le vigne con curiosità anziché con pregiudizi.

Una nuova normalità

Curiosità che tutti sperano possa tradursi in idee e soluzioni nuove. Siamo in una nuova normalità, che consiste nell’aspettarsi l’inatteso, dice Jessica Gasca, fondatrice ed enologa di Story of Soil nelle Sta. Rita Hills, il cui team ha messo a punto diverse strategie per migliorare la salute delle uve, a partire da una gestione della chioma calibrata lungo tutta la stagione per bilanciare l’esposizione al sole, proteggere il frutto dal caldo eccessivo e mantenere la circolazione dell’aria. Gasca sceglie inoltre di accogliere ogni annata con i suoi difetti, perché la variabilità è inevitabile ed è la bellezza stessa dell’agricoltura, la ragione per cui ogni bottiglia racconta una storia unica di tempo e luogo.

Sulla stessa linea Justin Ennis, enologo di Freestone Vineyards, molto attento alla gestione della chioma: la sua squadra è selettiva nella sfogliatura per non esporre il frutto alla luce diretta, e dove l’orientamento dei filari è meno favorevole ha installato bracci trasversali nella spalliera per liberare le foglie interne e ottenere circolazione d’aria e luce filtrata. A Freestone, inoltre, si vendemmia di notte, pratica sempre più diffusa nel mondo, così da avere uve sode e turgide anziché molli, calde e coperte di moscerini.

Alcuni produttori stanno anche alzando l’obiettivo di resa per ettaro, un tempo considerato un tabù nella produzione di qualità. Vent’anni fa, ricorda Michael Davies, enologo esecutivo di REX HILL nella Willamette Valley dell’Oregon, due tonnellate per acro erano il Graal per un pinot nero di livello, mentre oggi la maggior parte di viticoltori ed enologi si trova a suo agio tra 2,5 e tre. Il team di REX HILL ha inoltre sperimentato sull’altezza della chioma, abbassando più volte in passato lo sviluppo dei germogli con la cimatura: così, spiega, si rallenta il motore fotosintetico, perché più foglie significano più fotosintesi e più respirazione, e riducendo la chioma si punta a tenere le viti a un regime più moderato.

Il 2026 sarà forse l’annata più precoce mai vista, ma è probabile che ne arrivino di ancora più anticipate: il clima ha resettato la vendemmia, e ora tocca a filosofie e pratiche prenderne atto, prestare attenzione, agire per tempo e prepararsi a nuova incertezza. Nel lungo periodo, conclude Gagliardo, il cambiamento climatico va affrontato con umiltà, adattando le proprie pratiche man mano che emergono problemi nuovi; ma guardando con onestà al presente, il quadro è più sfumato del semplice dire che tutto sta peggiorando.

Redazione AIS
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