La migliore uva rossa dell’Alto Adige?
Un tempo nemmeno tanto remoto alle domande: “Qual è il vitigno a bacca rossa più importante dell’Alto Adige? Quello che dà i vini migliori, più rappresentativi del territorio? Quello che fa nascere i rossi più longevi?” molti esperti e la quasi totalità degli appassionati avrebbe risposto senza esitazione: il pinot nero. O tutt’al più, il lagrein.
Pochi avrebbero citato l’umile schiava, varietà nella stragrande maggioranza dei casi relegata a produrre vinelli acquosi, vegetalozzi, arrotondati da qualche pennellata di zuccheri residui.
La schiava
Per gli abitanti locali la tradizione era infatti bere ettolitri di Schiava sotto forma di una specie di rosato inoffensivo, un po’ acidulo e un po’ dolcino, per accompagnare di tutto: kaminwurzen (salamini affumicati), speck, blutwurst (sanguinaccio), capriolo con mirtilli, eccetera.
Eppure, dietro le sembianze dimesse del brutto anatroccolo, si celavano i lineamenti di un vero e proprio cigno. Bastava concedere alla schiava (vernatsch nella lingua locale) il beneficio di una maggiore cura nelle vigne, di rese meno elevate, di maturazioni più ragionevoli, di vinificazioni un po’ meno sbrigative.
Punto di forza la resistenza nel tempo
La resistenza nel tempo, in particolare, costituisce un punto di forza davvero sorprendente dei rossi nati dal dimesso vitigno: anche decenni trascorsi in buona forma in cantina. Lo testimoniano, per fare un esempio virtuoso, le gustose versioni della Cantina Girlan, alcune delle quali perfettamente bevibili a distanza di vent’anni e oltre. Tanto per autocitarmi, ne ho scritto qui in Vitae online pochi mesi fa.
Upupa Rot di Abraham
Oggi di Vernatsch/Schiava se ne trovano di ben più compiute rispetto al passato. Maggiore maturità di base, un po’ più di consistenza estrattiva, un frutto più aperto e attraente. Il tutto magari offerto entro una maglia alcolica leggera e “traspirante”. Un profilo che il rosso Upupa Rot di Marlies Pohl e Martin Abraham traduce perfettamente: il 2023 si esprime con una grazia, una delicatezza di tocco, una dolcezza di frutto, una freschezza finale encomiabili. Il 5% circa di pinot nero non appare certo il primattore nell’equilibrio complessivo del vino. Bottiglie come questa dimostrano – per me in modo estremamente chiaro – quanto in terra sudtirolese la schiava non abbia nulla da invidiare al pinot nero. Anzi.

La foto di apertura è di Markus Spiskesu Unsplash.