Vitae Online logo Vitae Online
  • Vitae Online logo Vitae Online
  • Home
  • Il Vino
    • Vini d’Italia
    • Vini del Mondo
  • Sostenibilità
    • Environment ESG
    • Social ESG
    • Governance ESG
  • Assaggi
    • Vino
    • Olio
    • Birra
    • Spirits e non solo
    • Acqua
    • Fumo Lento
  • Food
    • Abbinamenti
    • Chef e Ristoranti
    • Cucina di Tradizione
    • Eccellenze
    • Innovazione
    • Materia Prima
  • Territori
    • Enoturismo
    • Paesaggio
    • Lifestyle
    • Viaggio
  • Personaggi e Storie
  • Sommelier e Pro
    • Trend e Mercati
    • Comunicazione e Personal Branding
    • Vita da Sommelier
  • Vino e Cultura
    • Architettura
    • Arte
    • Cinema
    • Storia
    • Società
  • Eventi AIS
  • AIS Italia
Vino
30/09/2026
Di Fabio Rizzari

La migliore uva rossa dell’Alto Adige?

Un tempo nemmeno tanto remoto alle domande: “Qual è il vitigno a bacca rossa più importante dell’Alto Adige? Quello che dà i vini migliori, più rappresentativi del territorio? Quello che fa nascere i rossi più longevi?” molti esperti e la quasi totalità degli appassionati avrebbe risposto senza esitazione: il pinot nero. O tutt’al più, il lagrein.
Pochi avrebbero citato l’umile schiava, varietà nella stragrande maggioranza dei casi relegata a produrre vinelli acquosi, vegetalozzi, arrotondati da qualche pennellata di zuccheri residui.

La schiava

Per gli abitanti locali la tradizione era infatti bere ettolitri di Schiava sotto forma di una specie di rosato inoffensivo, un po’ acidulo e un po’ dolcino, per accompagnare di tutto: kaminwurzen (salamini affumicati), speck, blutwurst (sanguinaccio), capriolo con mirtilli, eccetera.
Eppure, dietro le sembianze dimesse del brutto anatroccolo, si celavano i lineamenti di un vero e proprio cigno. Bastava concedere alla schiava (vernatsch nella lingua locale) il beneficio di una maggiore cura nelle vigne, di rese meno elevate, di maturazioni più ragionevoli, di vinificazioni un po’ meno sbrigative.  

Punto di forza la resistenza nel tempo

La resistenza nel tempo, in particolare, costituisce un punto di forza davvero sorprendente dei rossi nati dal dimesso vitigno: anche decenni trascorsi in buona forma in cantina. Lo testimoniano, per fare un esempio virtuoso, le gustose versioni della Cantina Girlan, alcune delle quali perfettamente bevibili a distanza di vent’anni e oltre. Tanto per autocitarmi, ne ho scritto qui in Vitae online pochi mesi fa.

Upupa Rot di Abraham

Oggi di Vernatsch/Schiava se ne trovano di ben più compiute rispetto al passato. Maggiore maturità di base, un po’ più di consistenza estrattiva, un frutto più aperto e attraente. Il tutto magari offerto entro una maglia alcolica leggera e “traspirante”. Un profilo che il rosso Upupa Rot di Marlies Pohl e Martin Abraham traduce perfettamente: il 2023 si esprime con una grazia, una delicatezza di tocco, una dolcezza di frutto, una freschezza finale encomiabili. Il 5% circa di pinot nero non appare certo il primattore nell’equilibrio complessivo del vino. Bottiglie come questa dimostrano – per me in modo estremamente chiaro – quanto in terra sudtirolese la schiava non abbia nulla da invidiare al pinot nero. Anzi. 

La foto di apertura è di Markus Spiskesu Unsplash.

Fabio Rizzari
Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, a cominciare da Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. È relatore per l’Accademia Treccani.

Vitae Online logo
  • Home
  • Chi siamo
  • Contatti
  • Rinnova la tua quota
  • Associati ad AIS
  • Modifica i tuoi dati
Vitae Online Lights Newsletter
  • Legal
  • Privacy
  • Termini e Condizioni
  • Cookies
©Vitae Online 2026 | Partita IVA 11526700155