Vitae celebra il numero 50 con una White Evening
La sede nazionale AIS è diventata per una sera la redazione della rivista. Gianluca Semprini ha guidato una festa di ricordi e conversazioni con i collaboratori, conclusa con la prima edizione del Premio “Storie di Vitae”, assegnato ad Alessandro Torcoli.

Gli invitati sono arrivati vestiti di bianco, qualcuno con un abito intero, altri con un semplice dettaglio. Nella sede nazionale dell’Associazione Italiana Sommelier, il colore scelto per la White Evening richiamava la pagina ancora da scrivere. Il bianco non era più colore, ma luce. Attorno a quella pagina si sono ritrovate le persone che, dal 2014 a oggi, hanno dato forma a Vitae: chi l’ha immaginata, chi prepara ogni numero e chi vi ha raccontato vini, territori, viaggi e incontri. Il cinquantesimo numero è diventato l’occasione per stare insieme, ricordare come tutto è cominciato e parlare delle storie che verranno. A moderare la serata è stato Gianluca Semprini, giornalista televisivo, che ha chiamato gli ospiti uno dopo l’altro, passando dalle origini della rivista al lavoro quotidiano della redazione. Il tono è rimasto informale: mentre sul palco si parlava, gli invitati potevano continuare a conversare e a bere un calice. Per una sera, la sede AIS ha accolto una redazione allargata a tutti coloro che hanno partecipato alla vita della rivista. Il presidente AIS Sandro Camilli ha ricordato che il primo numero di Vitae fu presentato a Vinitaly nel 2014. Da allora la rivista ha raggiunto cinquanta uscite, circa due milioni di copie, 5.600 pagine, 700 articoli, 7.000 fotografie e 5,8 milioni di battute. Camilli ha ringraziato i professionisti che hanno contribuito al progetto, invitando tuttavia a guardare oltre le cifre: ciò che resta, ha osservato, sono le storie che quelle pagine hanno permesso di conoscere. Il suo ringraziamento è andato a chi le ha cercate, scritte, fotografate e condivise con i lettori.

Dal primo numero alle pagine di oggi
Con Antonello Maietta e Roberto Bellini, Semprini è tornato alla nascita della rivista. Per Maietta la sede AIS è anche un luogo della memoria personale: è cresciuto nel quartiere Feltre e proprio lì, da bambino, ha imparato a scrivere. Ha raccontato con ironia che una sua insegnante di liceo disse alla madre che non sarebbe riuscito “neanche a scrivere una cartolina alla fidanzata”. Anni dopo sarebbe diventato giornalista e avrebbe scritto molte pagine di Vitae in quelle stesse strade. Bellini ha riletto un passaggio del primo editoriale. Vitae nasceva come “uno strumento di lavoro per tutti i nostri soci e per gli appassionati”, aperto al contributo di chi avesse competenza diretta sugli argomenti trattati. L’intenzione, hanno ricordato i fondatori, era dare spazio sia alle firme già esperte sia ai soci AIS che avevano conoscenze ed esperienze da condividere. Per alcuni scrivere un articolo era una novità; la redazione li avrebbe aiutati a trasformare quelle conoscenze in un racconto capace di arrivare ai lettori. Questa apertura ha accompagnato la rivista nei cinquanta numeri successivi. Davide Garofalo ed Emanuele Lavizzari, Direttore Editoriale di Vitae, hanno raccontato come le idee arrivino dai temi individuati dalla redazione, ma anche dai viaggi e dalle proposte dei collaboratori. Ogni anno si cerca un filo che colleghi le uscite, lasciando al singolo numero spazio per approfondimenti propri. Si discute, si sceglie un taglio e si lavora insieme all’autore perché un’esperienza personale possa diventare interessante anche per chi legge. Garofalo si è soffermato anche sull’identità visiva di Vitae. Nelle copertine, ha spiegato, si è scelto spesso di suggerire la presenza delle persone attraverso una mano, un gesto o un particolare. Ha parlato poi del valore della carta, della possibilità di conservare e riprendere in mano una rivista. Il percorso guarda anche al digitale: durante la serata è stata presentata una cartolina che consente di accedere all’archivio dei cinquanta numeri, rendendo consultabili le storie già pubblicate. Sul rapporto tra carta e nuovi strumenti di comunicazione sono intervenuti anche Marco Aldegheri e Camillo Privitera. Aldegheri ha spiegato che i canali digitali possono far conoscere e valorizzare i contenuti della rivista, purché si tenga conto di un lettore attento, in grado di riconoscere la qualità di ciò che gli viene proposto. Privitera ha richiamato l’importanza di continuare a creare occasioni di confronto come questa serata. In un contesto in cui la comunicazione corre veloce, ha osservato, Vitae offre il tempo necessario per entrare nelle questioni che riguardano il vino e i territori. La rivista vive anche di questo scambio: le idee degli autori, il lavoro della redazione e le risposte di chi legge.



I collaboratori e le storie ancora da raccontare
La conversazione ha preso un ritmo diverso quando Semprini ha chiesto ai collaboratori quale potesse essere la prossima storia del vino. Gabriele Gorelli è partito da un lavoro dedicato al Mediterraneo e alle relazioni che il vino ha creato tra popoli e culture. Ha osservato che il settore cambia rapidamente, mentre il linguaggio usato per raccontarlo richiede tempo e riflessione: «Cambiare il racconto, cambiare la narrativa, cambiare linguaggio richiede necessariamente più tempo». Per Gorelli occorre ascoltare ciò che sta accadendo prima di cercare parole nuove. Roberto Cipresso ha parlato dell’assaggio come dell’inizio di un viaggio, legato ai luoghi, alle persone e all’esperienza di chi si avvicina a un vino. Massimo Zanichelli ha spostato lo sguardo oltre le note di degustazione. Profumi e sapori, ha detto, continuano ad affascinarci, ma il vino può aprire conversazioni sulla storia, sulla geografia, sulla geologia e sulle relazioni umane. «Il vino è un passepartout», ha spiegato, invitando a raccontare anche quello che si trova dietro al bicchiere. Ripensando al proprio primo articolo per Vitae, dedicato ai vini passiti italiani, ha aggiunto che un pezzo può nascere da un viaggio, da un assaggio o da un incontro: ciò che conta è restituire al lettore un’esperienza vissuta. Sono emersi poi i ricordi dei primi incarichi. Morello Pecchioli ha raccontato di aver scritto per il numero d’esordio un articolo sulle osterie di Verona, in vista della presentazione della rivista a Vinitaly. Barbara Ronchi della Rocca ha ripercorso con ironia la storia della figura del sommelier, partendo dalle sue origini e dai gesti dell’assaggio. Luigi Caricato, che scrive di olio su Vitae fin dal primo numero, ha ricordato quanto sia ancora difficile farne percepire il valore e quanto resti da raccontare di questo mondo. Altri collaboratori hanno parlato di itinerari, di viaggi trasformati in articoli e di idee nate durante una degustazione. Ne è uscito il ritratto di una rivista costruita attraverso interessi diversi, tenuti insieme dal lavoro della redazione. Anche Federico Bricolo, presidente di Veronafiere, è intervenuto nella conversazione. La presentazione del primo numero a Vinitaly offriva un legame naturale con la festa, ma Bricolo ha voluto richiamare soprattutto il ruolo di chi comunica il vino. A Vinitaly, ha ricordato, arrivano giornalisti da molti Paesi: accanto agli incontri tra aziende e operatori, i loro articoli e servizi portano le storie del vino italiano a un pubblico molto più ampio. Ha parlato inoltre delle attività di formazione promosse all’estero, che aiutano chi lavora nei mercati internazionali a conoscere meglio vini e territori italiani.






Il primo Premio “Storie di Vitae”
La festa si è conclusa con la consegna della prima edizione del Premio “Storie di Vitae”, nato per riconoscere il lavoro di chi contribuisce al racconto enogastronomico attraverso il giornalismo, la scrittura, la fotografia e la divulgazione. La motivazione si apre con queste parole: «Ci sono uomini che non raccontano il vino, ma insegnano a lasciarne traccia». Prosegue riconoscendo al premiato la capacità di dare voce al tempo e alla storia, di collegare chi osserva a chi crea e di fare della curiosità una forma di memoria. Il Premio “Storie di Vitae” 2026 è stato assegnato ad Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del bere. Torcoli ha accolto il riconoscimento con emozione e ha ricordato il proprio legame con AIS, nato quando muoveva i primi passi nel mondo del vino. Ha parlato con affetto anche del rapporto tra le due riviste: percorsi editoriali distinti, che negli anni si sono incontrati attraverso eventi, lettori e persone. Guardando al futuro, ha indicato una strada semplice solo in apparenza: raccontare il vino con chiarezza anche a chi è curioso, ma non lo conosce ancora, perché da quella curiosità può avere inizio un rapporto più profondo. La White Evening ha lasciato spazio ai ricordi dei fondatori e alle voci di chi oggi continua a costruire Vitae, numero dopo numero. Sul palco si è parlato del passato, ma soprattutto di ciò che ancora merita di essere osservato, approfondito e raccontato. È proprio questo il significato più autentico di un cinquantesimo numero: non soltanto celebrare il percorso compiuto, ma riconoscere che una rivista rimane viva finché conserva la curiosità di cercare nuove storie e la capacità di trovare le parole giuste per restituirle ai lettori. La serata si è conclusa, le conversazioni no. Probabilmente da qualcuna di quelle conversazioni, da un incontro o da un’intuizione nata davanti a un calice, prenderà forma e nuovo colore la pagina bianca: la prossima storia di Vitae.




