Luogo, tempo e annata. Le tre direttrici del sangiovese secondo Avignonesi
Sono ormai passati svariati lustri da quel 2008, data spartiacque per Avignonesi, quando di fatto iniziò la seconda vita non solo di una delle aziende di riferimento del comprensorio di Montepulciano, quanto di tutta la Toscana del vino e dell’intero panorama vitivinicolo italiano.
Da allora, da quando il timone dell’azienda è passato dalla famiglia Falvo a Virginie Saverys (il passaggio integrale avviene nel 2009) – e poi ai figli Eline e Basile Aloy –, Avignonesi non è solo entrata a far parte di un universo composito, ovvero quella di Victrix NV, la holding di famiglia, che opera con importanti investimenti anche nello shipping (EBE) e nella filantropia (Naiad Foundation), ma anche e soprattutto in un processo di trasformazione strutturale, che continua tuttora, che ha cambiato completamente pelle a questa storica realtà.
La presentazione del progetto 300% Sangiovese, che si concretizza con una confezione limited edition al cui interno sono presenti tre vini che sintetizzano una meticolosa ricerca sul sangiovese a Montepulciano iniziata più di 15 anni fa, è stata in realtà l’occasione anche per fare il punto dell’evoluzione di una realtà che va oltre la sola produzione vinicola, ovviamente centrale.
Un’azienda agricola a tutto tondo
L’impegno nei confronti della biodiversità e della sostenibilità come nuovo atto fondativo, e quindi con ripercussioni concrete anche sul tessuto sociale ed economico del territorio nel quale opera Avignonesi, è certamente centrale, come dimostrano la certificazione B Corp e il passaggio a Società Benefit. «Non facciamo solo uva: siamo un’azienda agricola» sostiene con forza Matteo Giustiniani, Ceo dell’azienda e con un lungo percorso alle spalle tutto all’interno di Avignonesi a partire dal 2011, pochi anni dopo il cambio di proprietà.
Avignonesi impiega circa 110 persone, delle quali approssimativamente 70 nella componente agricola. «La scelta aziendale è quella di limitare il più possibile il ricorso a cooperative esterne, salvo i momenti di maggiore necessità, e costruire occupazione stabile. Da qui deriva anche l’attenzione alla continuità del lavoro nei mesi invernali». Ecco perché la cura degli ulivi e la reintroduzione dello zafferano, storicamente presente nel territorio di Montepulciano, coltura che risponde a una doppia esigenza: diversificare l’attività agricola e creare lavoro nella fase successiva alla raccolta delle olive.

Far parte di una comunità e di un territorio
Il rapporto fra azienda, territorio e comunità, secondo Giustiniani, è centrale per capire l’approccio complessivo di Avignonesi, all’interno del quale poi inserire anche la dimensione agronomica nei suoi aspetti più tecnici. «Vogliamo contrastare non solo la desertificazione dei suoli, ma anche quella delle comunità rurali», quindi lo spopolamento, la perdita di competenze agricole e il ricorso a manodopera non stabile o non radicata nel territorio. «Se vuoi parlare di terroir, non puoi parlare solo di suolo e clima: devi parlare anche delle persone».
È all’interno di questo contesto complessivo che va considerato il passaggio al biologico e biodinamico certificato, quest’ultimo datato 2010, di tutti i 175 ettari dell’azienda. Numeri importanti che più di mille parole mostrano concretamente come sia possibile coniugare una filosofia non convenzionale a una realtà non certo di piccole dimensioni: Avignonesi produce più di 500 mila bottiglie l’anno, esportate in 37 paesi, con un fatturato di 12 milioni di euro (2024).

Poggetto di Sopra: lo studio e la centralità del luogo
Lo studio e la centralità del sangiovese, dopo l’arrivo di Virginie Saverys, hanno rappresentato una cifra stilistica importante del nuovo corso di Avignonesi e, probabilmente, la nascita del progetto Poggetto di Sopra, che ha dato origine a uno dei tre vini protagonisti del progetto 300% Sangiovese, ne è la esemplificazione più evidente.
«Pur avendo solo il sangiovese come vitigno, facciamo fino a settanta vinificazioni separate per vendemmia» afferma ancora Giustiniani, ed è proprio da questa ricerca che nacque l’idea di tenere separata una delle particelle più significative della proprietà. Il Vino Nobile di Montepulciano Poggetto di Sopra nasce con la vendemmia 2015, in quella che oggi è la Pieve di Sant’Ilario. Secondo Alessio Gorini, enologo dell’azienda, si tratta di un progetto ancora molto giovane e in fieri, ma coerente della filosofia aziendale. «Poggetto di Sopra non deve essere per forza il vino più buono di Avignonesi: deve essere quello più identitario».
Il vigneto si estende per circa 19 ettari e comprende Caprile, la vigna più vecchia di Avignonesi, impiantata nel 1978, oltre a reimpianti successivi effettuati sotto la proprietà Saverys, togliendo varietà internazionali come il merlot, e concentrandosi esclusivamente sul sangiovese. I suoli sono prevalentemente argillo-calcarei, con argille limose e alcuni punti di argille celesti quasi affioranti, dove la vite incontra maggiore difficoltà di sviluppo. «Ogni anno, dal vigneto vengono ricavati circa 12-15 lotti di sangiovese. Il vino è assemblato selezionando le partite più capaci di restituire una lettura riconoscibile del Nobile» continua Gorini.
Nel bicchiere, nonostante due annate molto diverse a confronto come la 2016 – per Gorini forse la migliore tra quelle vissute in azienda – e la 2022 – molto calda e anticipata rispetto alla normalità –, emergono tratti comuni molto evidenti: delicate note floreali, una componente balsamica molto fresca, sfumature di scorza di arancia sempre molto caratterizzanti. Certo, lo stile produttivo, nel frattempo cambiato, oltre alle peculiarità delle annate, si sentono: la tessitura tannica della 2016 è meno coinvolgente della 2022, invece più classica e dinamica al palato, figlia di un differente uso dei legni, ancora in prevalenza più piccoli (barrique) nel millesimo più vecchio. Oggi il riferimento è la botte grande, pur senza escludere del tutto il legno piccolo in casi specifici. Parallelamente, l’azienda impiega percentuali limitate di grappolo intero — nel Poggetto di Sopra generalmente al di sotto del 10% — per dare fragranza e vivacità e al vino.

Late Release: il tempo come fotografia e opportunità
Dal 2012 Avignonesi accantona circa il 10% della produzione dei vini con maggiore potenziale di evoluzione, conservandola a temperatura controllata in azienda. Dopo anni, rimette in commercio la stessa bottiglia con un’etichetta differente, figlia di un progetto artistico specifico, come nel caso dell’annata in commercio ora, la 2016, realizzata da Atelier Bingo, con la collaborazione della storica tipografia milanese Bonvini 1909.
L’idea di conservare millesimi ritenuti di grande longevità e di rimetterli in commercio dopo un certo lasso di tempo è una pratica ormai diffusa in molte aziende, anche con un certo successo commerciale e di critica. In questo caso, però, è bene sottolineare come il vino protagonista dell’operazione non sia uno specifico cru, una selezione o una speciale riserva, quanto il vino che solitamente (in modo forse dispregiativo) viene definito “base”, ovvero il Vino Nobile di Montepulciano più prodotto da Avignonesi, in circa 250 mila bottiglie all’anno, figlio dell’assemblaggio di diverse parcelle aziendali.
Se Gorini rivendica il ruolo di questo vino – «quello che più ci rappresenta» –, Giustiniani sottolinea invece la volontà di farsi carico della custodia, la migliore possibile, di un vino, per far capire, soprattutto alle generazioni più giovani e a coloro che non hanno la possibilità di avere a casa una cantina ideale per la conservazione, il potenziale evolutivo del Nobile di Montepulciano.
Il millesimo oggi in commercio, il 2016, fotografa in effetti molto bene molti dei tratti essenziali del Nobile: un frutto molto espressivo, ma mai urlato e debordante nella sua maturità, tocchi mediterranei e di erbe aromatiche, un sorso particolarmente sapido e un tannino sempre di ottima forza e presenza, ma che si integra con compiutezza nel sorso al passare degli anni. Nel confronto con il millesimo 2013, più austero e terroso, emerge una differenza netta della componente olfattiva, che ben certifica quella ricerca di aderenza alle caratteristiche del millesimo, fondamentale per Avignonesi.

Grandi Annate, la libertà di esaltare il singolo millesimo
Grandi Annate è forse stato il vino più difficile preso in eredità dalla vecchia proprietà secondo Giustiniani e Gorini. Nell’epoca dei Falvo, infatti, il vino era certamente noto per uno stile fortemente riconoscibile, intenso e molto segnato da precise note aromatiche al naso e una struttura importante al palato. «A un certo punto abbiamo deciso di chiuderci in una stanza e capire se si poteva davvero parlare di Grandi Annate oppure no» ammette Giustiniani. Da allora è iniziata una nuova gestione che ha attraversato una fase di ricerca, nel tentativo di capire quando fosse realmente opportuno produrre questo vino e quale stile dovesse avere, coerente con la nuova filosofia di Avignonesi.
È un IGT, anche se potrebbe tranquillamente entrare nella denominazione nella versione Riserva. «È stato pensato con una libertà interpretativa maggiore rispetto al disciplinare del Nobile. La scelta consente, in linea di principio, di adattare le pratiche enologiche all’annata, incluso il possibile mancato ricorso al legno». Nessuno specifico vigneto, ma una selezione dei migliori lotti, scelti con l’obiettivo che possano integrarsi al meglio tra loro. E, naturalmente, una scelta ponderata dei millesimi da imbottigliare. Oggi in commercio c’è il 2021: il 2025 è in valutazione, mentre non sono previsti Grandi Annate nelle annate 2022, 2023 e 2024.

Il confronto nel bicchiere con un 2016 e un vecchio 1997, allora in commercio all’interno della denominazione, ha messo in evidenza chiaramente l’attuale scelta stilistica. Il millesimo 2021 è stato affinato esclusivamente in botte grande, mentre una quota della fermentazione è avvenuta in legno piccolo. Il grappolo intero in fermentazione è presente in misura superiore rispetto al Poggetto di Sopra, ma sempre come uno strumento per donare più complessità e non come elemento stilistico dominante.
È senza ombra di dubbio un grande vino: la componente fruttata è dolce ed elegante, evidente quella legata alle erbe aromatiche così come quella speziata, sempre ben dosata. Al palato la tessitura tannica è sottile e dinamica. Di grande soddisfazione è in questo momento anche il millesimo 2016, che in effetti si conferma un’annata “grande”, e come tale meritevole di finire in questa speciale selezione: più scuro, già nel colore, così come nella definizione del frutto, ma con tocchi floreali evidenti. Fresco, con una componente sapida molto evidente al palato, ha davvero un grande allungo. È, invece, in una fase evolutiva avanzata, con note di sottobosco, il millesimo 1997: non è stanco, ma il passare degli anni si sente, con cenni vegetali che emergono con l’ossigenazione e un tannino meno risolto, quasi immobile, figlio di quei tempi, oltre che dell’annata calda, e di una filosofia produttiva cambiata qui, come d’altronde in tanti altri lidi.
