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Personaggi e Storie
14/09/2026
Di Alfonso Mollo

Alessandro Masnaghetti: mappare il vino per comprenderlo davvero

Il cartografo del vino: raccontare il territorio per comprenderlo davvero

C’è un momento, nel racconto del vino, in cui le parole non bastano più. In cui servono coordinate, altitudini, punti di riferimento. Serve, in altre parole, una mappa. È in quello spazio che si muove Alessandro Masnaghetti, figura ormai centrale nella narrazione contemporanea del vino italiano, e non solo. Ingegnere di formazione, degustatore per oltre venticinque anni, collaboratore storico di Luigi Veronelli, Masnaghetti è oggi riconosciuto come uno dei massimi interpreti della geografia vitivinicola, capace di tradurre territori complessi in strumenti leggibili, concreti, vivi.
Ma dietro le sue mappe non c’è solo tecnica. C’è tempo, esperienza, memoria. E soprattutto una visione: quella di un vino che non può essere compreso senza il luogo da cui nasce.

Da dove nasce la tua passione per le mappe? C’è un legame con la tua formazione da ingegnere?
«Non credo ci sia un filo diretto, anche perché tra il lavoro di ingegnere e le mappe ci sono stati venticinque anni di degustazioni, incontri, viaggi. È lì che ho costruito davvero il bagaglio necessario per raccontare un territorio. Senza quel lavoro sul campo, non riusciresti mai a fare da ponte tra chi il vino lo produce e chi lo deve capire».

Quindi il lavoro sulla degustazione è stato un passaggio fondamentale?
«Assolutamente sì. Non basta conoscere un singolo aspetto, come il suolo o il clima. Devi avere una visione d’insieme. La multidisciplinarietà è tutto, perché solo così puoi filtrare le informazioni e restituirle in modo comprensibile alle altre persone».

Hai lavorato molti anni con Luigi Veronelli. Che peso ha avuto nella tua carriera?
«La passione per le mappe ce l’ho da sempre, fin da bambino. Ma è vero che crescere sui testi di Veronelli ha avuto una grande influenza, e ha lasciato il segno. Il suo modo di parlare di cru, di vigneti, di luoghi… quello ti entra dentro».

Perché la prima mappa che avevi scelto era quella sul Barbaresco?
«Per una serie di coincidenze professionali. Quando iniziai a lavorare con Veronelli, mi trovai a occuparmi proprio di Barbaresco. Era il territorio che conoscevo meglio, ed è stato naturale partire da lì».

Mappare il vino

Com’è nata, invece, l’idea di mappare il vino?
«Forse la risposta ti deluderà, ma in realtà non è nata da un progetto preciso. Non ho mai fatto nulla pensando al mercato o al successo. Anzi, le rare volte che ho provato a farlo, sono stati dei fiaschi.
Avevo voglia di farlo, semplicemente. E poi sentivo il bisogno di mettere ordine nella testa. Puoi raccogliere migliaia di informazioni, scrivere libri, certo, ma niente diventa efficace come una mappa».

Quanto conta il rigore scientifico nel tuo lavoro?
«Conta tutto. Il dato e l’ordine vengono prima di qualsiasi interpretazione, e credo che questa sia l’unica vera eredità dei miei studi ingegneristici. Mentre, spesso, nel mondo del vino si fa il contrario: si parte dalle idee e poi si cercano conferme. Io cerco di fare l’opposto».

A chi serve davvero una mappa del vino?
«Ai produttori, prima di tutto. Anche se spesso sono pochi quelli che la comprendono fino in fondo. Ma è utile anche agli appassionati: è come i bignami che si usavano a scuola, uno strumento per studiare e orientarsi».

La comunicazione del vino: chiara e semplice

Secondo te, la comunicazione del vino oggi è troppo complessa?
«Dipende da chi hai davanti, perché il rischio è sempre quello di essere o troppo banali o troppo tecnici. Io cerco la chiarezza e, soprattutto, la semplicità. Quando qualcuno non capisce lo trovo estremamente frustrante, perché significa che ho sbagliato io».

Come si può rendere “emozionale” un concetto tecnico come il paesaggio?
«Facendo vedere le cose. Le immagini aiutano molto, certo, e in questo l’utilizzo dei droni oggi è diventato importante.
Ma bisogna anche insegnare a leggerle, altrimenti restano solo belle fotografie. Raccontare un territorio richiede tempo, attenzione, dedizione.
E solo nel momento in cui fai capire che sul territorio ci sei stato, e l’hai vissuto, che acquisti credito verso i produttori e verso i lettori.
È facile parlare di Vigna Rionda, o Cannubi, a Barolo, ma quando tratti di altri territori non così famosi? ».

Le mappe nascono su tua iniziativa o su richiesta dei territori?
«Entrambe le cose. Alcune le realizzo in autonomia, altre su richiesta. Ma a una condizione: non lavoro mai sotto dettatura, anche perché non sono proprio la persona adatta a farsi imporre le cose. Il valore di una mappa sta proprio nell’essere uno sguardo esterno, indipendente, di una persona al di fuori di certe logiche del territorio.
Certo poi che le mappe bisogna usarle. Se le tieni sotto il sedile della macchina e nessuno sa che esistono, difficile poi che te le vengano a chiedere ».

Quanto è importante “vivere” il territorio?
«È fondamentale. Devi andarci, percorrerlo e osservarlo, perché solo così hai credibilità. Le mappe da sole non bastano: conta ciò che c’è dietro, il racconto».

Quanto tempo serve per realizzare una mappa?
«Meno di quanto si pensi, ma con grande intensità. Sono lavori che non puoi trascinare troppo a lungo, perché se inizi, ti fermi, e poi riparti di nuovo, diventa un pasticcio. Devi immergerti e portarli a termine».

Qual è il territorio che ti ha messo più in difficoltà? E ce n’è ancora uno che sogni di mappare?
«Su quello più difficile non so risponderti realmente, forse perché, in generale, quando incontro una difficoltà la trasformo subito in uno stimolo per raggiungere l’obiettivo.
Sui territori ancora da fare ti direi che in Italia mi attira molto l’Alto Adige. Forse, però, il sogno sarebbe riprendere il lavoro iniziato anni fa a Bordeaux, ma è molto complicato perché dovrei trasferirmi lì e riprendere tutti i contatti. È un lavoro totalizzante».

A un certo punto esce un articolo di Wine Spectator, e da quel momento diventi “Mapman”. È un’etichetta che ti ha reso fiero?
«Mi ha fatto sorridere più che altro, perché non ho mai dato troppo peso ai riconoscimenti. Non per snobismo, semplicemente per carattere. E dire che avrei dovuto esultare come per una vincita al SuperEnalotto. Quanti italiani hanno avuto 4/5 pagine su Wine Spectator? Angelo Gaja, Antinori, e pochi altri. Però, detto questo, sì, ha sicuramente avuto un impatto positivo per me, soprattutto in quel periodo in cui mi occupavo principalmente di Barolo e Barbaresco».

Degustazione e comunicazione

Oggi ti senti più degustatore o comunicatore?
«A lungo andare credo, e spero, come comunicatore. La vita è un percorso in evoluzione: cambi, ti trasformi, e cerchi di fare sempre meglio quello che fai. Ho iniziato come degustatore, ma ora faccio altro, e spero di farlo meglio.
Certo (Alessandro sorride, NdA), quando assaggio i vini, qualche cartuccia da sparare ce l’ho ancora».

Le statistiche dicono che le nuove generazioni bevono meno vino. Ma è davvero un problema nuovo?
«Guarda, è da quando sono in questo mondo che ne sento parlare. Fin dagli anni Ottanta.
Ora siamo nel 2026 e i temi sono sempre gli stessi: calo dei consumi, linguaggio da rinnovare.
Il problema è che il mondo del vino tende a dimenticare il passato e a ripetere sempre gli stessi discorsi. Ogni generazione pensa di inventare qualcosa di nuovo, ma spesso si limita a riproporre idee già viste. La vera sfida è avere memoria, perché la storia è ciclica».

La precisione che regala emozione

Nel racconto di Masnaghetti non c’è retorica. C’è piuttosto una forma di onestà intellettuale rara, quasi ruvida, che rifugge le semplificazioni e le narrazioni facili. Le sue mappe non sono strumenti decorativi, ma chiavi di lettura. Non spiegano soltanto dove si trova un vigneto: raccontano perché esiste proprio lì.
E forse è questo il punto. In un mondo del vino spesso affollato di parole, Masnaghetti sceglie la precisione. E attraverso quella precisione, paradossalmente, riesce a restituire emozione. Perché capire un territorio, davvero, è il primo passo per amarlo.

Alfonso Mollo
Alfonso Mollo

Torinese, laureato in Economia e con un Master in Information Technology, dopo oltre 10 anni in Consulenza IT ho deciso di fare un passo importante nella mia vita, e dedicarmi alla mia passione: il vino. Diplomato AIS presso la delegazione di Torino, ho conseguito il Master Alma-AIS nella Scuola enogastronomica fondata da Gualtiero Marchesi. Appassionato di libri e comunicazione, il mio progetto futuro è di lavorare a tempo pieno nello storytelling del vino, raccontando soprattutto le persone e le storie che sono dietro le bottiglie che abbiamo la fortuna di degustare ogni giorno. Una curiosità? Ho un B&B a Torino che si chiama “Turin In Wine”. Come si suol dire, nomen omen.

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