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Arte
27/02/2026
Di Chiara Russo

Ceramiche e Marsala: il lusso quotidiano della “Sicilia Florio”

Un’esperienza narrativa che intreccia la memoria del gusto con l’arte ceramica, esplorando la Sicilia tra inizio Novecento e anni Quaranta. Al centro, la tavola come specchio della società e degli stili di vita dell’epoca: un luogo dove l’eleganza degli oggetti dialoga con la cucina del tempo

La lavorazione della ceramica – arte antica e mestiere di mani sapienti – ha da sempre accompagnato la cultura del cibo, trasformando contenitori quotidiani in veri e propri veicoli di identità. Il piatto, primo spazio dell’incontro umano attorno al pasto, diventa metafora della convivialità: un gesto semplice che racchiude ascolto, relazione e tradizione.
Ben prima dell’avvento del design industriale, ogni oggetto da tavola – dalla zuppiera al piatto fondo – possedeva una funzione pratica, ma anche un valore simbolico. Le porcellane, in particolare, non erano solo strumenti per servire il cibo: diventavano segni di distinzione, emblemi di status sociale e manifestazioni artistiche. La tavola allestita con eleganza era specchio del prestigio di una casa, ma anche espressione del gusto e dell’apertura culturale di chi la abitava. In questo senso, il decoro – floreale, geometrico, araldico – parlava tanto quanto il menù servito.
Le porcellane, con la loro superficie liscia e luminosa, erano apprezzate per la loro capacità di elevare il momento del pasto a un’esperienza estetica e sensoriale completa. La trasparenza, la finezza e la lucentezza del materiale ne facevano oggetti preziosi, capaci di conservare meglio il calore del cibo e di esaltare colori e forme.
La famiglia Florio, vera dinastia dell’imprenditoria mediterranea, comprese a fondo questo valore. Fu tra le prime a intendere la tavola non solo come spazio funzionale, ma come luogo simbolico dove estetica, ospitalità e modernità si intrecciano. Accanto alle loro storiche attività – dal commercio del Marsala alla pesca del tonno, dall’industria dello zolfo alla navigazione – avviarono anche la Manifattura Ceramica Florio nel 1884, a Palermo. La ceramica prodotta portava in sé una doppia anima: popolare e raffinata, destinata tanto all’uso quotidiano quanto alla rappresentazione del gusto borghese emergente.

Questa duplice vocazione è stata al centro della mostra “A Tavola con i Florio. Collezioni ceramiche 1900–1940”, allestita presso il MF Museum & Fashion di Catania curata dalla stilista Marella Ferrera insieme agli studiosi e collezionisti Vincenzo Profetto e Antonino Lo Cascio. L’esposizione ha riportato in luce un ricco repertorio di oggetti decorativi e d’uso che raccontano la storia di una Sicilia in trasformazione.

Manifattura Ceramica Florio

La ceramica Florio, caratterizzata da decorazioni ispirate al liberty, all’estetismo inglese e allo stile futurista, nasce con uno scopo preciso: dotare la Navigazione Generale Italiana, fondata dai Florio con Rubattino nel 1881, di servizi da tavola di alta qualità per le sue navi. Le porcellane opache riservate alla prima classe, ornate da eleganti filettature blu dipinte a mano e dallo stemma della compagnia, riflettono il prestigio e la raffinatezza dei viaggiatori dell’élite internazionale.

A questa prima produzione si affiancano poi i servizi per l’uso domestico, che portavano nelle case borghesi siciliane l’eco della modernità e del gusto europeo. La ceramica smette così di essere solo contenitore e si fa espressione culturale, narratrice silenziosa di tempi e trasformazioni, testimone della stratificazione storica e gastronomica di una regione. In questi oggetti convivono il progresso tecnico della Belle Époque, l’arte applicata, e la ricerca di bellezza che accompagna il gesto quotidiano del mangiare.

Oltre alla loro funzione estetica e sociale, le porcellane erano anche un importante strumento di comunicazione gastronomica. I decori spesso richiamavano ingredienti, piante aromatiche o scene di raccolta, suggerendo un legame diretto con la natura e la stagionalità dei prodotti.

Le prime stoviglie e la collaborazione con Richard-Ginori

Di grande pregio le prime stoviglie realizzate per i servizi di bordo di prima classe della NGI, la “Navigazione Generale Italiana – Società riunite Florio e Rubatto”, create in porcellana opaca utilizzate durante i pranzi più importanti. Una linea realizzata in collaborazione con la prestigiosa Richard-Ginori, l’eccellenza italiana nella porcellana artistica, caratterizzata da una doppia linea di bordo dipinta a mano in blu navy e l’apposizione dello stemma della compagnia.

Storica manifattura italiana fondata nel 1735 a Doccia, vicino a Firenze, che da quasi tre secoli rappresenta un punto di riferimento nell’arte della porcellana. Nel corso della sua storia, Richard-Ginori ha prodotto non solo oggetti d’uso quotidiano, ma veri capolavori di arte decorativa, spesso destinati alle corti reali e alle famiglie aristocratiche europee. Nel 1940 acquisì la Manifattura Ceramica Florio di Palermo, rafforzando così la propria presenza nel sud Italia e unendo tradizioni produttive diverse.
Oggi, dopo varie trasformazioni e passaggi societari, Richard-Ginori (dal 2020 rinominata Ginori 1735) continua a essere un’eccellenza del made in Italy, portavoce di un linguaggio estetico ispirato al neoclassicismo, con forme pulite, eleganti e decori ispirati alla mitologia e all’arte antica.

La fusione culturale e l’arte della tavola

E la cucina? Durante il periodo borbonico tra XVIII e XIX secolo era fortemente influenzata dalla tradizione gastronomica francese. Riuscì a forgiare la propria identità definitiva solo intorno agli anni Sessanta del Novecento, quando l’Italia uscita dalle difficoltà del dopoguerra riscoprì il gusto e il piacere di un’alimentazione ricca e curata.

Un esempio della chiara influenza francese è il consommé, spesso servito in ampie tazze, apriva il pranzo ed è tra i simboli più evidenti dell’influsso francese sulla cucina italiana. Piatto semplice e trasversale, diffuso tra tutte le classi sociali, compare nelle prime testimonianze scritte italiane nel Trattato di cucina (1854) di Giovanni Vialardi, cuoco della corte sabauda. L’autore evidenzia il ruolo centrale del potage, termine generico per le minestre, che include le minestre chiare: brodi concentrati di manzo o pollo, resi limpidi con l’albume.
Fino ad arrivare alla tanto amata pasta al pomodoro con burro, un classico che rifletteva il cambiamento culturale e alimentare del Novecento, influenzato anche dalla migrazione interna. Tra i secondi si trovavano tagli pregiati come l’entrecôte alla griglia, spezzatini di pollo con funghi e pollo alla cacciatora. L’insalata era un elemento imprescindibile, preparata con ortaggi freschi dell’orto e arricchita da ingredienti locali come patate, olive, cipolle e pomodori, in una versione nota come “insalata vastasa”.
Il pasto si chiudeva con dolci tipici preparati nei conventi, ricchi di tradizione e mistero. Tra questi spiccano “Le minni di virgini” (dolcetti con pasta frolla e crema di latte), la cassata siciliana, e il biancomangiare, passato da versione salata a dessert a base di mandorle. Gelati, frutta fresca e formaggi completavano il banchetto, spesso accompagnati da stoviglie appositamente decorate, anche se del tovagliato si sa ben poco.
Il ruolo dei “Monsù” – cuochi capocuochi che interpretavano le ricette francesi per la nobiltà siciliana – fu cruciale nel creare un ponte tra tradizione locale e innovazione culinaria. Da qui nacquero piatti ricchi e complessi come il falsomagro, un arrosto ripieno di uova e formaggio, e altri come il timballo e la caponata agrodolce.

Questa evoluzione si riflette anche nelle ceramiche Florio, decorate con motivi floreali e naturali, testimonianza della perfetta sintesi tra arte e gastronomia. La tavola diventava così un luogo di espressione estetica oltre che culinaria.

Il Marsala e la ceramica: un connubio di gusto ed eleganza

L’era Florio vide importanti progressi, come l’inizio della conservazione del tonno in scatola, grazie alla tonnara di Favignana, che portò piatti a base di tonno sulle tavole più esclusive. E il Marsala? Il celebre vino liquoroso siciliano trovò il suo calice ideale, spesso in bicchieri a tulipano dalla linea elegante.
Il Marsala, oltre a essere un’eccellenza enologica siciliana, è stato anche un protagonista silenzioso ma centrale della tavola borghese e aristocratica tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. La sua presenza sulle tavole imbandite si rifletteva non solo nel calice, ma anche nei contenitori e nei rituali legati alla sua degustazione, elementi che trovano espressione concreta nella produzione ceramica del tempo.

Infatti,le porcellane e le ceramiche, in particolare quelle della Manifattura Florio, erano studiate anche in funzione dei vini da servire. Il Marsala, con le sue diverse tonalità (oro, ambra, rubino), richiedeva bicchieri adatti ad esaltarne il colore e l’aroma: calici panciuti o a tulipano, spesso accompagnati da piattini da sottobicchiere in ceramica smaltata o terraglia fine, decorati con motivi floreali o marittimi che richiamavano l’identità siciliana.
Le stoviglie dedicate ai dessert e alla frutta – momenti in cui il Marsala era più frequentemente servito – erano coerenti con il gusto della tavola, dove ogni oggetto partecipava all’esperienza conviviale.
Il Marsala però non era solo un vino: era uno status symbol, e come tale aveva bisogno di un contesto visivo e tattile che ne amplificasse il valore. Ecco perché in alcuni casi veniva servito in servizi da liquore o da tè pensati con cura, spesso personalizzati con scritte, monogrammi o dediche in corsivo smaltato, secondo una moda molto diffusa tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Anche le bottiglie da servizio venivano talvolta posizionate su vassoi in ceramica decorata, creando piccole “isole di gusto” sulla tavola, in armonia con il resto dell’apparecchiatura. Alcuni servizi prevedevano anche piccole ciotole o coppette per accompagnare il Marsala con frutta secca, canditi o dolcetti conventuali.
Ecco cheattraverso il Marsala e la ceramica, la tavola diventava spazio simbolico di relazioni e rappresentazioni: il vino raccontava il prestigio di chi lo offriva, la ceramica ne custodiva e mostrava il valore. La bellezza delle forme e la finezza dei decori non erano solo scelte estetiche, ma segni tangibili di uno stile di vita, dove arte, commercio e convivialità si fondevano.

Chiara Russo
Chiara Russo

Dopo la laurea in economia del turismo, il diploma da Sommelier AIS e la certificazione WSET L2 Wine Award inizia a scrivere di vino e di cibo raccontando storie di produttori e chef che con il loro lavoro trasmettono valori, passione e innovazione. Insegna comunicazione turistica enogastronomica e si occupa di eventi nel settore del food&wine. Vive tra un calice di vino in mano e la passione per il cibo in tutte le sue declinazioni.

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