Classese, il domani è scritto
Il Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese cambia pelle per definire la propria identità e avviare strategie di governance e posizionamento più incisive, sia in Italia che all’estero. La transizione è praticamente compiuta: a maggio esordirà il nuovo disciplinare, con parametri qualitativi più rigorosi, limiti severi sulla resa e sulle modalità produttive.
Facciamo il punto della situazione insieme a Riccardo Binda, Direttore del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese.

Qualità al centro: da potenziale a criterio operativo
In campo non c’è solo una questione di rebranding ma un profondo rinnovamento dell’etica e della visione imprenditoriale che mira a proiettare l’Oltrepò Pavese verso la visibilità che merita.
Il marchio Classese rappresenta la cornice normativa del progetto di rilancio territoriale che mette la qualità al centro della visione, come driver dalla vigna al bicchiere.
La stessa nomina di Riccardo Binda – che torna in terra natia dopo un decennio al timone del Consorzio di tutela Bolgheri e Bolgheri Sassicaia – riflette l’ambizione di dare nuova veste alla patria delle bollicine più antica d’Italia (ne abbiamo precedentemente parlato qui).
Quali sono i principi fondanti che trasformano la qualità da obiettivo a strategia operativa ce lo spiega lo stesso Binda:
“Al centro del progetto c’è il valore della terra, che è la misura più efficace per valutare un territorio. L’Oltrepò Pavese ha sofferto cronicamente di un impoverimento valoriale, arrivando a stime di valutazione per ettaro vitato tra le più basse d’Italia, benché fosse zona storica, area collinare e cuore di una DOCG. Il progetto del Classese, ovvero del rilancio della DOCG dell’Oltrepò Pavese Metodo Classico, nasce da questo assunto.
Per ridare valore alla vigna bisogna ridare valore al percepito del territorio. Per questo il fulcro del progetto è rappresentato dal nuovo disciplinare che traccia rigorose linee produttive del nostro Metodo Classico”.
In che modo verrà coordinata la filiera per assicurare coerenza tra vigna, cantina e mercato?
“L’Oltrepò Pavese è un territorio complesso che vede tanti tipi di attori principali: viticoltori, intermediari, vinificatori, imbottigliatori e aziende che coprono tutte le fasi” ci illustra Riccardo“trovare un equilibrio di territorio è difficile, soprattutto in un momento complesso come questo.
Lavorare sulla DOCG del Metodo Classico, però, è molto più semplice che sulle altre tipologie proprio perché la compagine associativa è meno frastagliata, essendo soprattutto riferita ad aziende di filiera. Questo significa che il rapporto tra valore finale del prodotto imbottigliato e, a ritroso, uva di partenza risulta più lineare e diretto. In futuro bisognerà intervenire anche sulle altre tipologie, è chiaro, ma si va avanti un passo alla volta”.

L’approccio Classese
Per comprendere l’Oltrepò Pavese occorre conoscerne la storia.
Nel passato remoto è mancata la cultura monastica, fondamentale per lo sviluppo degli areali iconici del vino. Nel tempo è diventato egemone il modello cooperativistico, con tutti i contro del caso. Ha dominato, negli anni, la produzione di massa – funzionale alla sopravvivenza dei viticoltori – favorita dalla vicinanza di un mercato imponente: Milano. Quando il modello è andato in crisi si è progressivamente delineata una nuova visione d’insieme, a favore della riscossa. È la fase del Classese.
Quale management diventa cruciale per sostenere questo nuovo corso dove il valore differenziante diventa, finalmente, l’eccellenza?
“Il grosso delle aziende dell’Oltrepò Pavese sono realtà a conduzione famigliare” afferma Binda. “I manager sono pochi, ma la criticità non è la loro assenza, bensì la difficoltà a fare gioco di squadra. Nel caso del progetto Classese il consenso è stato fortissimo, come mai prima in nessun progetto legato a questa terra. È solo con l’unità di intenti e il dialogo che si può progredire. Ben vengano poi i manager, ma prima serve la coesione”.

Il rigore del disciplinare
Il nuovo disciplinare, oggi più di ieri, è grammatica finemente calibrata: rese contenute, centralità assoluta del pinot nero, finestre temporali di raccolta, pratiche enologiche capaci di sostenere la firma stilistica del territorio, tempi minimi di evoluzione in bottiglia prima della messa in commercio. Si tratta di un insieme diregole per la produzione di Metodo Classico tra le più restrittive d’Europa. Per Binda questa rigidità non è una mano tirannica sul vigneto, bensì una garanzia di affidabilità per i mercati internazionali che chiedono provenienza, coerenza e continuità. Il risultato è un’idea di spumante che mantiene vivida la freschezza, dato che il parametro dell’acidità minima sarà il più alto d’Italia. La purezza del frutto e la progressione gustativa, riconoscibile nel tempo faranno del Classese un marchio più che credibile nel segmento premium della bolla rifermentata in bottiglia.

Zonazione e parcelle: la geografia come capitale del gusto
L’obiettivo del Classese è diventare indicatore di valore territoriale capace di generare reddito dall’intera filiera con un crescente peso di responsabilità: orientare gli investimenti verso strutture capaci di migliorare la gestione agronomica, la logistica e la comunicazione del brand, creando un ecosistema competitivo sui mercati globali.
In quest’ottica la zonazione delle parcelle diventa leva d’investimento e stella polare per i programmi di sviluppo.
La nuova mappa delle parcelle è il registro tecnico che permette di distinguere espressioni diverse all’interno del cappello comune Classese.
Come viene realizzata ce lo spiega lo stesso Riccardo:
“Paradossalmente l’Oltrepò Pavese, uno dei territori più storici d’Italia, non ha mai avuto una propria mappa vinicola. Si è sempre usata quella dell’Oltrepò Pavese geografico, che è ben altra cosa. Quest’ultimo infatti designa tutta la parte di Lombardia che va dalla riva destra del Po sino al confine con la Liguria. È un po’ come se a Barolo usassero delle cartine che arrivano fino al confine con la Francia.
Quello a cui stiamo lavorando è la prima mappa vinicola della DOCG e delle DOC, ovvero quella porzione collinare dell’Oltrepò Pavese che è atta alla produzione di vini di qualità. In questo ambito inizieremo a inserire una divisione ulteriore, che riprende la proposta di MGA del nuovo disciplinare DOCG, ovvero le quattro valli: Staffora, Coppa, Scuropasso e Versa, che sono già rappresentate nel nuovo logo del Consorzio e del Classese. Avere una mappa vinicola è un segno di credibilità.
Stiamo collaborando con Alessandro Masnaghettiche è sicuramente il più grande esperto in questo senso; ci fa molto piacere che abbia accettato di lavorare con il Consorzio, riconoscendo la bontà del nostro operato”

Sontuose parcelle e microclimi eccezionali
I microclimi dell’Oltrepò Pavese stanno alla base della qualità dei vini di questo territorio. Ventilazione, escursioni termiche notturne, corsi d’acqua sotterranei e pendenze favorevoli favoriscono una gestione agronomica capace di esaltare il pinot nero, uno dei vitigni più difficili da gestire, sia in campo che in cantina. Uva che ha capacità fuori dal normale di leggere e rendere nel calice le più microscopiche variazioni di terroir alle quali è sottoposta.
Dalle marne calcaree, alle vene gessose fino ai suoli argillosi, dai pendii esposti al sole, alle vallate più fresche, ogni vigneto pavese di pinot nero deve imprimere al vino il suo carattere distintivo, nell’esaltazione dell’integrità e della coerenza varietale.

Verso il futuro: prossimi passi e aspettative
Costruire la reputazione del Classese significa amplificarne la visibilità internazionale. È necessario che le nuove strategie di marketing si focalizzino sulla qualità del prodotto e l’impegno complessivo del territorio, offrendo una narrazione credibile e conforme.
Quali sono le caratteristiche indispensabili affinché un Classese si affermi sui mercati, ce lo spiega il Direttore:
“L’Oltrepò Pavese ha un vantaggio enorme che nessun territorio spumantistico ha, ovvero il pinot nero. Il suo uso in purezza, o anche solo come base (quindi almeno all’85%) non è di certo comune.
Questa terra ha una vocazione unica per il pinot nero e i consumatori internazionali che apprezzano la purezza espressiva di quest’uva difficilmente possono trovare molte alternative valide allo stesso livello qualitativo, senza ricorrere al blend”.
Quali segnali di mercato cercherete per misurare il successo del Classese fin dai primi mesi dal suo esordio?
“Il primo segnale, secondo me, è iniziare a vedere inserita su qualche carta dei vini la sezione Classese o Oltrepò Pavese. Ad oggi i nostri spumanti sono spesso inquadrati in ottica regionale o mista. Questa categorizzazione dimostrerà che il mercato sta iniziando a prendere dimestichezza col prodotto.
A livello di concorsi, ad esempio, il CSWWC (Champagne & Sparkling Wine World Championships, NdA) – la competizione più accreditata al mondo per gli spumanti – ha inserito per la prima volta la categoria Oltrepò Pavese.
Piano piano questa consapevolezza arriverà al mercato”.

Storia e futuro delle bolle nobili pavesi
Guardando al percorso che si è dispiegato finora – con questa iniezione di coesione, rigore e identità – sembra che il Classese voglia avviarsi verso una stagione ambiziosa.
Il tempo ci dirà se la sfida è in grado di tradursi in narrativa di successo. Intanto le rotte sono chiare e condivise, e i presupposti ben solidi.
Auspicio di chi scrive è che nei prossimi anni questo territorio faccia parlare di sé in tutto il mondo, diventando epicentro italiano della cultura del Pinot nero.
Alla salute dei tanti produttori pavesi virtuosi e di quel gran visionario del Conte Carlo di Vistarino.
