Come il vino è diventato l’arma silenziosa dei coloni in Cisgiordania
In Israele e Palestina il vino non è solo una bevanda, ma un fronte aperto nel conflitto, utilizzato come sofisticato strumento di colonizzazione territoriale e culturale in Cisgiordania e sulle alture del Golan. Un reportage di Oliver Styles svela come uve coltivate su terre sottratte illegalmente finiscano sui mercati occidentali grazie a etichette che mascherano l’origine e a massicci sussidi statali. Mentre l’Europa tenta timidamente di imporre trasparenza e gli USA blindano i prodotti dei coloni, i vignaioli palestinesi lottano per preservare la propria storia millenaria contro la cancellazione della loro identità.
Per noi italiani il vino è sinonimo di convivialità, cultura e legame con la terra, ma esiste un luogo dove la vite si trasforma in uno strumento di geopolitica e il terroir diventa un campo di battaglia. È quanto emerge da una profonda analisi firmata da Oliver Styles, che rilancia e approfondisce un’inchiesta esplosiva condotta dalle giornaliste investigative Meriem Laribi e Marta Vidal per il prestigioso mensile francese Le Monde Diplomatique e per la rivista israeliana +972. Al centro della narrazione c’è la “Cisgiordania del vino”, un mondo sommerso dove la viticoltura viene utilizzata strategicamente per normalizzare l’occupazione israeliana e radicare la presenza dei coloni su terre contese.
Lo scenario descritto è inquietante: il vino prodotto in insediamenti illegali secondo il diritto internazionale trova la via per gli scaffali delle enoteche europee e americane, spesso attraverso l’inganno. Ma c’è di più, perché scavando nelle biografie di alcuni dei protagonisti di questa “rinascita enologica” dei coloni, emergono profili che fanno rabbrividire. L’inchiesta cita il caso emblematico di La Forêt Blanche, cantina i cui vini sono distribuiti da Parigi a Miami (e che avrebbe persino stretto accordi con i Club Med francesi). Il fondatore, Menachem Livni, non è un semplice vignaiolo, ma un ex membro dell’organizzazione terrorista Jewish Underground, condannato all’ergastolo negli anni ’80 per un attacco con mitragliatrice all’Università di Hebron che uccise tre studenti e ne ferì 33, oltre che per attentati dinamitardi contro funzionari arabi. Dopo la commutazione della pena nel 1990, Livni ha fondato i suoi vigneti nelle cosiddette “Alture di Hebron”, trasformandosi da estremista violento a imprenditore del vino.
Non è un caso isolato. La cantina Psagot, situata nella zona industriale di Sha’ar Binyamin a nord di Gerusalemme, sorge su quella che +972 identifica come terra privata palestinese. Il suo fondatore, Yaakov Berg, ha visto la propria abitazione e piscina dichiarate illegali dall’amministrazione civile israeliana nel 2003, con tanto di ordine di demolizione mai eseguito. Al contrario, la cantina ha ricevuto oltre un milione di dollari in sussidi pubblici e visite di alto profilo, come quella dell’ex segretario di stato USA Mike Pompeo nel 2020. Secondo lo studio citato da Styles, l’intero sistema vinicolo nei territori occupati beneficia di generosi sgravi fiscali e, risorsa ancora più preziosa in Medio Oriente, accesso privilegiato all’acqua fornita dallo stato.
L’accusa di colonialismo è supportata dai numeri: dal 1967, Israele ha confiscato oltre 200.000 ettari in Cisgiordania, sottraendo ai palestinesi risorse vitali. Tuttavia, la strategia non è solo economica, ma culturale. Ariel Handel, ricercatore israeliano, spiega perfettamente il meccanismo: il vino serve a “ribrandizzare” territori occupati come il Golan — strappato alla Siria nella Guerra dei Sei Giorni — trasformandoli agli occhi dell’Occidente da zone di guerra in una sorta di “Europa in Israele”, mete di turismo e buongusto. È un tentativo di sovrascrittura storica che Daniel Monterescu definisce un mezzo di espansione che possiede un “indice di radicamento religioso”.
Dall’altra parte della barricata, però, c’è chi resiste rivendicando una storia che precede di secoli l’arrivo dei coloni. La viticoltura è radicata in Palestina, terza coltura dopo olivi e datteri. Famiglie locali e viticoltori cristiani hanno preservato varietà autoctone come il Dabouki o l’Hamdani-Jandali. Canaan Khoury, della cantina palestinese Taybeh, formatori alla UC Davis in California, ricorda: “Posso tracciare la presenza della mia famiglia a Taybeh indietro di 600 anni. Per chi è arrivato da New York pochi anni fa, è più difficile giustificare la propria presenza”. Khoury sottolinea come in quel contesto sia impossibile essere apolitici: fare vino è un atto di resistenza.
La battaglia si sposta poi sulle etichette, un tema caldissimo per il mercato europeo. Bruxelles impone che i prodotti degli insediamenti siano etichettati come tali e non come “Made in Israel”, ma l’applicazione della norma è colabrodo. Un report del 2020 dell’European Middle East Project ha rilevato che solo il 10% dei vini rispetta questa regola. Spesso si ricorre a trucchi: la Jerusalem Winery, ad esempio, utilizzerebbe indirizzi di uffici amministrativi per nascondere che la produzione avviene nell’insediamento di Kiryat Arba. Ancora più insidiosa è la pratica, definita “frode deliberata” da un rapporto Oxfam del 2025, di miscelare uve coltivate nei territori occupati con quelle di Israele propriamente detto, rendendo impossibile tracciare l’origine reale.
Mentre giuristi come François Dubuisson chiedono un bando totale (“è come scrivere ‘fatto con lavoro minorile’ e lasciare la scelta al consumatore”), la politica internazionale si divide. Gli Stati Uniti, con l’Anti-BDS Labeling Act del 2024, hanno di fatto legittimato l’annessione commerciale, richiedendo che i beni della Cisgiordania controllata da Israele siano etichettati come “Prodotto di Israele”. Tuttavia, la pressione del movimento di boicottaggio (BDS) si fa sentire: Michel Murciano, proprietario di diverse cantine tra cui Hevron Heights, ha ammesso di aver rimosso la parola “Hebron” dalle etichette per non perdere mercati come il Giappone. La Corte di Giustizia Europea ha ribadito che l’etichetta “Prodotto di Israele” per vini dei coloni è ingannevole, ma la realtà sul campo, come dimostrano le parole di Elyashiv Drori della cantina Gva’ot, rimane ancorata a una visione teologica: per i coloni, quella terra è una promessa divina, e ogni vite piantata è un sigillo di proprietà che nessuna etichetta europea sembra poter scalfire.