Comunicare il vino nell’era dell’intelligenza artificiale: autenticità, racconto e identità al centro del Trentodoc Festival 2026
Come si comunica il vino nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dei social network e dell’attenzione sempre più frammentata del pubblico? È stata questa la domanda al centro della seconda giornata del Trentodoc Festival 2026, che ha riunito a Trento dal 25 al 27 settembre produttori, studiosi e professionisti della comunicazione. Sul palco si sono confrontati Cristina Mercuri, Master of Wine e fondatrice del Mercuri Wine Club, Camilla Lunelli, vicepresidente di Ferrari Trento, Anselmo Guerrieri Gonzaga, proprietario della Tenuta San Leonardo, e Gianluca Esposito, direttore del Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento, moderati dal vicedirettore del Corriere della Sera Luciano Ferraro.
Il punto condiviso da tutti i relatori è emerso con chiarezza: l’intelligenza artificiale, i social e i nuovi strumenti digitali possono amplificare il racconto del vino, ma non sostituirne l’identità. La comunicazione efficace continua a nascere dall’autenticità del prodotto, dal legame con il territorio e dalla capacità di costruire relazioni.

Il Trento Doc e la sua “firma narrativa”
Tra gli spunti più interessanti della giornata, la ricerca presentata dal professore Gianluca Esposito sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per analizzare la percezione del vino. Attraverso degustazioni collettive e l’analisi dei racconti associati ai vini, il gruppo di ricerca ha individuato quella che è stata definita una “firma narrativa”: l’insieme di immagini, emozioni e significati che emergono dall’esperienza del consumo.
Il Trento Doc è risultato il vino con la firma narrativa più riconoscibile. Nei racconti dei partecipanti ricorrevano temi come convivialità, territorio, appartenenza, piacere e condivisione. Un risultato che, secondo Esposito, dimostra come il vino venga vissuto non solo attraverso il gusto, ma anche attraverso memorie, contesti e relazioni.

Dalle guide ai social, cambia il linguaggio del vino
Cristina Mercuri ha ripercorso l’evoluzione della comunicazione enologica, dalla stagione delle guide cartacee e della critica specializzata fino all’affermazione dei social media. Se oggi chiunque può raccontare il vino, ha osservato, cresce la responsabilità di distinguere tra contenuti autorevoli e semplice esposizione personale.
Per Mercuri la sfida è trovare un equilibrio tra tecnicismo e semplificazione. Un linguaggio eccessivamente accademico rischia di allontanare i consumatori più giovani, mentre la ricerca di immediatezza non deve trasformarsi in superficialità. Comunicare in modo semplice, ha sottolineato, richiede competenza e studio.
La Master of Wine ha inoltre ribadito l’importanza delle parole e delle immagini. I descrittori devono nascere dall’assaggio e non da formule stereotipate, mentre la fotografia è chiamata a costruire un immaginario coerente con il vino e il territorio che rappresenta.

Autenticità contro comunicazione costruita
Un concetto ripreso anche da Anselmo Guerrieri Gonzaga, che ha raccontato l’esperienza digitale di Tenuta San Leonardo. La scelta dell’azienda è stata quella di privilegiare un racconto spontaneo della vita quotidiana in cantina, evitando linguaggi artificiosi e campagne troppo patinate.
La pandemia ha accelerato questo percorso. Con visite virtuali, dirette e contenuti realizzati direttamente tra vigne e cantina, San Leonardo ha costruito una comunità digitale che oggi conta decine di migliaia di persone. Per Guerrieri Gonzaga, tuttavia, il valore non sta nei numeri ma nella qualità della relazione instaurata con il pubblico.
Territorio, convivialità e valore del racconto
Anche Camilla Lunelli ha posto l’accento sul tema dell’identità. La scelta del marchio “Ferrari Trento”, ha spiegato, nasce dall’esigenza di rafforzare il legame con il territorio e rendere immediatamente riconoscibile l’origine delle bollicine trentine.
Secondo Lunelli, la convivialità resta il valore centrale della comunicazione del vino. In un ecosistema dominato da contenuti rapidi e continui, rimangono memorabili le esperienze capaci di generare emozioni e relazioni autentiche. Senza dimenticare che dietro ogni bottiglia si nasconde una complessità fatta di lavoro agricolo, competenze, investimenti e sfide climatiche che meritano di essere raccontate.
Il nuovo ruolo del sommelier
Sandro Camilli, presidente dell’Associazione Italiana Sommelier, ha evidenziato come anche la sommellerie stia attraversando una fase di evoluzione.
L’obiettivo non è abbandonare la preparazione tecnica, ma integrarla con una maggiore capacità narrativa ed emotiva. Il sommelier contemporaneo non è più soltanto un professionista del servizio, ma un interprete del territorio e un ambasciatore culturale del vino.
Secondo Camilli, il mondo del vino deve trovare linguaggi nuovi per dialogare con un pubblico più giovane ma senza rinunciare alla qualità dei contenuti e alla profondità della conoscenza.

L’IA è uno strumento, non il contenuto
Le conclusioni del confronto hanno riportato il dibattito al tema iniziale. L’intelligenza artificiale può aiutare aziende e comunicatori a comprendere meglio il proprio pubblico, analizzare dati e costruire messaggi più efficaci. Ma la tecnologia, da sola, non basta.
Il rischio di una comunicazione generica o artificiale è quello di perdere credibilità. Per questo, secondo i relatori, la vera sfida non è imparare a usare nuovi strumenti, ma definire con chiarezza cosa si vuole raccontare e quale identità si vuole trasmettere.
Non è un caso che, nel tentativo di sintetizzare l’essenza del Trento Doc, siano emerse parole come montagna, verticalità, finezza e convivialità. Concetti che raccontano non solo un metodo classico, ma un territorio e una cultura che cercano nel racconto autentico la chiave per distinguersi anche nell’era degli algoritmi.