Curli, il Rossese poco e molto Rossese
Nel Barone rampante Calvino descrive il suo protagonista, il Barone Cosimo, mentre cammina sopra delle vigne di rossese, muovendosi “senza peso”. Un tema, quello della leggerezza senza peso, che Calvino approfondirà nelle Lezioni americane, nel famoso capitolo omonimo.
È un’immagine che si addice al Rossese, un rosso ligure leggero nel colore e nel sapore, spesso trasparente, aereo, sospeso. Spesso, ma non sempre: la più notevole eccezione è costituita dal Rossese della vigna Curli, che proprio al contrario dà vita a un vino carnoso, denso, “terragno”, intenso alla vista e intensissimo al palato. Curli, sconosciuto ai più, è oggetto da qualche decennio di un piccolo culto presso enofili avvertiti e soprattutto tenaci nel cacciare le rare bottiglie disponibili sul mercato.
Vino al vino
Mario Soldati, nel suo libro/spartiacque Vino al vino, scrive sul territorio:
“L’aspetto delle vigne ha qualche cosa di rude, di volontario, di arrischiato. In complesso, un paesaggio, opposto a quello del Pornassio, ma egualmente forte. E anche la vecchia villa del generale Origo, che intravediamo tra altre vigne lungo il sentiero del ritorno, partecipa in qualche modo a quell’atmosfera rustica e romantica…”
e più avanti:
“Il giorno dopo è l’ultimo giorno della Riviera di Ponente e di tutta la Liguria. Malinconia di ogni fine, anche perché nessuna delle soste del nostro viaggio è stata così bella. Ci rimane, è vero, il cuore dionisiaco del Piemonte, ma se pure il Barolo e il Dolcetto, il Grignolino e la Barbera saranno più grandi, non avranno mai l’incanto di questi vini privati, poetici, fantastici, nei loro paesaggi obliosi e solitari, tra le Alpi e il mare…”
L’intuizione di Emilio Croesi
In questo paesaggio, insieme idillico e severo, la piccola vigna Curli si è ritagliata un posto unico. La sua creazione si deve a Emilio Croesi, sindaco di Perinaldo e farmacista, che negli anni Settanta del secolo scorso ha intuito il potenziale della vigna e lo ha sviluppato producendo bottiglie di antologia. È inevitabile la citazione della sentenza più autorevole e più encomiastica su questa piccola parcella dal genius loci vibrante, l’affermazione di Luigi Veronelli per cui il Curli “è la Romanée italiana”: un accostamento di carattere vertiginoso, che mette in rapporto la piccola vigna ligure con uno dei cru più celebrati della Borgogna.

I motivi per i quali Curli è unica sono in parte chiari e in parte misteriosi. Il suolo è più scuro e ferruginoso rispetto ad altre vigne del posto, e va bene; per alcuni l’uva non è nemmeno rossese, ma una qualche altra varietà che dà rossi più potenti. Fatto sta che il Rossese Curli è diverso da tutti gli altri Rossese. Come scriveva già più di trent’anni fa il grande Gino:
“Poco sopra Bramusa, ma già in comune di Perinaldo, è la celeberrima Vigna Curli già di Emilio Croesi, mitico vignaiolo scomparso or qualche anno, che è da considerarsi cru vertice, ineguagliabile per il Rossese di Dolceacqua”
Luigi Veronelli, Repertorio (1990)

Giovanna Maccario e Curli
L’attuale sindaco di Perinaldo, Francesco Guglielmi, che ha affiancato Croesi per anni, ricorda diversi nomi illustri legati a questo peculiare rosso, da Sandro Pertini a Pablo Picasso.
Alla scomparsa di Croesi, nel 1986, la vigna Curli venne progressivamente abbandonata, fino quasi a rinselvatichirsi.
Ne ha risollevato le sorti Giovanna Maccario, tenace vignaiola del posto, che dal 2012 ne vinifica una robusta e intensa versione moderna.

Nell’ottobre scorso ho avuto la fortuna di guidare, insieme a Giovanna, una degustazione di sette diverse annate di Curli: dallo stratosferico 1982, una delle vendemmie più leggendarie della conduzione di Croesi – un rosso ancora vitale e profondo – al gustosissimo e profumatissimo 2023. L’assaggio mi ha confermato che si tratta davvero di un vino fuori del comune, dal carattere inimitabile: al netto di ogni tono enfatico.
Un vino che è insieme sincero e fedele testimone della sua terra, da un lato, e un unicum insondabile dall’altro.

La foto di apertura è di Flor Saurina su Unsplash