Dal terroir alla poesia: come abbiamo imparato a raccontare il Pinot Nero
Il modo in cui descriviamo il vino ha subìto negli ultimi cinquant’anni una metamorfosi radicale. Dall’antico rigore europeo focalizzato sull’origine geografica, siamo passati alla sfrenata poesia sensoriale. Questo mutamento non riflette solamente i gusti del pubblico, ma un profondo slittamento socioculturale. Oggi il vocabolario enologico spazia dalle rigide griglie accademiche agli audaci accostamenti con l’hip-hop.
Le radici europee e l’appropriazione americana
Esiste una massima, coniata dal saggista Terry Theise, che racchiude un’inconfutabile verità: parliamo del Cabernet come parliamo di sport, ma discutiamo di Pinot Nero come se fosse una religione. Tutti i linguaggi si evolvono, e le liturgie enologiche non fanno certo eccezione. Sulle pagine della prestigiosa rivista britannica World of Fine Wine, l’autrice Meg Maker ha firmato un’analisi illuminante, nata originariamente per il simposio sull’identità del Pinot Nero all’Università di Oxford, che esplora proprio questa affascinante metamorfosi semantica.
Nella prima metà del Novecento, la critica in lingua inglese guardava quasi esclusivamente alla provenienza e alla tipicità. La scrittura era un severo esercizio valutativo, con sentenze basate strettamente sull’origine geografica e sul carattere intrinseco del calice. Noi italiani, nati in una terra in cui il Barolo o il Chianti portano con orgoglio il peso della propria storia e delle proprie colline, comprendiamo bene questa sacralità del terroir. Oltreoceano, invece, la fine del proibizionismo nel 1933 aveva lasciato in eredità un pubblico disorientato e diffidente. Una storica vignetta del New Yorker a firma di James Thurber ironizzava già nel 1937 sullo snobismo enologico, e storici come Thomas Pinney o romanzieri come Alec Waugh ricordano come gli americani, terrorizzati da terminologie francesi percepite come incomprensibili, preferissero rifugiarsi nella sicurezza di un cocktail.
Per superare questo scoglio culturale, pionieri della divulgazione come Leon Adams intuirono che occorreva abbandonare la rigida geografia per abbracciare l’universale lingua del sapore. Fu l’epoca delle grandi appropriazioni semantiche. Nel 1964 la cantina californiana E&J Gallo lanciò sul mercato l'”Hearty Burgundy”, un “robusto Borgogna” che di francese aveva solo la presunzione dell’etichetta. Mentre i maestri della Côte d’Or, come il leggendario Henri Jayer, descrivevano il Pinot Nero con termini di pura eleganza, paragonandolo allo scintillio di un diamante, l’America inventava un ibrido muscolare che sfruttava il blasone europeo per legittimarsi. La linguista Adrienne Lehrer ha studiato a fondo questo slittamento, notando come le parole del vino oscillino costantemente tra il senso originale e le nuove esigenze di mercato.
Lo stile classico e la personificazione del calice
Questo storico fermento ha portato all’emergere di tre grandi correnti stilistiche. La prima è stata lo stile classico, erede diretto della vecchia scuola europea. Autori come l’enologo Émile Peynaud, o firme storiche del New York Times come Frank Prial, rifuggivano le metafore fantasiose. Gerald Asher, storica penna della rivista Gourmet, preferiva personificare il vino trattandolo come un individuo: un Corton poteva essere maschio, vigoroso, persino violento o selvaggio. Era un approccio focalizzato sull’integrità della bottiglia, molto simile al modo in cui, nelle nostre vecchie osterie, un calice veniva semplicemente definito sincero, ruspante o di grande stoffa.
La svolta scientifica e la grammatica degli aromi
Negli anni Settanta l’accademia californiana di UC Davis decise di dare un taglio netto a questo romanticismo, inaugurando uno stile analitico e scientifico. Ricercatori come Maynard Amerine e in seguito Ann Noble, ideatrice della celebre Ruota degli Aromi, crearono tassonomie inflessibili. Si passò dal valutare il carattere d’insieme al sezionare le componenti organolettiche mediante precise analogie: sentori di mora, viola, chiodi di garofano. Questa griglia fu adottata a livello globale da enti formativi come il Wine and Spirit Education Trust, imponendo un vocabolario universale ma non privo di cortocircuiti culturali. L’autrice riporta al riguardo la curiosa esperienza di Tinashe Nyamudoka, sommelier dello Zimbabwe, che per riconoscere il Pinot Nero durante i severi esami internazionali dovette creare un vocabolario personale parallelo, associando il vino all’hute, una bacca acquatica tipica dei fiumi del suo paese.
L’era dell’edonismo e il trionfo della metafora
Con l’esplosione del mercato globale, si è successivamente imposto lo stile espressivo, incarnato magistralmente da Robert Parker Jr. a partire dalla fine degli anni Settanta. Con la sua testata The Wine Advocate, la scrittura enologica si è fatta improvvisamente barocca, lussureggiante e sfacciatamente edonistica. Il vino non veniva più giudicato per la sua fedeltà al territorio, ma per l’impatto emotivo sul critico, raccontato con aggettivi roboanti come penetrante, abbagliante o celestiale. Questo approccio ha fatto vendere milioni di bottiglie, svelando dinamiche commerciali inequivocabili: analizzando un monumentale database di recensioni, i linguisti Kevin W. Capehart e Coco Krumme hanno scoperto che termini accattivanti ma prosaici come “pizza” o “succoso” vengono inesorabilmente associati a vini economici, mentre parole evocative come “tartufo”, “vellutato” o “bistecca” accompagnano sempre le bottiglie di pregio. Il rovescio della medaglia, purtroppo, è un appiattimento in cui le note di degustazione diventano spesso un minestrone di analogie surreali, che spaziano dai marshmallow tostati sul fuoco al guscio di un’ostrica appena aperta.
Le nuove frontiere tra rigore e cultura pop
Oggi il giornalismo di settore sta cercando una propria maturità postmoderna, un delicato equilibrio capace di recuperare l’anima storica del vino senza rinunciare all’accuratezza sensoriale. Meg Maker cita a questo proposito l’approccio di William Kelley, attuale firma di punta proprio del Wine Advocate, capace di fondere il rigore accademico con eleganti e misurati squarci letterari. Ma il futuro della comunicazione si spinge ancora oltre i confini dorati della critica ufficiale: l’educatore e produttore americano Jermaine Stone racconta oggi il suo amato Borgogna abbinandolo ai ritmi hip-hop di Missy Elliott e ai rustici sformati di carne giamaicani per le strade del Bronx. I codici si mescolano e le metafore si stravolgono, ma la magia racchiusa in un calice di Pinot Nero, a quanto pare, continua inesorabilmente a ispirare le nostre migliori parole.