Dentro il cru: viaggio nelle Langhe con Prunotto
L’eccellenza dei grandi rossi piemontesi in degustazione alla Masseria Montalbano. Un percorso sensoriale alla scoperta delle espressioni più autentiche del Nebbiolo.
C’è un momento, nelle degustazioni più riuscite, in cui il calice smette di essere semplice contenitore e diventa strumento di lettura del territorio. È quanto accaduto nel corso della serata del 28 Marzo 2026 dedicata ai cru di Prunotto, un viaggio tra Barbaresco e Barolo capace di restituire, con chiarezza e profondità, il senso più autentico della parola “origine”.
Ad accogliere l’evento, la suggestiva Masseria Montalbano, location di grande fascino ormai legata da una collaborazione continua e proficua con Associazione Italiana Sommelier Puglia e AIS Brindisi nello specifico. Un contesto che si conferma ideale per iniziative di questo livello, dove l’eleganza degli spazi contribuisce a valorizzare l’esperienza senza mai sovrastarla.
La serata ha trovato nella conduzione del Delegato dott. Rocco Caliandro un riferimento solido e puntuale, un’attenta guida capace di accompagnare il pubblico con chiarezza ed equilibrio in un lungo percorso articolato. A questo si è affiancato un servizio preciso e ben coordinato della squadra di servizio guidata da Antonio Giovane che con discrezione e puntualità ha contribuito in modo determinante alla riuscita dell’evento.

I protagonisti e la filosofia Prunotto
Protagonista assoluta, Prunotto, realtà storica delle Langhe oggi parte del gruppo Antinori, punto di riferimento per un’interpretazione rigorosa e contemporanea dei grandi cru piemontesi. A raccontarne filosofia e visione è stato l’enologo Michele Leone, che ha posto l’accento sull’identità dei singoli vigneti e sulla necessità di preservarne le peculiarità attraverso una lettura rispettosa del territorio. Un approccio che affida a suolo, esposizione e microclima la definizione del carattere del vino, evitando ogni forzatura stilistica.
La parte dedicata alla degustazione è stata guidata dal dott. Giuseppe Baldassarre, Consigliere Nazionale AIS e profondo conoscitore del vino di Langa. Con competenza, equilibrio narrativo e una solida padronanza dei grandi vini piemontesi, ha accompagnato i partecipanti addentro i cru di Prunotto, offrendo chiavi di lettura chiare e contribuendo a dare ulteriore profondità all’esperienza degustativa.

La degustazione: i Barbaresco
Il percorso degustativo si è aperto con il Barbaresco Bric Turot 2020, espressione di immediata eleganza, giocata su note floreali delicate e piccoli frutti rossi, tra fragolina e lampone, con lievi richiami balsamici e un accenno di tabacco. Il sorso è fresco, scorrevole, sostenuto da un tannino ben integrato che ne definisce la piacevole accessibilità, rendendolo il vino di lettura più immediata della serie.
Di maggiore ampiezza il Barbaresco Secondine 2020, che amplia il registro aromatico con sfumature di rosa, agrumi e radici, restituendo un profilo più caldo e avvolgente, coerente con l’esposizione a sud delle vigne. In bocca si distingue per profondità e continuità, con un tannino particolarmente setoso e una saporosità marcata che ne definisce il tratto distintivo.

L’austerità e la complessità dei Barolo
Il passaggio ai Barolo segna un cambio di passo netto. Il Cerretta 2020 si presenta con un’impostazione più austera e strutturata, in cui il frutto maturo lascia spazio a note ferrose e rugginose, mentre il tannino, energico e teso, ne sottolinea la costruzione imponente. Il Serra 2020 si distingue per coerenza e precisione: magistrale il dialogo tra frutto e fiore arricchiti da tabacco ed erbe aromatiche. Il sorso saldo e muscolare viene definito da un tannino austero che ne rafforza il carattere.
Con il Bussia 2020 si raggiunge una delle sintesi più complete della serata: il naso, ampio e stratificato, unisce note floreali e fruttate a richiami di rabarbaro, china, liquirizia e cuoio, mentre il sorso si distende con pienezza ed equilibrio, grazie a una precisa integrazione tra freschezza e componente sapida. A chiudere, il Bussia 2012, proposto inizialmente alla cieca, offre una lettura evolutiva dello stesso cru: il bouquet si apre su toni affumicati, con rosa appassita, frutto macerato e richiami di sottobosco, radici e china. In bocca sorprende per la presenza tannica ancora viva e incisiva, segno di un vino austero, destinato a ulteriore evoluzione e volutamente distante dall’immediatezza delle annate più giovani.

L’abbinamento e le conclusioni
A completare l’esperienza, il piatto proposto dallo chef Giovanni Curri ha rappresentato un momento di sintesi tra cucina e percorso degustativo. Un maialino da latte laccato al Barolo e sesamo, accompagnato da schiacciata di patate al tartufo, profumi di bosco e sfera al pecorino, ha costruito un dialogo diretto con la struttura e la complessità dei vini in degustazione. Una proposta di forte identità, in cui dolcezza, sapidità e note terrose si sono intrecciate con equilibrio al percorso enologico, accompagnandone l’evoluzione senza sovrapporsi.
Il filo conduttore della serata emerge con chiarezza: il cru non come semplice delimitazione geografica, ma come espressione puntuale di un’identità capace di tradursi in sfumature riconoscibili anche all’interno della stessa denominazione. Un esercizio di confronto che conferma quanto, nelle Langhe, il dettaglio territoriale rappresenti una chiave di lettura imprescindibile.
Una serata che ha saputo coniugare rigore e piacevolezza, offrendo uno sguardo nitido su alcune delle interpretazioni più significative del Nebbiolo, nel segno di un racconto che, dal vigneto al calice, trova nella coerenza la sua forma più autentica.
Articolo di Luigi Martino
