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Territori del Vino
27/02/2026
Di Carmen Buongiovanni

Grandi Langhe e il Piemonte del vino secondo Sergio Germano

Intervista al Presidente del Consorzio

Le Officine Grandi Riparazioni rappresentano nel capoluogo piemontese uno dei più importanti esempi di architettura industriale di fine Ottocento. Le OGR si sviluppano su una superficie di oltre 20.000 metri quadrati dove il combinarsi di elementi come ferro, mattoni e vetro sembrano portare chi entra indietro nel tempo, quando questo luogo aveva il compito di manutenere i veicoli ferroviari. Oggi le Officine hanno uno scopo diverso e nei locali prendono vita altre storie. Il 26 gennaio 2026 ha avuto luogo GRANDI LANGHE, il salone di vino più importante del Piemonte.
Sergio Germano, che in questa fiera ha la doppia veste (quello di produttore storico a Serralunga d’Alba e quello di Presidente del Consorzio di tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani), partendo dalla kermesse ci illustra dove le Langhe vogliono andare.

Un evento che compie dieci anni

Sono ormai passati dieci anni dalla prima edizione di “GRANDI LANGHE” cosa è cambiato da allora e quali sono le novità proprie di quest’anno?

GRANDI LANGHE nasce ad Alba con cento produttori e lo spirito biennale. Con il passare degli anni il numero dei partecipanti alla fiera è cresciuto sempre più. Ciò ci ha spinto a cercare una location più grande. Alba non riusciva più a contenerci, quindi abbiamo optato per Torino e deciso di rendere la fiera annuale. Quattro anni fa ne eravamo circa 300 provenienti da Langhe e Roero poi, avendo dato la possibilità a tutto il Piemonte di poter partecipare, siamo aumentati sempre più fino ad arrivare ai 515 espositori di quest’anno. Anche gli iscritti aumentano ogni edizione e in questa dei circa 6.000, 500 sono stranieri. Davvero una grande soddisfazione!
Quindi, l’idea di GRANDI LANGHE è partita, come dice il nome, per far conoscere il territorio delle sole Langhe poi si è aggiunto il Roero, infine, dall’anno scorso è presente tutto il Piemonte. Ciò non è stato fatto perché il Barolo o il Barbaresco avevano bisogno di altri vini per farsi conoscere ma, dal mio punto di vista, dobbiamo considerarla una vera e propria apertura mentale. Tutti noi produttori piemontesi dobbiamo essere un’unica entità. Noi siamo Langhe-Roero ma accogliendo l’idea di unirci agli altri e creando una squadra più grande e coesa avremo dal nostro lato solo punti di forza. Chi viene a visitare GRANDI LANGHE cerca Langhe certamente, ma ha anche la possibilità di assaggiare una varietà di vini provenienti da tutti i territori presenti in questa meravigliosa regione.

Dal 2013 esiste il “Dry January”, una sfida che consiste nel non bere alcolici per tutto il mese di gennaio, partita dall’Inghilterra ora accolta in tutto il mondo per sensibilizzare le persone sui rischi dell’alcol. GRANDI LANGHE si tiene proprio a gennaio. È una sfida alla sfida?

Nessuna sfida. È stato scelto gennaio perché è un periodo tranquillo un po’ per tutti sia noi come produttori (per il minor lavoro in vigna e in cantina) ma anche e soprattutto per gli operatori internazionali che vengono a visitarci. In più abbiamo voluto integrare la manifestazione in un periodo che non andasse in competizione con altre fiere. Una scelta oculata per un posizionamento temporale che fosse più favorevole.

I cambiamenti climatici

Come vede il futuro dei vini di questo territorio in generale e del Barolo e Barbaresco in particolare, dato i concreti e preoccupanti effetti del global warming negli ultimi anni?

Il cambiamento climatico è un dato di fatto verso cui da sempre l’umanità si è dovuta rapportare, adattare o correre ai ripari e prendere dei provvedimenti. Sono sfide necessarie soprattutto per chi vuole intraprendere la nostra attività: noi produttori dobbiamo adeguare la vigna all’ambiente e al clima. Come Consorzio stiamo facendo delle sperimentazioni, ad esempio una gestione della chioma diversa per proteggere di più le viti dal troppo sole. Relativamente alla scarsità dell’acqua, in alcuni casi particolari, si può arrivare ad un tipo di irrigazione di soccorso, procedendo anche a delle modifiche dei disciplinari. Anche perché, i vecchi disciplinari sono nati quando c’era un clima completamente diverso, oggi con il sopraggiungere del global warming è giusto adattarsi per garantire vita alla pianta, considerando queste pratiche non più di forzatura ma di sopravvivenza.
Se guardiamo il calendario del Barolo e del Barbaresco prima del 2000 c’era una annata eccezionale ogni quattro o cinque anni, qualcuna buona e qualche altra con commenti più o meno positivi (soprattutto le annate veramente fredde). Dobbiamo tener conto che il nebbiolo cerca il caldo e l’aumento delle temperature ha portato ad avere una costanza qualitativa più buona. Con ciò non voglio dire che sia tutto positivo ma sicuramente ci dà modo di avere una gamma di vini più bevibili e pronti.

Un terroir competitivo

Secondo l’INAO (Institut National des Appellations d’Origine) “Il terroir è uno spazio geografico delimitato nel quale una comunità umana ha costruito nel corso della sua storia, un sapere collettivo fondato su un sistema di interazioni tra un mezzo fisico e biologico e un insieme di fattori umani… rivelando ORIGINALITÀ, TIPICITÀ e REPUTAZIONE per un qualunque bene originario di questo spazio geografico.”  Da questa definizione le Langhe rappresentano un esempio tipico di terroir, cosa gli manca per “alzare la testa” e cominciare a competere con la vicina Borgogna?

Più che competere io parlerei di porci a un livello paragonabile alla Borgogna.
Abbiamo bisogno essenzialmente di una cosa: il tempo. Pur avendo alcune denominazioni pluricentenarie, la nuova era del vino piemontese è cominciata negli anni Ottanta. Abbiamo poco tempo di storia vissuta e, nonostante tutto, abbiamo fatto passi da gigante.
Inoltre, ci manca ancora il metabolizzare il fatto di proporci al mondo come una squadra. Tutti noi produttori piemontesi dobbiamo lavorare e collaborare insieme sia dal punto di vista enologico che di comunicazione. Far brillare il prodotto porta tutti gli attori e i componenti ad averne un beneficio comune.

Bag in box e tappo a vite

Per esigenze legate ad opportunità di ampliamento del mercato estero si è deciso per il bag in box per la DOC Langhe Nebbiolo. Pensa che questa scelta lo renda meno affascinante in Italia?

La scelta del Langhe Nebbiolo in bag in box è stata una cosa che noi produttori abbiamo deliberato come assemblea, condizionando però le confezioni dai due litri in su. Il bag in box è riconosciuto al livello internazionale come una modalità performante anche per conservare la qualità del prodotto. È molto trendy e voluto soprattutto in Nord Europa, proprio per un discorso di sostenibilità ambientale. In più nei prossimi anni alcuni paesi come la Scandinavia non importeranno più bottiglie che superino i 400/450 gr di peso in vetro.
Se troviamo delle modalità che non solo non cambiano la qualità del prodotto ma lo rendono più stabile mi sembra un peccato non approfittarne o comunque non darne una possibilità. Perché queste sono opportunità che si danno ai produttori, non c’è nessun obbligo o forzatura. In più è un volersi adeguare ai tempi, non è uno sminuire il prodotto.

Alcuni dei suoi vini hanno il tappo a vite. Secondo lei si arriverà mai a usarlo per il Barolo e il Barbaresco?

Considero il tappo a vite una chiusura efficiente ed efficace, che permette innanzitutto più garanzia di uniformità di bottiglie e poi, senz’ombra di dubbio, una vita più lunga. Dal mio punto di vista, anche le bottiglie di Barolo e Barbaresco potrebbero avere il tappo a vite. A volte non lo si fa per retaggio culturale oppure semplicemente per una questione romantica legata al sughero.

I giovani e il vino

Le scuole per sommelier sono piene di iscritti negli ultimi anni sia come livello base che avanzati, ovunque si parla di vino, aumentano le agenzie che organizzano wine experience e le stesse cantine sono quasi sempre aperte per accogliere ospiti… Eppure, si percepisce un allontanamento del vino da parte dei giovani. Dato che proprio i giovani di oggi saranno i compratori di domani su quali leve pensa che si possa lavorare per rimediare a questa cosa: prezzo, accessibilità, maggiore formazione nelle scuole?

Credo che tutto debba partire dalla famiglia anche se, da un certo punto di vista, dichiaro che sia anche un po’ colpa di noi operatori del settore. In passato si è parlato in maniera troppo complessa del vino, spaventando i giovani. Noi del Consorzio, uniti ad altri enti di zona, abbiamo pensato di cominciare a comunicare il vino in modo più semplice, rendendolo un prodotto tangibile. Bisogna riprendere il discorso che il vino è un alimento.
È cosa importante, quindi, partire dalle scuole e varie comunità locali e comunicare il vino rendendo questo prodotto più confidenziale. Poi è chiaro che ci sono vini più semplici, quotidiani e gestibili a cui i palati giovani possono rapportarsi. È come il cibo. Da giovane si va nel fast food, poi crescendo nei ristoranti e avendo poi la possibilità magari andare a mangiare in uno stellato. Idem vale per il vino. Si parte da vini semplici poi in base all’età e alla curiosità personale si arriva a sperimentare altro.

È appena terminata la Barolo e Barbaresco Academy promossa dal Consorzio. Perché è importante formare persone in grado di raccontare questo territorio? Cosa devono dire le Langhe che non hanno ancora detto?

Le Langhe legate ai vini storici del Barolo e Barbaresco sono conosciute e apprezzate in tutto il mondo. Ma ci sono altre realtà più giovani che hanno bisogno di essere divulgate.
È fondamentale avere ambasciatori, o comunque dei comunicatori specializzati, che non solo hanno la preparazione sui vitigni, sui vini e sulle aziende, ma che riescano a compenetrarsi in ciò che le Langhe realmente vogliono dire o esprimere. Queste nuove figure hanno il compito non solo di spiegare i nostri vini con le loro differenze o sfumature dovute alla molteplicità di territori presenti ma anche di parlare di nuove tecnologie o accorgimenti usati in vigna o in cantina. Tutto ciò deve avvenire con i giusti tecnicismi in modo da divulgare la nostra filosofia in modo semplice e accattivante. Gli ambasciatori di Langhe hanno il compito di raccontare “i grandi rossi” senza però dimenticare gli altrettanti importanti bianchi tipici del territorio.

La foto di apertura è di Andrea Cairone su Unsplash.

Carmen Buongiovanni
Carmen Buongiovanni

Dovessi definirmi in un modo sarebbe sicuramente con il nome della famosa cantina di Barolo “L’Astemia Pentita”. Ho cominciato a bere vino poco più di dieci anni fa per una scommessa con una amica, che non finirò mai di ringraziare, ho cominciato il corso di sommelier per condividere la passione che cominciava a nascere con il mio primogenito e tra i tanti corsi ho scelto l’AIS per una precisa indicazione di Alessandra, amica del cuore. Laurea in Statistica computazionale, master di economia e finanza e più di 20 anni come manager in TIM. Doveva essere una pausa, ma questa è stata l’inizio di una nuova vita. Ad oggi Sommelier e Degustatore AIS, SAKE e Shōchū sommelier e Master of Whisky, domani… chissà!

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