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Vino
29/05/2026
Di Fabio Rizzari

I due estremi in Borgogna

Il mondo del vino che nell’italiano arcaico si chiamava “di pregio” e che oggi chiamiamo dei “premium wines” sta attraversando un cambiamento che pare strutturale, e non una semplice congiuntura. I prezzi di molti vini iperuranici si stanno sgonfiando. Non al ritmo che l’enofilo auspicherebbe, certo. Oggi una bottiglia di La Romanée Grand Cru del Comte Ligier Belair, che tre o quattro anni fa si aggirava intorno ai 9-10mila euro, si porta a casa per la modica cifra di 6mila euro. Allo stesso modo uno Château Lafite-Rothschild è sceso da circa un migliaio di euro a “soli” 300-400 euro.
Non sempre e ovunque, beninteso: non esiste un singolo mercato, ma tante variazioni di mercato, e ciò che si compra a 10 a Singapore si può magari trovare a 7 in Germania. Ci sono sempre almeno uno o anche due zeri di troppo, si osserverà giustamente. Ma almeno la corsa verso le stelle si è arrestata.
Nel corso dell’ultimo lustro appare particolarmente significativa la parabola dei Grand Cru della Borgogna, che parevano immuni ai cali nelle quotazioni e destinati a un’ascesa infinita. Per un curioso fenomeno nelle compravendite degli ultimi anni, i GC – come amano acronimizzarli gli anglosassoni e i veri enofili – hanno formato un curioso diagramma a X con il loro estremo opposto nella gerarchia borgognona, i “Bourgogne” e i “Village”: mentre i prezzi dei Grand Cru scendevano, i “Bourgogne” e i “Village” salivano. Ancora nel 2021, per fare un esempio anonimo, il buon Bourgogne di un famoso produttore poteva costare una trentina di euro, e un Village più o meno il doppio, mentre uno dei suoi Grand Cru veleggiava magari sui 600-700 euro. Oggi quel GC è sceso a 400-500 euro, mentre il Bourgogne e il Village sono quasi raddoppiati.

Borsa e affari

L’indice Liv-Ex Burgundy 150 è diminuito di oltre il 30% dal 2022 al 2025, e già nel 2023 si registravano cali anche del 20% su singole bottiglie di Grand Cru. Parallelamente i “Bourgogne” e i “Village” hanno assunto una evidente centralità nel mercato, arrivando a quasi la metà degli scambi (48% del volume di vendite). Non essendo un esperto di questo genere di flussi, sono consapevole che certe deduzioni siano da sottoporre a revisione critica precisa, la prima delle quali – ovvia – è che i numeri produttivi dei Grand Cru sono imparagonabilmente più scarsi dei loro cadetti, quindi che ragionare per volumi qui ha poco o nessun senso. Tuttavia, questo fenomeno indica una direzione.
Qualunque sia la direzione indicata, si possono fare buoni affari sia nel campo dei vini – a torto definiti sbrigativamente “di base” – che nell’empireo dei Grand Cru. Qui suggerisco due bottiglie esemplari in questo senso.

Etichette (e prezzi) a confronto

Il primo è un Grand Cru celeberrimo, Clos Vougeot. Per ovvi motivi spazio-temporali (cioè per non finire questo post nel tardo autunno del 2029) tralascio le annose questioni dell’eterogeneità delle diverse parcelle del cru, da quelle più infelici, presso la strada, fino a quelle che – salendo salendo – arrivano a guardare a Musigny. Basti prendere nota che l’edizione 2023 della preziosa firma Hudelot-Noellat è niente di meno che sontuosa: profumatissima, come è sempre più raro trovare, dalla tessitura setosa, ha tannini di grana puntiforme e una purezza di frutto interplanetaria. Un vino meraviglioso, insomma. Proposto a un prezzo altrettanto lisergico per la maggior parte dei portafogli, circa 350 euro: ma – posso assicurare – vale ogni singolo euro del costo. Se quindi anche un solo lettore di questa pagina web ha le risorse finanziarie per affrontare la spesa, la affronti senza dubbio alcuno.
Più umano, molto più umano il costo del vino suggerito per secondo: circa 35 euro. Si tratta del Santenay 1er Cru Clos Rousseau 2022 di David Moreau. Moreau è un vigneron che si è formato, tanto per mettere la faccenda in una prospettiva chiara e anche un po’ intimidatoria, presso le sacre cantine del Domaine de la Romanée Conti. Questo suo Santenay è un rosso di grande delicatezza, ma sarebbe un errore considerarlo un vinello: nitido all’olfatto, delicato sulle prime, sviluppa una notevole forza motrice al palato, ed è tutto meno che un rosso sempliciotto. Bevendo vini simili si capisce bene perché il mercato stia premiando prodotti di questa fascia: non monumentali, non complessi, non introvabili, ma bevibilissimi, e dal costo non omicida. 

Le foto sono di David Levêque e Howard Bouchevereau su Unsplash.

Fabio Rizzari
Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, a cominciare da Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. È relatore per l’Accademia Treccani.

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