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Vino
25/05/2026
Di Fabio Rizzari

Il caso d)

Nel piccolo ma rissoso mondo degli enofili si litiga selvaggiamente da sempre per stabilire chi abbia ragione tra chi pensa che un buon vino sia buono da subito – cioè che nasca buono – e che tale rimanga, con poche variazioni, fino alla fine della sua vita; e chi ritiene che un vino scorbutico o addirittura sgradevole da giovane abbia qualche possibilità di migliorare con il tempo. Una variazione enoica sul tema del brutto anatroccolo, insomma. A margine, non che tra appassionati di vino i soggetti di polemica manchino, eh. Questo tema è solo uno delle migliaia di soggetti sui quali ci si scorna a intervalli regolari.

Un buon vino nasce buono?

Le possibili declinazioni pratiche sono quasi infinite e non mi ci addentro di sicuro. Ma un’esperienza stappatoria ormai quarantennale credo mi legittimi a trarre qualche – temeraria – conclusione.

a) L’evidenza statistica principale conferma che il vino buono nasce tale e tale rimane per anni e talvolta decenni. Ciò non toglie che non possa attraversare fasi di minore espressività o vera e propria catalessi temporanea. È quella che potremmo definire la sequenza principale (prendendo in prestito la catalogazione delle stelle nel diagramma di Hertzprung-Russell).

b) Con una ricorrenza nei numeri quasi altrettanto significativa, il vino buono nasce tale ma il tempo non è dalla sua parte e quindi lo trasforma, spesso in peggio. È il caso di vini buoni e veri, ma fragili, poco attrezzati ad affrontare gli insulti del tempo: un rosato può essere squisito – perché “sul frutto” – nei primi due anni di vita, ma può risultare una sorta di rosolio appannato dopo tre o quattro anni di bottiglia, quando la tonicità del frutto si è spenta.  

c) Un vino che nasce cattivo tale rimane indefinitamente, per un giorno o vent’anni. Su questo nessun dubbio possibile. Anche questa è un’evidenza empiricamente assodata.

d) Minoritario come frequenza nelle stappature, ma nondimeno reale e tangibile, il caso di un vino che nasce da uve sane e mature e da mani sicure in vinificazione, ma che si ostina a mostrare soltanto una piccola parte del suo potenziale nei primi anni di vita; o anche nessuna parte. Alcuni vini, testardi come muli, rimangono chiusi a riccio addirittura nei primi decenni in cantina.

Ottimismo e fiducia

Delle due suddette fazioni di enofili, la prima ripone una fiducia talvolta irragionevolmente ottimista nel fatto che un vino scontroso o in apparenza cattivo possa migliorare molto affinandosi in bottiglia. Il secondo gruppo ritiene invece che ciò non sia vero; che cioè un vino ostile o malfatto (pur firmato da grandi vignaioli) non possa cambiare in maniera significativa: uniformando in sostanza questa fattispecie alla casistica di cui al punto c).
Personalmente ho avuto parecchie riprove che il punto d) è concreto e reale. Un solo esempio, risalente a poco tempo fa. Ultima bottiglia di un lotto di sei, acquistata a un costo più che umano un quarto di secolo fa, un Nuits-St-Georges di Alain Michelot 1988 si è proposto in versione del tutto trasfigurata rispetto ai suoi primi “passi” nel vetro. Vediamo il percorso delle bevute:

1) prima bottiglia, ca. 2002: un blocco di ghisa inattaccabile. Profumi: zero. Gusto: sottozero. Tannini in apparenza verdi e duri, dal tocco ruvido. Nessun remoto lato edonistico, ostilità diffusa. Conclusione ovvia: un rosso da uve immature, che rimarrà tale per sempre.

2) seconda bottiglia, ca. 2006: idem.

3) terza bottiglia, ca. 2010: idem.

4) quarta bottiglia, ca. 2016: qualche debole luminescenza, come un pesce abissale appena visibile in un mare di oscurità

5) quinta bottiglia, ca. 2020: espressivo al naso, sui toni di lampone, decisamente più sciolto e flessuoso al gusto. Tannini gustosi, rinfrescanti, tutto meno che abrasivi. Finale, tuttavia, un po’ rigido.

6) sesta e ultima bottiglia, marzo 2026: arioso, appena segnato dalla terziarizzazione, qualche nota di sottobosco, lampone in versione candita, sapore ampio e ritmato, grana tannica sottile, nessun senso di crudezza.

Faccio notare a margine che se in precedenza lo avessi bevuto una sola volta, sarei stato autorizzato a pensare di essere incappato in una bottiglia difettosa. Ma così non è stato. Si trattava manifestamente – almeno per me – del raro caso d).     

La foto di apertura è di Thomas Franke su Unsplash.

Fabio Rizzari
Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, a cominciare da Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. È relatore per l’Accademia Treccani.

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