Il centesimino di Oriolo, un’altra bella storia romagnola
Ci sono vitigni che non hanno mai avuto bisogno di farsi notare per esistere. Il centesimino appartiene a questa categoria: una presenza silenziosa, radicata nelle colline di Oriolo dei Fichi, capace però di raccontare come pochi il legame profondo tra viticoltura, territorio e memoria. La sua è una storia che attraversa il Novecento romagnolo senza clamori, fatta di sopravvivenze, intuizioni e scelte controcorrente.

La storia
Per decenni quest’uva nera, lievemente aromatica, è stata conosciuta localmente come Savignôn Rosso. Un nome tramandato per consuetudine, senza riferimenti ampelografici certi, mentre poche piante continuavano a vivere quasi protette, addirittura all’interno di un giardino faentino. È qui che il centesimino riesce a superare indenne anche il trauma della fillossera, un evento che segna invece la scomparsa di molti altri vitigni minori della zona.

Il passaggio decisivo avviene grazie a Pietro Pianori, soprannominato “Centesimino”, che intuisce il valore di quella vite antica e decide di non lasciarla scomparire. È a lui che il vitigno deve il nome con cui oggi lo conosciamo, ma soprattutto il ritorno alla coltivazione. Un recupero lento, paziente, portato avanti in un contesto agricolo che in quegli anni guardava altrove, verso varietà più produttive e facilmente spendibili sul mercato.
La svolta arriva sul piano scientifico nei primi anni Duemila, quando le ricerche ampelografiche chiariscono definitivamente l’identità del centesimino: un vitigno autonomo, privo di legami genetici diretti con le grandi famiglie varietali italiane ed europee. Nel 2004 l’iscrizione al Registro Nazionale sancisce ufficialmente ciò che i vignaioli di Oriolo avevano sempre sostenuto: il centesimino è un unicum, profondamente legato al suo ambiente di origine.

I produttori
Oggi il centesimino resta un vitigno di nicchia, ma ben rappresentato da un gruppo di produttori che ne custodiscono e interpretano l’identità. Il cuore produttivo rimane il distretto di Oriolo dei Fichi, dove operano realtà come Ancarani, Spinetta, Leone Conti, Zoli, Cantina San Biagio Vecchio e Poderi Morini, ciascuna con una propria lettura stilistica ma unite da una comune attenzione alla tipicità e al legame con il territorio. A queste si affianca Tenuta Santa Lucia, nel cesenate, che testimonia come il centesimino possa trovare espressione anche al di fuori del suo nucleo storico, mantenendo comunque una riconoscibilità precisa.
Dal punto di vista sensoriale, il Centesimino colpisce innanzitutto per la freschezza, una cifra costante anche nelle annate più calde. Il colore è rubino intenso in gioventù, con riflessi violacei, per poi evolvere verso tonalità granate con il tempo. Il profilo aromatico si muove su un registro riconoscibile: fiori come rosa e viola, note speziate di anice e liquirizia, piccoli frutti rossi e neri, richiami di sottobosco che non risultano mai forzati.
Al palato è secco, equilibrato, con un tannino ben presente ma misurato, capace di accompagnare il sorso senza irrigidirlo. È un vino che offre una lettura immediata nella sua versione più giovane, ma che dimostra una sorprendente attitudine all’evoluzione, mantenendo tensione e integrità anche dopo molti anni.

Un incontro di approfondimento
Queste caratteristiche sono emerse con particolare evidenza anche durante un recente incontro dedicato al centesimino, organizzato dalla rivista online Egnews, diretta da Francesco Turri, che ha riunito produttori, enologi e giornalisti per un confronto aperto su identità, stile e prospettive future del vitigno. Tra i momenti più significativi, l’apertura di una bottiglia del 1968, portata da Carlo Mingazzini, nipote di Pietro Pianori. Conservata con tappo meccanico, la bottiglia ha restituito un vino sorprendentemente vivo, integro, ancora capace di raccontare il territorio con chiarezza, confermando il potenziale di longevità del centesimino. Oggi la sfida è quella di consolidarne l’identità, rafforzando il legame con Oriolo dei Fichi senza trasformarlo in una gabbia, e continuando a lavorare su qualità e coerenza stilistica.

A chiudere la giornata, il pranzo alla Trattoria Manuëli ha ricordato cosa significhi davvero continuità. Nata all’inizio del Novecento come osteria di campagna, quando si arrivava in bicicletta per fare merenda, ha attraversato il tempo senza mai interrompere il filo della propria storia. Nessuna consacrazione ufficiale, nessuna medaglia appuntata al petto, ma una cucina che da generazioni continua semplicemente a funzionare. Una di quelle trattorie che, come certi grandi attori mai premiati, meriterebbero un Oscar alla carriera per costanza, serietà e identità.

Oggi a “dirigere l’orchestra” c’è Alieto, con i figli Flavio e Danilo: e non è solo una metafora. Quando in sala c’è un compleanno, la tromba e la chitarra entrano davvero in scena, trasformando il pranzo in un momento di condivisione autentica, mai forzata. Seduti a quel tavolo, tra piatti che parlano la lingua della Romagna senza traduzioni, il centesimino ha trovato il suo contesto naturale. Non un palcoscenico, ma una casa. Ed è forse lì che questo vino si capisce meglio.
