Il grande tabù del vino: la lotta di classe che nessuno vuole combattere
Nel suo recente articolo per Wine-Searcher, il giornalista James Lawrence denuncia come il mondo del vino stia perdendo la sua battaglia più importante contro il classismo. Nonostante le lodevoli campagne internazionali per l’inclusione, il settore rimane economicamente inaccessibile a chi non possiede ingenti capitali di partenza o terreni di famiglia.Attraverso le testimonianze di piccoli produttori indipendenti e vignaioli nomadi, emerge il ritratto di un’industria che rischia di relegare il talento a un ruolo del tutto marginale. Le soluzioni pratiche passano per una retribuzione più equa ai livelli d’ingresso e per la condivisione degli spazi, affinché la viticoltura non resti un’esclusiva delle élite.
L’inclusione a metà e il peso del portafoglio
Il mondo del vino ha un profondo problema di diversità, ma la questione si estende ben oltre i confini finora esplorati dalle cronache. Stando a un sondaggio pubblicato dall’ente britannico Drinks United e ripreso nell’articolo di James Lawrence per il portale Wine-Searcher, il settore delle bevande nel Regno Unito è afflitto da un grave problema di discriminazione: un partecipante su cinque dichiara di non sentirsi al sicuro sul posto di lavoro, mentre un dipendente su tre ha subito molestie. A pagare il prezzo più alto sono le donne, i membri della comunità Lgbtqia+ e i dipendenti più giovani, con oltre la metà degli episodi che passa sotto silenzio. Questa fotografia offre argomentazioni inattaccabili a chi promuove iniziative per la diversità, l’equità e l’inclusione, ma in questa pur sacrosanta miopia si rischia di smarrire una domanda cruciale che riguarda prettamente l’estrazione sociale.
Oggi, nonostante i continui stravolgimenti tecnologici e culturali, l’enologia rimane una delle professioni più chiuse e impermeabili a livello strutturale. Chi tenta di farne parte senza possedere terre, un’eredità familiare alle spalle o massicci capitali di rischio si ritrova a combattere una battaglia impari. È una dinamica ben nota anche nel panorama italiano, dove i costi proibitivi dei terreni nelle denominazioni di pregio, dalle colline piemontesi del nebbiolo alle patrie toscane del sangiovese, tagliano fuori in partenza i giovani brillanti ma privi di risorse. Se si vuole discutere seriamente di accesso al mondo del vino, bisogna chiedersi chi possa permettersi di varcare quella soglia, superando barriere economiche che spesso fagocitano le stesse questioni di genere o identità.
Il talento in panchina e l’illusione della cooperazione
A confermare questa amara verità sono le voci di chi vive la vigna in trincea. Il vignaiolo errante Darren Smith, fondatore del progetto The Finest Wines Available to Humanity, non usa mezzi termini: il grosso del lavoro sporco e faticoso viene svolto da persone sottopagate che faticano a fare carriera. Secondo Smith, il denaro e le proprietà immobiliari contano infinitamente di più del curriculum. Perfino il miglior giovane enologo del mondo ha bisogno di investitori esterni o di un colpo di fortuna sfacciato per emergere, e per molti il successo si traduce in una semplice sopravvivenza economica. La competenza tecnica e il talento passano inevitabilmente in secondo piano rispetto all’accesso al credito.
La medesima frustrazione è condivisa da Sergio Verrillo, cofondatore di una piccola cantina urbana londinese, il quale sottolinea come le barriere all’ingresso non si siano mai abbassate nonostante la retorica contemporanea sull’inclusione. L’ironia di fondo è lampante: l’enologia è un mestiere profondamente pratico e artigianale che in teoria dovrebbe risultare accessibile a chiunque sia disposto a sporcarsi le mani. Nella pratica, però, l’ingresso nel settore richiede la disponibilità economica per affrontare lunghi periodi di lavoro non retribuito, per viaggiare da un emisfero all’altro inseguendo le vendemmie e per autofinanziarsi gli studi. Le grandi cooperative, nate con lo scopo mutualistico di proteggere i piccoli coltivatori, finiscono spesso per trasformarsi in gabbie finanziarie da cui è impossibile scappare, imponendo prezzi delle uve talmente bassi da garantire a malapena la sussistenza.
Dal sogno americano ai nuovi vignaioli nomadi
Occasionalmente la cronaca regala storie a lieto fine di individui capaci di costruire imperi dal nulla, ma restano eccezioni statistiche. In California, un piccolo e caparbio gruppo di messicano-americani è riuscito a trasformarsi in una generazione di stimati produttori, partendo dalle dure fatiche nei campi come braccianti migranti. La parabola di Reynaldo Robledo è emblematica: arrivato negli Stati Uniti a sedici anni nel 1968, ha lavorato sodo fino a fondare la Robledo Family Winery nel 1997. Tuttavia, queste traiettorie da romanzo sono sempre più rare ed esclusive.
Il ventunesimo secolo ha visto invece emergere vie alternative, come il modello produttivo nomade scelto dallo stesso Smith per svincolarsi dalle carenze strutturali. Cresciuto in una modesta casa popolare dello Yorkshire in una famiglia astemia, Smith ha scoperto la viticoltura attraverso i campi di volontariato agricolo, per poi approdare a uno stage in Portogallo. Un incontro fortuito con il celebre Dirk Niepoort gli ha aperto le porte di una tenuta nella regione del Bairrada, dove ha potuto vinificare le uve baga e lanciare la sua prima etichetta, il TFWATH Baga 2018. Questo approccio itinerante si sta diffondendo tra chi non ha coperture finanziarie, ma rimane una scelta di vita precaria e, in molti casi, economicamente logorante.
Retribuzioni e condivisione per salvare il futuro
Per chi è riuscito a scardinare il sistema dal basso, il cambiamento deve passare per soluzioni pragmatiche e immediate. Il primo passo è una retribuzione dignitosa per le posizioni di base: costringere i giovani a fare la fame nei primi anni di gavetta significa restringere automaticamente il bacino dei talenti ai soli eredi di patrimoni familiari. Servono percorsi di ingresso strutturati e trasparenti, stage realmente pagati e borse di studio capaci di abbattere le rette proibitive di accademie internazionali come il Plumpton College britannico, così come delle blasonate università italiane.
Anche il concetto di proprietà deve necessariamente evolversi. Molti produttori esordienti guardano agli spazi di vinificazione condivisi come a un punto di partenza imprescindibile per abbattere i costi fissi d’impresa. L’affitto collettivo e il recupero di preziose vigne storiche abbandonate rappresentano l’unica ancora di salvezza per un mestiere che ha un disperato bisogno di linfa nuova. L’industria del vino, come ogni altro comparto produttivo, non può che trarre enorme beneficio da un pluralismo di prospettive, ma le linee di demarcazione sono oggi tracciate dai conti in banca ancor prima che dalle origini etniche o dall’identità sessuale. Se il settore non si accorge in fretta del problema, la classe lavoratrice resterà la grande, silenziosa esclusa di questa scintillante narrazione.