Il Grillo di Mozia e dintorni
Un luogo comune ricorrente – che non sfugge alla retorica da dépliant – è che la Sicilia sia un mini continente. È un’affermazione fondata, perché raramente in altre parti d’Italia si possono trovare differenze tanto marcate tra una zona e un’altra: certi paesaggi lunari di Enna o di Gela e le pendici innevate dell’Etna sembrano appartenere a due mondi diversi, così come – per dirne un’altra – l’areale boscoso delle Gole dell’Alcantara e il severo, brullo entroterra della campagna agrigentina.
Lo Stagnone di Marsala
Uno dei territori più sorprendenti dell’isola è lo Stagnone di Marsala, che colpisce anche il visitatore più cinico per la presenza contemporanea di un panorama pienamente mediterraneo, come quello delle locali saline, e di incongrui mulini a vento, più coerenti con un paesaggio nordico.
Ancora più misterioso e attraente è l’isolotto di Mozia, precariamente al centro del placido Stagnone. Scrivo precariamente perché Mozia si trova appena un metro sopra acque salatissime, che prima o poi potrebbero bruciare ogni forma di vita vegetale presente. E tra le forme di vita vegetale per noi enofili più interessanti, Mozia ospita la vite da almeno tremila anni. Qui, poste scenograficamente tra reperti archeologici fenici e greci, le vigne di grillo danno spesso vini di notevole qualità.

L’energia del Grillo
Ammetto di coltivare da tempo un pregiudizio positivo verso qualsiasi vino che provenga dalla varietà grillo. Anche vinificate in modo approssimativo, infatti, quelle uve sono di solito capaci di dare al prodotto finale una peculiare energia, una sorta di luminosità interna che è raro trovare più a sud dell’Irpinia. Mi confessava tempo fa Laura Orsi, enologa delle diverse tenute di Tasca d’Almerita: “Le uve grillo di Mozia sono quasi sempre le più bruttine da vedere quando arrivano in cantina, ma sono anche quasi sempre quelle che danno il bianco più energico e reattivo di tutti”.
Tasca d’Almerita ha da più di un decennio accordi con la proprietà dell’isola, la Fondazione Whitaker, per poter coltivare e vinificare le uve grillo dell’isolotto. Ne nasce un bianco nitido, succoso, sapido, mai in debito di slancio. Un bianco in grado di affrontare peraltro un buon periodo di maturazione in bottiglia, anche superiore ai 6-7 anni. Non lontano, proprio di fronte alla Stagnone, Giacomo Ansaldi e famiglia producono un bianco da uve grillo dal carattere simile: il Bianco di Abbadessa (che riporta in etichetta l’indicazione curiosa e un po’ stonata di “premier cru”) ha freschezza, timbro salino netto ma non invadente, gusto ritmato, incisivo, persistente. La gradazione alcolica, relativamente bassa (12,5 gradi nel 2023), ne rafforza l’identità di bianco pienamente gastronomico.
