Il Metodo Martinotti in Inghilterra
Nel Kent la MDCV UK di Mark Dixon produce sparkling wine con il metodo Charmat, più veloce ed economico del metodo classico che ha reso celebre lo spumante inglese. L’azienda ha venduto mezzo milione di bottiglie l’anno scorso e punta a cinque milioni entro il 2030, sfidando apertamente Prosecco e Cava. La differenza tra “English sparkling wine” e “sparkling wine of England” nasconde metodi, tempi e prezzi molto diversi, difficili da decifrare per il consumatore. Attorno al progetto ruotano ambizioni di sostenibilità ed enoturismo, ma anche i mal di pancia dell’establishment vinicolo inglese.
Il racconto è firmato da Jancis Robinson, dopo una visita nel Kent. Il punto di partenza è un gioco linguistico tutt’altro che innocente: che differenza c’è tra “English sparkling wine” e “sparkling wine of England”? Parecchia, a quanto pare, e si misura in almeno quindici sterline sullo scaffale e in almeno quattro anni di lavorazione, perché la prima categoria matura per anni in bottiglia, la seconda per pochi mesi in una gigantesca autoclave. Il rimprovero più ricorrente allo spumante inglese fatto come lo Champagne, con il metodo classico, è di costare troppo, ed è proprio su questa crepa che si è inserito Mark Dixon.
Il disruptor arrivato dagli uffici in affitto
Imprenditore dell’Essex ora residente a Monaco, Dixon deve la propria fortuna al gruppo di uffici arredati un tempo noto come Regus e oggi come IWG. La sua azienda vinicola britannica, MDCV UK, è specializzata in quello che chiama, con nome accurato ma ambiguo, “sparkling wine of England”, prodotto in autoclave in pochi mesi con il metodo Charmat o cuve close, lo stesso della gran parte del Prosecco. I numeri raccontano l’ambizione: mezzo milione di bottiglie vendute l’anno scorso, un raddoppio previsto quest’anno secondo il suo braccio destro in Inghilterra Gary Smith, il pareggio di bilancio atteso entro un anno e mezzo e l’obiettivo dichiarato di arrivare a cinque milioni di bottiglie l’anno e diventare il maggior produttore di vino inglese entro il 2030. Per dare la misura, l’intera produzione di spumante inglese a metodo classico è stata di 6,2 milioni di bottiglie nel 2024, con Chapel Down, anch’essa nel Kent, come leader attuale.
Il quartier generale è la tenuta Silverhand, 1.400 acri di dolci colline del Kent a sud di Gravesend, sull’estuario del Tamigi. Le prime viti sono state messe a dimora nel 2019, ma già oggi si tratta del più grande vigneto singolo d’Inghilterra, e la cantina lavora anche uve provenienti da vigneti acquisiti nell’East Sussex e nella alla moda Crouch Valley, nell’Essex. Il vanto dell’azienda sono due autoclavi da 600 ettolitri, tanto imponenti che, raccontano, per portarle in Inghilterra si è dovuto chiudere il traforo del Monte Bianco. Siamo dei disruptor, spiega compiaciuto Smith, il cui scopo è far crescere la categoria offrendo un vino inglese dal prezzo accessibile, capace di competere con Prosecco e Cava e per giunta da vigneti più vicini a chi beve.
Un’ambiguità che confonde il consumatore
Il ragionamento ha una sua logica, ammette l’autrice: se è impossibile trovare uno spumante inglese a metodo classico sotto le trenta sterline, un’enorme fetta di potenziali consumatori resta tagliata fuori. D’altro canto, chi assaggia gli esempi di Charmat della MDCV UK oggi in vendita nei supermercati britannici attorno alle quindici sterline, come il Bramble Hill di Marks & Spencer o il Kingscote di Tesco, difficilmente li troverà convincenti quanto i più costosi metodo classico, e rischia di farsi passare del tutto la voglia di bollicine inglesi.
Non stupisce che pochi, nell’establishment del vino inglese, siano entusiasti dell’arrivo di Dixon, anche se in teoria il consumatore dovrebbe distinguere i due tipi dal marcato divario di prezzo. Al ristorante, però, la faccenda si complica: la MDCV fornisce grandi quantità della Ivy Cuvée, presentata in modo un po’ fuorviante nella carta del gruppo di ristoranti come “English Sparkling Wine” a 69,95 sterline la bottiglia. Ricordare la differenza tra “English sparkling wine” e “sparkling wine of England” è probabilmente troppo per la maggior parte dei bevitori, e ci sarebbe un argomento per pretendere che il metodo di produzione sia esplicitato in etichetta. Ma anche qui, si chiede Robinson, quanti capiscono la differenza tra “metodo classico” e “metodo autoclave”? È roba da appassionati incalliti sapere che quasi tutto il Prosecco di massa nasce in autoclave, mentre il Cava, che pure fatica nonostante prezzi bassissimi, si fa con il più costoso metodo classico.
Sostenibilità, robot e turismo
Smith, intanto, si è abilmente inserito nell’organizzazione dei produttori WineGB, di cui ora siede nel consiglio. E Silverhand ha puntato tutto sulla sostenibilità, con un ventaglio di pratiche senza pari: prima tenuta britannica a raggiungere lo status carbon-negative senza compensazioni, vigne coltivate in biologico con inerbimento e senza chimica di sintesi, e ora la sperimentazione dell’agricoltura rigenerativa incentrata sulla salute del suolo. L’azienda dichiara di aver piantato ventimila essenze da siepe autoctone in tre anni, di aver appena ottenuto la certificazione B Corp e fa un vanto delle bottiglie più leggere, persino per gli spumanti, anche se il suo Charmat, più frizzante della media con sei bar di pressione, richiede un vetro più pesante dei 600 grammi raccomandati.
Sei torri per la fauna selvatica, realizzate con materiali riciclati e progettate insieme all’agenzia stradale britannica, ospitano barbagianni e altre specie, mentre durante la visita Robinson si è vista elencare con entusiasmo allodole, pecore, bovini Longhorn, cervi, rondini, scarpate di orchidee, un campo di lavanda, alpaca e tassi, oltre a una piattaforma per lo yoga affacciata sulla vista migliore. Silverhand sostiene di essere l’unico vigneto britannico con una squadra dedicata alla conservazione, cinque persone, e i suoi 160 dipendenti a tempo pieno comprendono ex gurkha, portati ogni giorno in navetta dai dintorni. Ci hanno cambiato la vita, dice Smith senza troppa diplomazia, perché affidarsi ai locali che non si presentavano era senza speranza; a completare l’opera, un robot viticolo capace di lavorare fino a sedici ore al giorno. Il lavoro, del resto, non si limita a vigna e cantina: il team ha rilevato il pub del posto, gestisce un affollato centro visite, prevede di offrire ospitalità e conta di accogliere quindicimila visitatori quest’anno, con l’obiettivo di arrivare a cinquanta o sessantamila.
Un impero franco-inglese, e la crisi che aiuta
L’impero provenzale di Dixon, MDCV (acronimo di Maisons, Domaines, Châteaux et Vignobles), comprende diverse tenute, è incentrato sul lussuoso hotel e ristorante Château de Berne, ma vende anche ingenti quantità di rosé di Provenza a prezzi stracciati ai supermercati francesi, senza alcun accenno a biologico o sostenibilità. La filiale britannica, come molti tra i produttori inglesi commercialmente più efficaci, sta approfittando dell’attuale eccesso di scorte: l’anno scorso, racconta Smith, ha potuto comprare uve a settecento sterline la tonnellata, circa un quinto del prezzo chiesto in precedenza. Un problema per lo spumante inglese, chiosa Robinson, sembra rivelarsi una manna per il “vino frizzante d’Inghilterra”.