Il miracolo del vetro siciliano conquista Forbes: l’economia circolare che avevamo “visto” a Giarre
Mentre Forbes accende i riflettori globali sul sistema siciliano di riciclo del vetro, lodando l’efficienza del programma SOStain e della bottiglia “CentoperCento Sicilia”, noi ritroviamo in questa analisi le conferme di quanto emerso con forza a Giarre. L’isola ha creato un ecosistema perfetto tra O-I Glass, Sarco e produttori per abbattere la CO2 e sfatare il mito del vetro pesante. Un modello virtuoso che unisce etica e industria, dimostrando che la sostenibilità non è un costo ma una strategia di territorio.
Fa un certo effetto leggere sulle colonne di Forbes l’elogio incondizionato di un modello industriale che, proprio pochi mesi fa, avevamo visto svelarsi sotto i nostri occhi nella splendida cornice di Radicepura a Giarre. In quell’occasione, durante la Terza Giornata Nazionale AIS per la Sostenibilità, avevamo intuito che il progetto siciliano sul vetro non fosse solo un virtuosismo locale, ma una potenziale lezione per il mondo. Oggi, l’articolo di Emily Cappiello sulla testata economica statunitense conferma quella sensazione: la Sicilia ha costruito un sistema a circuito chiuso per le bottiglie di vino che, semplicemente, “funziona davvero” e che potrebbe insegnare molto anche ai giganti d’Oltreoceano.
Il punto di partenza dell’analisi americana è un dato tecnico brutale che risuona perfettamente con quanto Chiara Ponti, Sustainability Manager di O-I Glass, aveva illustrato alla platea AIS lo scorso ottobre: il vetro è uno degli elementi più radicati nella tradizione vinicola, ma è anche il suo tallone d’Achille ecologico. Il packaging e il trasporto possono rappresentare fino al 74% dell’impronta di carbonio totale di una bottiglia, oscurando le emissioni della vigna stessa. È qui che interviene SOStain, il programma per la viticoltura siciliana promosso dal Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia e da Assovini Sicilia, le cui rigide regole ci erano state raccontate a Giarre da Giuseppe Bursi, presidente di Cantine Settesoli.
Forbes descrive la visione siciliana come un approccio olistico, basato sul principio che l’attività agricola debba guardare oltre i confini del campo coltivato. L’adesione al protocollo è volontaria, ma una volta dentro, il rispetto dei dieci requisiti minimi è ferreo, inclusa la riduzione non negoziabile del peso della bottiglia. Il cuore di questa iniziativa è una filiera totalmente localizzata che mantiene la produzione, il riciclo e il riutilizzo del vetro interamente entro i confini regionali. Il processo è un ingranaggio perfetto: i cittadini siciliani separano il vetro; questo viene raccolto, pulito e lavorato da SARCO (azienda leader nella gestione rifiuti), per poi essere rifuso nello stabilimento O-I Glass di Marsala, l’unica vetreria presente sull’isola.
Il risultato tangibile, celebrato tanto a New York quanto a Giarre, è la bottiglia “CentoperCento Sicilia”: un formato leggero da 360-410 grammi, realizzato utilizzando oltre il 90% di vetro riciclato proveniente esclusivamente dai flussi di rifiuti siciliani. Dal 2023, le cantine certificate ne hanno utilizzate più di 11 milioni. Alberto Tasca, presidente della Fondazione SOStain, spiega a Forbes che questo livello di controllo permette di garantire impatto ambientale e qualità senza che il vetro lasci mai l’isola. Non si tratta del complesso “vuoto a rendere” (lavaggio e riutilizzo), ma di un riciclo ad altissima efficienza che abbatte drasticamente i trasporti.
Un aspetto cruciale su cui l’articolo americano insiste è la purezza della materia prima. Affinché il sistema regga, il rottame di vetro deve essere incontaminato. Il lavoro meticoloso di SARCO garantisce che alla fornace di Marsala arrivi solo materiale di alta qualità. E proprio su questo punto tornano alla mente le parole di Chiara Ponti al convegno AIS, quando sfatò due miti duri a morire: il vetro riciclato ha la stessa identica qualità strutturale di quello vergine e, soprattutto, una bottiglia più spessa e pesante non conserva affatto meglio il vino.
Tuttavia, come nota Forbes, c’è ancora un ostacolo culturale: la percezione. Molti consumatori, specialmente negli Stati Uniti (ma anche in Cina, come ricordava Bursi citando le difficoltà commerciali), associano ancora il peso del vetro al prestigio del contenuto. È qui che il ruolo del sommelier e del comunicatore diventa fondamentale per educare il mercato. Tasca ammette che i produttori devono navigare tra sostenibilità e aspettative di lusso, ma il caso siciliano dimostra che il cambiamento è possibile se supportato dalle infrastrutture.
La domanda che la rivista si pone è se questo modello sia replicabile altrove. In teoria sì, ma la Sicilia gode di una congiunzione astrale favorevole: produzione concentrata, rete di riciclo attiva e vetreria in loco, elementi spesso assenti in molte regioni americane. Eppure, la lezione che arriva dal Mediterraneo è chiara: l’economia circolare funziona quando c’è una visione condivisa. Come conclude Tasca: “Non è solo un’innovazione tecnica, ma un cambiamento culturale”. Un cambiamento di cui noi, a Giarre, eravamo stati testimoni privilegiati e che oggi il mondo ci invidia.