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Vini del Mondo
18/06/2025
Di Redazione AIS

Il miracolo dell’Alsazia: la rinascita di un terroir che ha sconfitto la storia

L’articolo firmato da Andrew Jefford sulla rivista britannica World of Fine Wine esplora la straordinaria rinascita enologica dell’Alsazia partendo da un’emozionante degustazione. Il racconto ripercorre i secoli di conflitti sanguinosi che hanno flagellato borghi storici come Riquewihr, ritardando drammaticamente la classificazione dei grandi suoli vitati. A differenza di altre regioni storiche, infatti, l’Alsazia ha iniziato solo in epoca recente a mappare i propri cru, ricordando il percorso intrapreso da prestigiose denominazioni italiane come il Barolo. Oggi questa terra rappresenta la frontiera enologica più affascinante di Francia, grazie al lavoro di vignaioli devoti all’esaltazione assoluta della singola parcella.

La scintilla della grande narrazione enologica scocca spesso dai dettagli più inaspettati, come una mezza bottiglia dimenticata e stappata forse con un pizzico di rammarico per non averne acquistate di più. È esattamente ciò che accade nell’ultimo, affascinante pezzo firmato dal critico britannico Andrew Jefford e pubblicato sulle pagine della prestigiosa rivista World of Fine Wine. Il pretesto del racconto è l’assaggio di un vino che sembra fermare il tempo: un Hugel Grossi Laüe Gewurztraminer del 2011. Nel calice descritto dal critico prende vita una meraviglia assoluta, un nettare disarmante che, nonostante i quattordici anni di invecchiamento nel formato ridotto, si presenta pallido, aggraziato e privo di quelle spigolosità che talvolta affliggono la tipologia. Note di miele, fiori e zenzero danzano su una tessitura cremosa, restituendo una beva che è pura armonia. L’autore si sofferma su un dettaglio tecnico cruciale: la necessità ineludibile di un residuo zuccherino per questa varietà. Un Gewurztraminer totalmente secco, ricorda Jefford citando il celebre vignaiolo alsaziano Jean Boxler, rischia inevitabilmente di smarrire la propria risonanza intrinseca, lasciando sul palato una sgradevole scia amarognola. Questa bottiglia, invece, dissimula magistralmente i suoi quattordici gradi e mezzo di alcol, rivelandosi un raro capolavoro di proporzioni e finezza.

Il peso di un passato di sangue

La forza dell’articolo risiede tuttavia nella capacità di trasformare una semplice nota di degustazione in un profondo e doloroso viaggio nella memoria europea. Quella specifica bottiglia è stata acquistata nel borgo fortificato di Riquewihr, un paese che sembra uscito da un libro di fiabe con le sue caratteristiche case a graticcio dalle tinte pastello. Dietro questa apparente serenità, Jefford ci ricorda che la storia dell’Alsazia è stata forgiata da secoli di devastazioni inimmaginabili. Quando il capostipite Hans Ulrich Hugel vi giunse dalla Svizzera nel 1639, l’Europa era dilaniata dalla sanguinosa Guerra dei Trent’anni. L’intera regione, che prima del conflitto vantava oltre quattrocento fiorenti villaggi vitivinicoli e rivaleggiava in prestigio con Bordeaux, fu decimata da carestie e feroci scorribande mercenarie, arrivando a perdere metà della propria popolazione. L’autore traccia un affresco storico implacabile: dalla guerra franco-prussiana alle due guerre mondiali, l’Alsazia ha cambiato nazionalità per ben quattro volte, subendo sotto il dominio tedesco un’industrializzazione forzata dei vigneti che prediligeva in modo sistematico i grandi volumi a discapito della qualità.

La rincorsa al tempo perduto

È proprio in questo drastico ritardo storico, ci spiega l’autore, che risiede oggi l’enorme fascino della regione. Il moderno sistema delle denominazioni di origine in Alsazia è giunto tardivamente nel 1962, e ha dovuto attendere fino agli anni Ottanta e Novanta per vedere finalmente riconosciuti in modo ufficiale i suoi eccezionali grand cru. Si tratta di una dinamica che risulta estremamente familiare al lettore italiano: proprio come è avvenuto nel nostro Paese con la complessa ma vitale mappatura delle Menzioni Geografiche nel Barolo o nel Barbaresco, l’Alsazia ha dovuto lottare per recuperare il tempo perduto. Il critico britannico traccia un paragone impietoso ma illuminante con la Borgogna, una terra che ha potuto studiare, mappare e comprendere i propri preziosi vigneti per oltre mille anni in condizioni di sostanziale pace. I produttori alsaziani, al contrario, hanno alle spalle meno di trenta vendemmie per decifrare i loro migliori appezzamenti sotto l’egida delle nuove classificazioni.

La rivincita della singola parcella

Questa titanica rincorsa al tempo perduto, secondo Jefford, rende oggi l’Alsazia la regione vinicola più eccitante di Francia. L’articolo di World of Fine Wine illustra come la rinascita di questo territorio non si stia limitando a un asettico incrocio tra cinque vitigni e una cinquantina di grand cru, ma si stia piuttosto evolvendo verso un’indagine maniacale della singola parcella e dello specifico microclima. L’etichetta stessa che dà il via alla narrazione, Grossi Laüe, è in realtà un termine dialettale alsaziano che indica i grandi suoli, adottato originariamente dalla famiglia Hugel per superare le rigidità del sistema burocratico prima di abbracciare apertamente la dicitura ufficiale per appezzamenti grandiosi come lo Sporen. In questo fazzoletto di terra stiamo assistendo al trionfo dell’identità del suolo sull’uva pura e semplice. Jefford cita infatti il lavoro rivoluzionario di artigiani di culto come Jean-Michel Deiss, instancabile pioniere della complantazione in stile borgognone per esaltare l’energia del sito, e Olivier Humbrecht, impegnato a scavare in profondità nell’anima geologica dei propri cru. L’obiettivo condiviso da questi visionari maestri della vigna è uno solo: portare nel calice luoghi dotati di una meravigliosa e irripetibile unicità, per permetterci di sorseggiare la vera voce della terra.

Redazione AIS
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