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Vini d'Italia
29/05/2026
Di Redazione AIS

Il miracolo di Mamoiada: come il Cannonau ha salvato un paradiso nel cuore della Barbagia

Nel suo ultimo reportage per la newsletter Italy Matters, il giornalista Robert Camuto esplora la rinascita di Mamoiada, un borgo sardo sottrattosi all’industria vinicola per preservare la propria identità. Attraverso la voce dei produttori locali riuniti nell’associazione Mamojà, l’articolo racconta come il cannonau e l’antico vitigno granatza siano diventati simboli di un riscatto culturale ed economico. Dall’esperienza sul campo tra storiche vigne ad alberello e tradizionali arrosti all’aperto, emerge il ritratto di una comunità coesa, capace di attrarre una nuova generazione di giovani enologi. Questo modello di viticoltura artigianale e sostenibile dimostra come la valorizzazione delle proprie radici possa trasformarsi in un argine concreto contro lo spopolamento delle aree interne.

Un’isola nell’isola

Per gran parte della sua storia, Mamoiada è stata una sorta di isola nell’isola, un microcosmo arroccato tra le aspre colline pastorali della Barbagia, nel cuore più profondo della Sardegna. Questo borgo di duemila e cinquecento anime è rimasto per secoli così remoto, depresso e legato alle proprie rigide tradizioni da respingere, quasi per un riflesso incondizionato, l’avanzata dell’agricoltura chimica e dell’enologia moderna che hanno ridefinito il ventesimo secolo. Nonostante i suoi spettacolari pendii granitici fossero da sempre la culla ideale per il cannonau allevato ad alberello, la modernizzazione qui non ha mai trovato terreno fertile. Come racconta con acume il giornalista Robert Camuto dalle pagine della sua testata americana Robert Camuto—Italy Matters, ciò che un tempo veniva percepito come un limite si è trasformato nel terzo millennio nel più grande punto di forza di questo territorio.

Il paesaggio vitivinicolo di Mamoiada è un mosaico straordinario composto da circa trecentocinquanta ettari di vigneto, suddivisi in cinquanta storiche zone note come ghirade, veri e propri cru locali che si arrampicano fino a novecento metri di altitudine. Questa terra è curata da oltre duecento famiglie, ognuna delle quali produce da sempre il proprio vino di casa, destinato al consumo domestico o venduto localmente nei classici boccioni di plastica. Fino a poco tempo fa, i calici a stelo erano un’eleganza sconosciuta: il vino si beveva in piccoli bicchieri stretti e alti, simili a quelli usati per i superalcolici. Questa dimensione collettiva e ancestrale si manifesta in tutta la sua potenza durante le suggestive feste pagane e religiose del paese, animate dalla danza ritmica dei Mamuthones con le loro maschere scure e i vestiti tradizionali. In quelle occasioni, il vino delle diverse famiglie si fonde in un unico elisir comune che scorre liberamente per le strade del borgo.

L’orgoglio di una comunità contro l’industria

Domare un territorio simile, tuttavia, non è stato affatto semplice. Le comunità dell’interno sardo, nate originariamente per sfuggire alla malaria delle pianure, hanno convissuto a lungo con una povertà endemica, aggravata in passato dalle ombre del banditismo, dai sequestri di persona e dalle faide familiari. Quando nei primi anni cinquanta una cooperativa vinicola provò a introdurre tecniche enologiche industriali, i mamoiadini la rifiutarono fermamente, decretandone la chiusura definitiva nel 1980. Nel pezzo firmato da Camuto, il vignaiolo Francesco Sedilesu descrive perfettamente quell’epopea, paragonando i residenti a quei soldati giapponesi rimasti nascosti nelle isole del Pacifico: totalmente ignari che la guerra fosse ormai finita. L’industrializzazione italiana ha semplicemente saltato questo distretto, permettendo alla tradizione di preservarsi intatta fino alla svolta del ventunesimo secolo, quando la Barbagia è balzata agli onori delle cronache mondiali come una delle prime “Zone Blu” del pianeta per l’incredibile concentrazione di uomini ultracentenari.

La rivoluzione di Mamojà e la scelta del biologico

La longevità della popolazione locale è stata associata a diversi fattori: marcatori genetici, un ambiente incontaminato, lo stile di vita dei mamoiadini sempre in cammino sulle colline, i formidabili formaggi ovini e, non da ultimo, l’altissimo livello di antiossidanti presenti proprio nei vini da cannonau. È in questo contesto che Sedilesu ha dato vita a una vera e propria rinascita enologica ancor prima dell’uscita del famoso libro sulle Zone Blu. Figlio di viticoltori, dopo gli studi agrari e un impiego come assistente regionale, nel duemila Francesco ha unito un piccolo gruppo di produttori familiari per imbottigliare le prime tremila bottiglie. La filosofia era disarmante nella sua semplicità: il vino dei padri, un pizzico di solfiti e nient’altro, sfruttando esclusivamente i lieviti indigeni per una produzione naturale ma di altissima qualità. Quel progetto artigianale è cresciuto rapidamente, portando alla commercializzazione di trentamila bottiglie nel 2022 dalla cantina di famiglia.

Successivamente, nel 2015, l’iniziativa si è evoluta con la fondazione dell’associazione Mamojà, che oggi unisce venticinque delle quaranta cantine del paese sotto un marchio privato impresso sulle bottiglie di IGT Barbagia o Cannonau di Sardegna. I pilastri dell’associazione riflettono una visione rigorosa: conduzione biologica dei vigneti, fermentazioni spontanee, vinificazione locale e un vincolo stringente che richiede ai produttori di essere residenti a Mamoiada da almeno tre anni. Si tratta di un modello di sostenibilità a trecentosessanta gradi che impone a chiunque voglia fare vino da queste parti di integrarsi totalmente nel tessuto sociale. Sostenendo l’idea che il piccolo sia bello, Francesco ha incoraggiato i figli a creare realtà indipendenti per evitare che l’azienda storica, dovendo sostenere numerose famiglie, si trasformasse in una struttura troppo rigida e specializzata. Il vantaggio di una piccola cantina, dopotutto, è che tutti sanno fare tutto.

Calici, maialino arrosto e il fascino della granatza

Il risultato nel calice è sorprendente: i vini di Mamoiada mostrano una complessità che Camuto paragona ai grandi vecchi Grenache dal respiro mediterraneo, accostando la Barbagia alla Sierra de Gredos per i suoi vigneti di granito d’alta quota, o al Rodano meridionale. D’altronde, nell’isola si rivendica con orgoglio che il cannonau venisse coltivato ben prima dell’inizio della dominazione spagnola nel quattordicesimo secolo. Nel corso di una degustazione sulla terrazza della Cantina Mussenore di Pietro Fadda, accompagnata da un tradizionale maialino da latte cotto lentamente sulle braci di un girarrosto di fortuna, l’autore americano ha potuto apprezzare la versatilità di queste produzioni. Si spazia da interpretazioni fresche e leggere a rossi profondi e speziati provenienti da vigne centenarie, come la Ghirada Sae Bisconte 2024 del giovane Giovanni Ladu: un rosso che conserva una freschezza spiazzante nonostante un grado alcolico del quindici e mezzo per cento.

Non manca poi la scommessa sulla granatza, un vitigno a bacca bianca locale coltivato su appena venti ettari e un tempo quasi estinto, capace di regalare bianchi sapidi e tannici dalle grandi prospettive, come l’etichetta da mille bottiglie prodotta da Mussenore da un freddo vigneto esposto a nord-est. Ma al di là degli aspetti puramente tecnici sulle fermentazioni o sugli affinamenti in anfora e castagno, il vero cuore pulsante di Mamoiada resta il suo capitale umano. La comunità è un mosaico di personaggi straordinari e orgogliosi: Andrea Cossedu, che ha trasformato il suo supermercato nell’enoteca La Rossa, il muratore Osvaldo Soddu, l’ex tecnico dei telefoni Francesco Cadinu e l’ex direttore di banca Pietro Fadda, che oggi lavora la terra insieme al figlio paracadutista dell’esercito italiano.

La nuova avanguardia tra la Borgogna e la Barbagia

La nuova avanguardia stilistica di Mamoiada è invece guidata da Simone Sedilesu, trentaquattrenne alla guida di Vikevike, e dalla moglie Federica Dessolis, che gestisce la Cantina Esole nel vecchio salone di bellezza della madre riadattato a cantina. Entrambi laureati in enologia, hanno arricchito il proprio bagaglio all’estero prima di tornare a casa per produrre vini più freschi e leggeri. Simone ha appreso cosa evitare durante una vendemmia a Stellenbosch, in Sudafrica, dove ha assistito a pratiche industriali vietate in Europa, come l’aggiunta di sali d’ammonio ai mosti. Federica, dal canto suo, ha conseguito un secondo titolo a Digione e lavorato in Borgogna, affinando il palato persino al Domaine de la Romanée-Conti.

Oggi Federica produce quattro vini da appena due ettari nella pregiata ghirada Garaunele, puntando a un’eleganza simile a quella borgognona ma con un uso assai più limitato del legno. Il loro lavoro di coppia si organizza seguendo i ritmi del clima: attorno al primo settembre Federica vendemmia i suoi vigneti esposti a sud-ovest, per poi spostarsi venti giorni dopo ad aiutare il marito nei vigneti più freschi, concludendo infine il ciclo con la raccolta della granatza. La nostra redazione vede nel racconto di Camuto una lezione preziosa per l’Italia intera: il successo di questa transizione risiede nel fatto che il vino non ha fagocitato l’identità del borgo, ma l’ha protetta. Mentre in tutta Europa si assiste alla fuga dalle aree rurali, a Mamoiada la popolazione resta stabile, offrendo a intere famiglie un motivo tangibile per non abbandonare le proprie radici.

Redazione AIS
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