Il mondo del vino sta attraversando un cambiamento
Dazi, cambio generazionale, low-alcool. Come poter affrontare questo momento storico dal punto di vista della comunicazione?
L’autore si è distinto con questo articolo nella prova scritta del Concorso Miglior Sommelier d’Italia – Premio Trentdoc 2025.

Il problema di ogni comunicatore, o meglio, l’ossessione che dovrebbe togliergli il sonno è una sola: “Come posso essere compreso davvero da chi mi ascolta?”.
Non è una domanda retorica, è un salvagente. In un mondo che corre forsennatamente veloce, dove ogni informazione è verificabile (e giudicabile) in un nanosecondo, l’errore non è ammesso e la chiarezza non è una cortesia, è la nuova valuta forte.
Tempi difficili e guerre commerciali
Viviamo tempi complessi. I dazi delle amministrazioni straniere sembrano un freno a mano tirato con violenza per l’entusiasmo dei piccoli produttori che miravano a conquistare il “Vecchio West”. Eppure, chi ha memoria storica sa che queste sono “solo” oscillazioni cicliche, le classiche fasi di recessione che il mercato impone. Il vino è un ostaggio di lusso, una pedina in guerre commerciali che ignorano la fatica di chi produce. E, quindi, mentre il mondo alza barriere artificiali, noi dobbiamo alzare l’asticella della qualità reale. È questo l’unico passaporto oltre ogni dogana.
“Bisogna guardare avanti, ma a testa bassa”, direbbe il compianto Ampelio Bucci se fosse ancora qui tra noi. Proprio lui che, nello spettro dell’indecisione, ebbe la visione di puntare tutto su un’agricoltura di qualità e su una comunicazione diretta, autentica, senza fronzoli.

Parlare la lingua dei giovani
E a chi dobbiamo comunicare oggi? A generazioni che cambiano, certo, ma che nella sostanza restano immutate in uno splendido ossimoro sin dai tempi di Socrate.
Giovani che oggi hanno un potere di conoscenza potenzialmente illimitato tra le mani, ma del quale non hanno (quasi) mai letto il libretto di istruzioni fino alla fine e che sono forse più intimoriti dalle sanzioni sulle patenti di guida dettate dalle nuove normative del Codice della Strada, piuttosto che dai dazi globali.
Ed è quindi proprio adesso il momento di parlare la loro lingua, aprendo al mondo del No/Low alcohol, avendo però cura di non confondere i prodotti dealcolati tecnologicamente (anche in modo parziale) con i vini naturalmente a bassa gradazione.
Queste innovazioni possono in realtà rendere un servizio più funzionale, moderno e inclusivo – la storia dei mocktail insegna – ma dobbiamo avere l’onestà intellettuale di dire che sì, è un’opportunità di business, ma che il processo di dealcolazione comporta inevitabilmente una perdita di struttura e caratteristiche gusto-olfattive.

Educare a “bere bene”
La strategia vincente non è nascondere la polvere sotto il tappeto. È educare.
Far capire che “bere bene” significa bere meglio, con coscienza e qualità assoluta, che si tratti di un Barolo, di un low-alcohol o di un dealcolato, a prescindere dal grado alcolico o dalle barriere doganali.
In un mercato ostile, o ci si chiude a riccio o si fa squadra raccontando la verità. E nel nostro caso, significa padroneggiare il cambiamento, non subirlo.
Il vero professionista non è colui che difende le ceneri di un passato glorioso, ma chi custodisce il fuoco per il futuro. Rifiutare a priori il cambiamento significa consegnare le chiavi del mercato a chi magari non ha la nostra cultura, ma molta più fame.
Quindi, parafrasando Sun Tzu in L’Arte della Guerra: “Se non puoi batterli, alleati con loro”.