Il potere rosa nel calice: le donne scelgono i vini prodotti da donne
Promuovere esplicitamente l’imprenditoria femminile nel mondo vitivinicolo incrementa le vendite in modo netto. Uno studio americano dimostra che le acquirenti preferiscono bottiglie con chiari richiami alla firma di una donna. L’uso di elementi grafici dedicati uniti a dichiarazioni di paternità fa salire anche la propensione alla spesa. Questo coraggioso approccio di marketing abbatte i timori in un mercato dove le produttrici sono una minoranza.
Il settore vitivinicolo sta vivendo una trasformazione affascinante, e questa volta il motore del cambiamento non risiede nelle tecniche agronomiche, ma in una consapevolezza di genere che promette di riscrivere le regole del mercato. In Italia conosciamo bene il valore inestimabile delle donne nel mondo del vino, eppure troppo spesso le figure femminili al timone delle cantine tendono a mantenere un profilo basso per timore di pregiudizi in un ambiente storicamente guidato dagli uomini. A scardinare questa ritrosia interviene oggi una inchiesta rivelatrice firmata da Becky Kramer per il Washington State Magazine, testata legata alla Washington State University. Il messaggio che emerge è forte e chiaro: rivendicare con orgoglio la paternità, o meglio la maternità, di una bottiglia non è solo un atto di giustizia sociale, ma una mossa commerciale di straordinaria efficacia.
La ricerca, condotta in sinergia dalla Washington State University e dalla Auburn University, ha trovato spazio sulle prestigiose pagine dell’International Journal of Hospitality Management. Il team di studiose, composto da Christina Chi, Demi Deng e Ruiying Cai, con il prezioso contributo del professore emerito Robert Harrington, ha acceso i riflettori su un dato imprescindibile: negli Stati Uniti ben il cinquantanove percento degli acquisti di vino è effettuato da donne. Come sottolinea la professoressa Chi, il vino è un prodotto profondamente culturale in cui l’identità di chi lo produce modella in modo decisivo l’immagine del marchio. Eppure, a fronte di questo enorme potere d’acquisto femminile, le donne rappresentano appena il diciotto percento degli enologi americani e, a differenza dei colleghi uomini, esitano a mettere il proprio nome in etichetta o ad attirare l’attenzione sul proprio genere temendo infondate discriminazioni qualitative.
L’indagine ha coinvolto oltre mille consumatrici statunitensi e si è articolata in tre fasi distinte, prendendo le mosse da precedenti studi del 2024 che avevano già dimostrato una spiccata propensione del pubblico femminile verso etichette dall’estetica più aggraziata. Nella prima fase dell’esperimento, utilizzando un fittizio vino rosso da tavola della Columbia Valley, i ricercatori hanno confermato un fatto curioso: le acquirenti mostrano intenzioni di acquisto nettamente più elevate quando l’illustrazione presenta un mazzo di fiori rispetto a un austero ritratto maschile. Questo apprezzamento estetico si traduce in un vero e proprio premio economico tangibile, spingendo le partecipanti a dichiararsi disposte a pagare circa diciassette dollari e settantacinque centesimi per le bottiglie con richiami femminili, ben tre dollari e mezzo in più rispetto ai quattordici dollari e venticinque centesimi stimati per la controparte visivamente più maschile.
Il passo successivo dello studio ha dimostrato quanto le parole contino. Aggiungendo ai materiali promozionali la dicitura esplicita che rivendicava una produzione orgogliosamente femminile, l’intenzione di acquisto per le bottiglie con estetica floreale ha registrato un’ulteriore e vigorosa impennata. La terza fase dell’esperimento ha tuttavia svelato dinamiche psicologiche più complesse e inaspettate: introducendo le fotografie reali delle produttrici accanto ai fiori, l’interesse per le etichette dall’aspetto delicato è lievemente calato. Le studiose ipotizzano che, di fronte a un volto reale, l’attenzione si sposti dal messaggio di emancipazione alla ricerca di un’affinità personale con la donna ritratta, introducendo una variabile di immedesimazione non sempre scontata e universale. Al contrario, quando i volti delle viticoltrici sono stati accostati a bottiglie dall’estetica spiccatamente maschile, l’attrattiva è schizzata verso l’alto, portando le consumatrici a voler sborsare tre dollari in più a bottiglia.
Demi Deng, che prima di intraprendere la brillante carriera accademica ha lavorato sul campo come sommelier in Nuova Zelanda, confida che l’obiettivo ultimo di questo imponente lavoro è restituire visibilità a un esercito silenzioso di professioniste formidabili. Spesso si incontrano enologhe di immenso talento, ma i loro nomi finiscono per svanire tra le logiche standardizzate del mercato globale. I risultati di questa indagine suggeriscono una via d’uscita luminosa: le produttrici possono e devono dichiarare la propria identità con totale sicurezza, trasformando l’essere donna in una formidabile leva strategica, magari attraverso espositori dedicati nelle enoteche o messaggi assertivi sulle confezioni. È una prospettiva che, se applicata con intelligenza anche alle nostre eccellenze tricolori, potrebbe regalare al vino italiano una narrazione ancora più ricca, inclusiva e commercialmente inarrestabile.