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Vini del Mondo
08/07/2025
Di Redazione AIS

Il segreto vulcanico della Loira: alla scoperta del nuovo gioiello enologico d’Oltralpe

La stampa britannica ci guida alla scoperta della Loira Vulcanica, una gemma enologica nel cuore profondo della Francia.
Quattro piccole denominazioni del Massiccio Centrale si sono unite per valorizzare i loro antichi suoli basaltici e granitici.
Protagonista è il vitigno gamay, capace di esprimersi con sfumature speziate e freschezze inedite lontane dai soliti schemi.
Il rigore per la biodinamica sta rapidamente consacrando questa regione come la vera nuova frontiera dei vini di terroir.

Il primo colpo di scena, in questa storia di vini vulcanici, è che di vulcani non se ne vedono. Miranda Long lo scrive senza giri di parole su The Buyer: atterrata a Lione e diretta in auto verso ovest, fino al borgo di Marcilly-le-Châtel, si mette a cercare crateri e resta a mani vuote. L’unica eredità imponente del magma sono le antiche “canne” di basalto a vista, colate primordiali su cui oggi poggia un castello medievale.

Siamo lontani dagli château che tutti associano alla Loira. È qui, nel cuore rurale della Francia, che dal 2019 quarantasei produttori hanno messo insieme le denominazioni Auvergne, Forez, Roannais e Saint-Pourçain sotto un unico marchio, Loire Volcanique. Vini vulcanici, sì, ma non quelli a cui si pensa di solito: non l’Etna, non Pantelleria, non i Campi Flegrei.

La prima tappa è la Côtes du Forez, appena centocinquanta ettari, la più piccola delle quattro. Il suolo si divide tra basalto e antichi graniti, e il Gamay, cugino di quello del vicino Beaujolais, cambia voce a seconda di dove affonda le radici: speziato e pepato sul basalto, fresco e scattante sul granito, che qui domina. Una degustazione costruita apposta per confrontare le due espressioni, racconta Long, si è chiusa in perfetta parità.

Tra i protagonisti c’è Julie Logel, della Cave Verdier-Logel, che vinifica le parcelle separatamente: la sua cuvée La Volcanique, tutta tannini setosi, acidità vibrante e quel morso pepato, è il manifesto dell’anima basaltica. Poco distante, Gilles Bonnefoy lavora in biodinamica con Les Vins de la Madone, sulle pendici di un vulcano ormai spento. La zona ha una spiccata presenza femminile, da Stéphanie Guillot a Charlotte Conraud, e i suoi veterani: Jean-François Arnaud presenta ai colleghi stranieri la cuvée per i suoi trent’anni di attività.

La delegazione passa la notte al Château de Goutelas, a Marcoux, un maniero restaurato anche grazie a un concerto di beneficenza che vi tenne, un tempo, Duke Ellington. A tavola, una cena firmata dal tristellato Jacques Marcon con Julien Magne. Ed è lì che Long mette a fuoco un dettaglio: il Gamay non è solo. Su questi suoli crescono anche Chardonnay, Sauvignon Blanc, Viognier, Riesling, Pinot Gris e Pinot Nero, fino a spumanti di buona tensione.

A guidare l’associazione è Stéphane Serol, del Domaine Serol nella Côte Roannaise, vicino alle sorgenti della Loira. Con la moglie Carine coltiva su graniti aspri il Gamay St. Romain, un biotipo locale che, in un clima più freddo del Beaujolais, dà rossi di netta vocazione gastronomica, al punto da condividere una vigna con i leggendari Troisgros. E la regione attira anche chi arriva da altri mondi: David Michelis è passato dalle arti performative ai filari del suo Domaine Reniteo, etichette disegnate comprese.

La denominazione più estesa è Saint-Pourçain, in Alvernia-Rodano-Alpi, dove l’orgoglio locale è un’uva bianca, il Tressallier, biotipo del borgognone Sacy: tesa, vivace, affilata nella mineralità. Rossi e rosati nascono spesso dall’incontro tra Gamay e Pinot Nero. Tra i produttori più estrosi, Denis Barbara del Domaine Grosbot-Barbara.

Chiude il cerchio la Côtes d’Auvergne, sessanta chilometri intorno a Clermont-Ferrand, dove calcare e detriti basaltici valorizzano le vecchie vigne: il Le Clos Rouge di Les Chemins de l’Arkose, i tagli da clima freddo del Domaine Charmensat.

La conclusione di Long non concede sconti retorici: nei quattro territori la qualità è ormai solida e diffusa, e il ricorso al biologico e alla biodinamica non sembra una posa da marketing ma una scelta di fondo. Il marchio collettivo ha dato voce a un angolo di Francia rimasto a lungo in ombra. Un angolo che, magma in vista o no, vale il viaggio.

Redazione AIS
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